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Intervista ad Anne Enright

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Il Festivaletteratura di Mantova, arrivato ormai all’edizione XXVI e di nuovo in presenza dopo gli ultimi due anni di pandemia, pone come argomento principale l’Irlanda. Tra le varie firme che sfileranno per le numerose location storiche, Mangialibri ha intervistato Anne Enright, dublinese, una delle scrittrici più rappresentative del suo panorama nazionale. La Nave di Teseo ha da poco ripubblicato il suo romanzo forse più bello: Anne Enright è spumeggiante, cordiale e disponibile: caduti nello stereotipo dell’irlandese ridanciano e perennemente allegro? No, per niente… lo scoprirete.



Il tuo libro La veglia ha come centro della narrazione la memoria: come funziona in questo caso il meccanismo narrativo?
Non è sempre un meccanismo diretto perché la memoria è sfuggente e recuperarla, pur se molto bello, è un procedimento lento. Come tu hai giustamente detto il libro si basa su questo concetto e l’io narrante, Veronica, recupera infatti nel tempo tutti i ricordi, attraverso un processo che è una sorta di transizione tra l’esperienza vissuta e il parlare di questa esperienza. È un personaggio molto intrigante da indagare, per uno scrittore.

Come lavori quindi tu sulla memoria?
Forse è banale dire che è come un sogno però è così. MI piace quando la storia inizia a diventare reale; cerco di accostare tra loro diversi elementi, un po’ come fa la poesia, elementi che possono anche interagire e interfacciarsi tra di loro, così che il libro appaia come qualcosa di instabile per fornire al lettore la possibilità di vedere tutti i cambiamenti che avvengono nella storia. Cerco sempre anche di utilizzare il linguaggio di ciascuna epoca: se scrivo qualcosa di accaduto nel 1926 userò un linguaggio che era tipico di quel periodo.

Veronica afferma che, quando in una famiglia ci sono tanti fratelli e sorelle ognuno si configura con una sua peculiarità. Secondo te, la famiglia può essere considerata un microcosmo che raccoglie un po’ varie caratteristiche umane?
È vero, Veronica ha tanti fratelli. Posso dire che la famiglia del libro è una famiglia che si sposta e che si perde anche e questo era tipico degli anni Settanta in Irlanda. Ora, non so se tutte le famiglie in Irlanda siano un microcosmo ma la famiglia Hegarty sicuramente lo è.

Le figure femminili sembrano essere il centro da cui si dipanano le tue storie: penso non solo a Veronica, ma a Eliza, a Constance. Ti chiedo: qual è la condizione della donna in Irlanda? Prendo spunto dal dibattito che sta avvenendo negli Stati Uniti sul tema dell’aborto e ricordo che nel tuo Paese solo nel 2019 è stata promulgata la legge che lo consente in tutti i casi…
Non so se tu conosca la “guerra” culturale che è in atto tra i giovani e i cattolici conservatori. Solitamente quando ci sono problemi o tensioni sociali i giovani tendono ad andarsene e questo è successo per generazioni. Nel corso degli anni però l’Irlanda è cambiata tantissimo: i giovani hanno iniziato a rendere manifesti i loro problemi, sono emerse molte questioni legate alla situazione delle donne che sono diventate sempre più evidenti negli ultimi dieci anni e quello che tu hai detto riguardo all’aborto è un segno della presa di posizione sia degli uni sia delle altre. C’è da aggiungere che sono state e sono soprattutto le scrittrici a spianare la strada al dibattito, ma chi legge i nostri libri sono soprattutto donne e la critica è tendenzialmente maschile, non so se mi spiego.

Come ti poni rispetto alla letteratura irlandese? Ti senti una voce fuori dal coro?
Quando ero giovane non volevo assolutamente essere abbinata alla categoria degli scrittori irlandesi. Ammetto che mi presento spesso come un’antagonista però se provi a pensare agli autori irlandesi presenti a questo Festival, scoprirai che sono molto diversi tra loro ma hanno tutti questa grande passione per la lingua, amano giocarci, le storie si svolgono tutte in luoghi molto piccoli e quindi siamo tutti connessi, me compresa.

A proposito delle storie, la maggior parte sono tutte abbastanza tristi e questo è piuttosto stridente con la figura dell’Irlandese che popola l’immaginario collettivo, sei d’accordo?
Sai, il vero problema dell’Irlanda è sempre stato quello di dover accettare una certa tristezza, legata ai soldi, alla povertà. Lo stereotipo nasce da una inspiegabile vergogna, dal mio punto di vista, relativa alle due cose che ti ho appena detto; come Paese piccolo che doveva cercare di crescere dovevamo un po’ pensarci come un Paese bello da visitare, con persone comunque felici. Tuttavia da questa nostra tristezza sono nati moltissimi romanzi.

I LIBRI DI ANNE ENRIGHT