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Intervista ad Anne Weber

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Nel suo passaggio a Torino, in occasione del Salone Internazionale del Libro 2021, Anne Weber, appena arrivata nel capoluogo sabaudo, ha accettato di tenere una conferenza stampa per presentare il suo ultimo libro, vincitore del prestigioso premio Deutcher Buchpreis, un libro coraggioso per forma e contenuto tanto quanto la sua protagonista. Mangialibri ovviamente non poteva mancare.




Partiamo dalla forma del tuo Annette, un poema eroico: hai scelto la struttura dell’epica, del racconto che normalmente associamo ad eroi immortali, ma che qui si modella su una vita apparentemente normale, quella di Anne Beaumanoir. Nel testo, interessante anche nella traduzione di Agnese Grieco (non a caso scrittrice, drammaturga e regista teatrale), hai scelto la forma in versi privilegiando nella pagina anche l’aspetto dell’oralità, quasi a voler essere presente di persona nella tua narrazione. Perché e chi sono gli eroi? Che tipo di eroe è Annette?
La scelta della forma in versi deriva dalla necessità di coniugare la questione morale con la necessità letteraria: l’epica infatti è una poesia fatta di valori e insegnamenti morali. La vita di Anne Beaumanoir è una vita vera che mi veniva affidata, non poteva perciò essere affidata ad un romanzo tradizionale, ad una fiction. Mi sono dovuta appropriare dell’intera storia dell’eroina di cui con i versi ho cercato di scandire il ritmo. È insomma il mio sguardo sulla sua vita. Annette è un’eroina del suo tempo, ma anche del nostro tempo: mentre per gli eroi in generale le azioni portano sempre al bene, Annette dubita spesso del suo sacrificio. Parafrasando la frase di Berthold Brecht che dice che sono tristi i tempi in cui si ha bisogno di eroi, la vita di Annette ci dice “semplicemente” che abbiamo bisogno di essere più coraggiosi. Eroe è una parola troppo abusata nel tempo: Annette è un’eroina dei nostri giorni, come tutti gli eroi del lavoro.

Come mai tutti questi silenzi sul nazismo e sul fascismo?
Per quanto possiamo provare a fare i conti col nostro passato, non riusciamo a superarlo mai. Avrei dovuto parlare più che del nazismo e del fascismo, del colonialismo e del decolonialismo, ma ho ricostruito la storia di Annette.

Si dà poco spazio alle vicende familiari di Annette, però. Una scelta precisa e se sì, da cosa nasce?
Non era e non è facile parlarne, perché Annette è una persona ancora in vita, senza dimenticare che è una madre che ha perso due figli. Dunque ci sono delle ferite aperte che per una mia scelta non ho voluto trattare. Annette è una madre che ha scelto di vivere la sua militanza sacrificando la sua famiglia ed i suoi figli che però non ha mai abbandonato ma vissuto come poteva, anche da lontano. Non è stata una scelta semplice, anche perché se lo fa una donna viene subito etichettata come una cattiva madre.

Pensi che la sua scelta di vita sia legata all’incapacità di crearsi una personalità sociale?
Annette non ha partecipato alla lotta armata, ma si è unita al movimento di resistenza dove faceva semplicemente la portavaligie. Annette era in una rete di stampo comunista con regole ferree, non si potevano prendere delle iniziative personali. Ha fatto la resistenza alla resistenza, che non dovrebbe presupporre un’ubbidienza cieca. Si tratta del lato più sublime, un riflesso umano.

Leggendo la storia e seguendone lo sviluppo si è vinti da sensazioni contrastanti. Quali sensazioni dovrebbero suscitare i tuoi scritti in chi ti legge?
Quando scrivo non penso agli effetti che avranno le mie parole su chi mi legge, non devo farlo. La scrittura mi serve per dare voce alle mie sensazioni, ai miei sentimenti. In Germania ancora oggi si usa leggere a voce alta e io lo faccio stesso: non nascondo che rileggendo il mio libro, soprattutto quando Annette salva delle giovani vite, mi si blocca il respiro, mi devo fermare. Non penso ai miei lettori, penso a quello che provo: evocare una sensazione non mia significherebbe mentire, raccontare il falso.

I LIBRI DI ANNE WEBER