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Intervista ad Antonella Prenner

Articolo di

Antonella Prenner, scrittrice e studiosa, insegna Letteratura latina all’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Dopo Cicerone e sua figlia Tulliola, Cesare e Servilia, la Prenner ha recentemente concluso una trilogia di romanzi dedicata ad alcuni grandi della Roma antica con un personaggio dal nome notissimo, Messalina, ma poco noto in profondità. Tra una presentazione e l’altra Antonella risponde volentieri alle domande di Mangialibri.



Tutti i tuoi romanzi hanno uno stile limpido e moderno: con apparente semplicità porti il lettore nell’antica Roma senza intimidirlo. È un tuo talento naturale? O il risultato di una disciplina di scrittura? O magari potrebbe derivare dallo studio della lingua e della letteratura latina, tua materia di insegnamento?
La semplicità è sempre il frutto di un grande approfondimento e per rendere le cose semplici bisogna conoscerle molto bene. Chiaramente la lingua e la letteratura latina la studio da molto tempo e con molta passione. Quindi è come se avessi interiorizzato il loro modo di vivere e il loro mondo, che è anche un po’ il mio; perciò, mi riesce facile porgerlo e comunicarlo ad altri, sia lettori che studenti, proprio come se fosse parte di me. Forse è questo il segreto. Per quanto riguarda il talento non saprei, è qualcosa di estremamente indefinito. Mi piace molto la scrittura e quando scrivo provo un piacere infinito, posso vivere altre vite e quindi la mia spontaneità deriva dalla profonda gioia che metto nella scrittura. Sicuramente non intimidisco perché provo molta empatia per le persone, è un lato del mio carattere e mi diverto ad immaginare i lettori come persone fisiche, anche perché io non scrivo mai per me stessa.

I lettori possono stare tranquilli sulla veridicità storica dei tuoi romanzi: ambienti, luoghi, usi e costumi, cibi. Quanto tempo ti richiede lo studio preparatorio? Ma soprattutto dove lo hai trovato il libro di Scribonio Largo, medico di Messalina?
Il libro di Scribonio Largo non l’ho trovato per caso. Tra i miei studi e le mie ricerche accademiche mi occupo di scienza antica e soprattutto di medicina greca e romana. Sono testi per specialisti e proprio come nel caso di Scribonio Largo si possono trovare delle curiosità, che poi diventano uno spunto per dare avvio alla concezione del personaggio. Lo studio preparatorio per me non è finalizzato alla stesura di un singolo romanzo, perché raccolgo tante competenze, che ho acquisito nel corso degli anni, che poi vado ad approfondire per l’esigenza del momento. Mi dedico molto allo studio dei luoghi, questo sì, e quello lo faccio ad hoc. Sulle carte archeologiche, perché per ricostruire un ambiente, magari scomparso, di cui restano poche vestigia, vado a studiare ciò che è emerso durante gli scavi e le interpretazioni degli archeologi. Anche l’epigrafia è un punto molto importante per capire la definizione e l’utilizzo di un posto. Infine, la mia esperienza personale sul luogo, dove possibile vado fisicamente. Per esempio, per Messalina, la villa di Tiberio a Sperlonga. Ci sono andata negli orari che descrivo e nelle stagioni che descrivo. Quindi tutto questo unisce la veridicità basata sullo studio e l’esperienza, che diventa sensibilità descrittiva, atmosfera, coinvolgimento emotivo del lettore e prima ancora di me stessa. I cibi sono una parte divertente, abbiamo molti ricettari del mondo antico e dell’antica Roma, nella letteratura della più svariata tipologia: negli epistolari, nella storiografia, in opere filosofiche, dai quali vengono fuori gli usi e le abitudini alimentari. Io tendo sempre a condurre tutto ad un ambito di veridicità e verosimiglianza, questa è la cifra che mi pongo come obiettivo. Proprio perché quando si offre un romanzo storico al pubblico ci si deve porre con uno spirito di onestà nei suoi confronti non bisogna raccontare fantasie. Lo stesso vale anche nei confronti dei protagonisti di questi romanzi, che sono persone vere, anche se lontane, sono esseri umani che hanno avuto delle storie straordinarie, spesso dolorose. Quindi, con rispetto, mi avvicino il più possibile alla verità della loro storia.

La scelta dei tuoi protagonisti come avviene? A parte Cicerone che è un tuo “vicino” di casa, ma gli altri? Sono loro che ti chiamano, tu che li cerchi?
Se è una vera scelta non lo so, io penso che ci cerchiamo reciprocamente e ad un certo punto ci troviamo. C’è la ricerca di uno spunto per una bella storia d’amore, com’è stato nel caso di Cesare, nel mio precedente romanzo. Avevo il desiderio di raccontare questo grande condottiero da un punto di vista che non fosse quello dell’ufficialità della sua figura. Cercando in una biografia di Svetonio, ho trovato Servilia, la sua amante di tutta la vita, e attraverso lei e con lei ho raccontato Cesare, questo straordinario condottiero. Messalina l’ho cercata io, dopo l’esperienza di Servilia volevo un’imperatrice. Ho scelto Messalina tra le tante imperatrici - affascinanti, controverse, spesso cattive - perché lei è un’icona di femminilità, vittima del suo rapporto con il potere che distorce la femminilità o che la enfatizza. Messalina è un personaggio estremo. Le fonti antiche raccontano poco e male di lei, non abbiamo ritratti, quindi neanche fisicamente la possiamo immaginare. La damnatio memoriae ha distrutto tutto ciò che la riguardava. Solo una statua conservata al Louvre si è salvata, perché Messalina è raffigurata col bambino in braccio, l’erede al trono Britannico. Possibile che in una donna così giovane, morta a venticinque anni, si sia concentrato tanto di male, di orrore, fino a renderla mostruosa? Forse sì, ma io volevo raccontarla in una vicenda umana e non mostruosa, senza volerla riabilitare (le riabilitazioni non si fanno). L’anima me l’ha data il suo sorriso, che ho trovato nel libro del medico Scribonio Largo, quando dà la ricetta del dentifricio cosmetico sbiancante creato solo per lei. È stata quella la scintilla che me l’ha fatta vedere, all’interno di un testo latino, come una ragazza bella e vanitosa, normale, come le ragazze a vent’anni che desiderano essere belle. Quindi Messalina, dopo averla tanto cercata, l’ho trovata in una ricetta di dentifricio e ho potuto scrivere di lei, altrimenti avrei desistito.

Nella parte romanzata vera e propria dei tuoi libri, nei sentimenti dei protagonisti o nei dialoghi quanto c’è che deriva dai tuoi studi o dalle tue riflessioni personali?
C’è l’uno e l’altro, perché dai miei studi deriva entrare nella loro sensibilità, perché non erano come noi. Vivevano situazioni ambientali, politiche, di relazioni interpersonali secondo canoni diversi da quelli a cui siamo abituati oggi. Per esempio, il rapporto tra genitori e figli non aveva quella carica affettiva che caratterizza invece il rapporto oggi. Stessa cosa tra marito e moglie, la vicenda di Messalina è paradigmatica. Non tanto per l’odio verso il marito non gradito, ma per l’usanza dei matrimoni combinati, la cui dimensione affettiva si orientava su altre sfere rispetto alla nostra. Anche il tradimento era assolutamente tollerato, mentre non è pensabile nell’etica che ci caratterizza. Va ricordato che almeno fino ad una certa epoca dell’età imperiale il cristianesimo non aveva ancora prodotto come effetto il sentimento del peccato. La conoscenza di quel mondo mi consente di entrare nella loro sensibilità, fatte salve le caratteristiche di ogni personaggio, che lo diversificano per indole e propensione. Le mie riflessioni personali chiaramente entrano, perché si instaura tra scrittore e personaggi un rapporto tra esseri umani, che crea empatia. I miei stessi personaggi a volte mi sono simpatici, altre antipatici e quindi li caratterizzo anche in base ai sentimenti spontanei che io provo nei loro confronti. Una volta creati, iniziano a prendere vita e si delinea meglio il loro carattere. Ti senti come un demiurgo che fa nascere il personaggio, lo veste, lo fa mangiare, ma nello stesso tempo sei anche comandato da loro. Per esempio, l’ancella Panfilia creata ne Il canto di Messalina. Inizialmente era un personaggio d’ambiente, è normale che un’imperatrice abbia un’ancella, ma via via ha preso forma e voleva vivere. Ad un certo punto ha preso la direzione della malattia e sono stata veramente indecisa se farla guarire o morire. Ho scelto di farla morire ma mi è dispiaciuto tantissimo. Poi il lettore questi miei sentimenti nei confronti dei personaggi forse li percepisce, perché una morte raccontata in maniera tragica è esclusivamente di architettura narrativa, mentre una morte raccontata con la partecipazione dell’autore arriva al lettore come qualcosa che può diventare suo. C’è uno scambio continuo, come dei vasi comunicanti, tra le mie conoscenze e quella che sono io come persona, prima ancora che come scrittrice.

I tuoi protagonisti sono umani e avvicinabili, ne mostri fragilità, difetti e brutture, senza essere giudicante. La sensibilità che hai nel maneggiare queste vite importanti è grande. Certi meccanismi dell’animo non cambiano nei secoli: gli amori, la lotta per il potere, la corruzione e le guerre. Rendere attuale tutto ciò partendo dall’antica Roma deriva dal tuo ruolo di docente? Vuoi spronare i lettori, oltre che a ripassare la storia, ad una riflessione più approfondita?
No, perché io quando scrivo un romanzo non sono la professoressa che spiega o che induce a riflettere. Sono una persona che scrive una storia perché sia accolta con la sensibilità, la piacevolezza o il non gradimento che ogni lettore può esprimere. I miei romanzi non vogliono insegnare assolutamente nulla. Per quanto riguarda i meccanismi dell’animo che nel corso dei secoli non sono cambiati assolutamente in nulla, questo è vero. Quelle situazioni ancestrali, quei sentimenti potenti, hanno animato gli esseri umani da che ne abbiamo testimonianza. Pensiamo ai poemi omerici: guerra, amori viaggio, il potere e la lotta per averlo, questi caratterizzano tutti i tempi. Tra l’altro il mondo antico qualcuno lo vede lontano, ma in realtà non lo è. Marguerite Yourcenar nei taccuini di appunti per Memorie di Adriano scrisse che il tempo di Adriano è lontano dal nostro quanto una catena di ottanta nonni che si prendono per mano. Non sono poi così tanti. Quello che cerco di fare e che mi riesce abbastanza facile è umanizzare questi personaggi; quindi, toglierli dai piedistalli delle statue o da quelli dei libri di storia, che li raccontano come simboli o espressioni supreme di potere, di lotta, di amore. Io li riporto alla loro dimensione puramente umana. Anche nel contesto di storie immense che li rendono speciali. Penso che stia in questo l’alchimia che si crea e che tu definisci avvicinabilità, ma credo che sia soltanto un’alchimia tra lettori di oggi, esseri umani di oggi ed esseri umani di un tempo lontano.

Chiedere a te una tesi di laurea equivale a seppellirsi in biblioteca?
No, perché oggi chi prepara una tesi ha a disposizione molti mezzi, anche risorse online molto autorevoli, perché una buona parte del patrimonio librario è stato digitalizzato; quindi, questo aiuta e velocizza gli studi. Chiaramente se si vuole studiare un manoscritto si deve andare in biblioteca. Tuttavia, io consiglio sempre ai miei studenti che preparano le tesi di laurea di trascorrere in ogni caso del tempo in biblioteca, perché la sua atmosfera è bellissima. È serena e porta alla concentrazione. Ci si trova a tu per tu con la sequenza del tempo, in un ambiente spesso bellissimo, perché le biblioteche italiane sono monumenti solenni ed eleganti. Soprattutto provare la sensazione di trovarsi circondato da migliaia e migliaia di volumi in cui è raccolto una parte dello scibile umano. Ecco, questa credo che sia un’esperienza che ogni studente dovrebbe fare, indipendentemente dalla professione che farà o dagli studi più o meno approfonditi che intraprenderà.

Quando senti o leggi in giro citazioni latine fatte a casaccio taci per pietà, correggi o sbotti?
Ma no, nessuna delle tre. Sorrido, un po’ mi diverto e alla fine mi fa anche piacere. Perché, se si parla il latinorum, come diceva Manzoni ne I promessi sposi, va benissimo. È comunque una memoria, l’eco di una civiltà, di una lingua che portiamo dentro, quasi nel DNA e anche se arriva in maniera storpiata, distorta, va benissimo. È istintivo rievocarla e questo mi fa molto piacere, che non ci sia la correttezza grammaticale o della pronuncia non fa niente. L’importante è che, anche inconsapevolmente, ci sia in chi usa quelle espressioni un sapere, quello di essere eredi di quella civiltà e di portarne ancora le tracce in tutte le manifestazioni della vita di oggi, anche nella battuta in latinorum.

Ti è capitato di essere invitata ad una cena stile “antica Roma”?
Solo una volta, quando Robert Harris lanciò qui in Italia la sua trilogia su Cicerone. Il posto era bellissimo, suggestivo, la cena era stata allestita in stile antica Roma, per fortuna solo in stile. Perché le ricette degli antichi romani oggi sarebbero immangiabili. Si cibavano di cose che noi riteniamo inedibili. E poi per i dolci non usavano lo zucchero, al suo posto mettevano il miele, che a me non piace. Diciamo che sono esperimenti simpatici, ma non si può riprodurre per il nostro gusto quel tipo di cucina, è impensabile.

Le tue letture di svago di che genere sono?
Svago per me è uguale a viaggi. Quindi letture di viaggio ad ampio spettro, a cominciare dalle guide turistiche. Spesso con mio marito ne prendiamo di Paesi che probabilmente non visiteremo mai. Intanto perché non si sa mai e poi perché è bello sfogliarle in una serata d’inverno e immaginare di essere chissà dove, magari al sole e al caldo. Poi letteratura di viaggio. Adesso sto rileggendo un libro che ho molto amato, Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. È un libro che mi porta in giro per il mondo con mezzi che non siano l’aereo. Quindi questo viaggiare slow, viaggiare attraverso, per territori quasi inesplorati, fare deviazioni, è la maniera di viaggiare che a me piace. ovviamente lo faccio in piccolo, non come lui in un anno di vita. Quel tipo di letteratura mi svaga moltissimo e mi fa sognare.

I LIBRI DI ANTONELLA PRENNER