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Intervista ad Antonio Schiena

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Antonio Schiena, pugliese classe 1990, ha già pubblicato numerosi romanzi che gli sono valsi anche alcuni premi letterari. Attivissimo anche sui social con lo pseudonimo @antipatiagratuita, ho avuto modo di incontrarlo durante l’edizione 2023 della Fiera della Piccola e Media Editoria di Roma Più Libri Più Liberi. Ho scoperto un ragazzo appassionato, con una carica indescrivibile e tantissima voglia di raccontare e raccontarsi.



Uno dei due personaggi attorno cui ruota Chiodi è Marco Torre, un ragazzino che frequenta la scuola media. Vorrei partire proprio da qui e chiederti: chi era Antonio a undici/tredici anni e quanto c’è di tuo all’interno del romanzo?
Inizio rispondendo alla seconda domanda, perché è più semplice. Chi è e chi era Antonio è davvero difficile da dire… Dunque, per quanto riguarda gli elementi autobiografici posso affermare che, rispetto ad altre cose che ho scritto in precedenza, in Marco Torre c’è tanto di mio. Anche le ambientazioni dell’intero romanzo e gli altri personaggi che lo popolano sono quelli che hanno caratterizzato la mia infanzia. La classe, infatti, l’ho descritta proprio ricordando quella che frequentavo io e lo stesso paese, anche se non è mai nominato nello specifico, è chiaro che si tratta della mia città natale. Nello scrivere il romanzo, quindi, ho rivissuto tanto di ciò che avevo attorno quando avevo la stessa età di Marco Torre. Quindi sì, potremmo dire che nel contesto generale c’è molto di me e del mio vissuto; gli stessi compagni di classe di Marco sono praticamente quelli che erano a scuola con me tra gli anni delle medie e quelli delle superiori. In Marco Torre, invece, c’è poco di Antonio, perché quella di Marco è una vicenda piuttosto “tragica”. All’inizio del romanzo la descrivo proprio con questa parola, piuttosto esasperata, perché mi piaceva giocare puntando i riflettori su questa oscurità che pervade l’intero libro. Sono vicende che accadono a tante persone e ciò che vive Marco è portare all’esasperazione proprio questo tipo di situazioni, su cui poi si basa il tema principale dell’intero romanzo: il covare qualcosa per così tanto tempo e non sapere come fare per liberarsi da questi sentimenti. Per questo potremmo dire che la sua vicenda è davvero molto forte. In effetti, però, andando a scavare posso affermare che tante piccole cose del mio vissuto, nel personaggio di Marco, ci sono. Se dovessi trovare una cosa in comune con lui è il suo non sentirsi mai del tutto parte integrante del gruppo. Io non ero un outsider come lui, partecipavo alla vita della classe e avevo il mio giro di amicizie. Però percepivo comunque un certo distacco, sentivo che i miei compagni di classe appartenevano alla sfera dell’amicizia soltanto perché eravamo costretti a frequentarci tutti i giorni a scuola, non perché ci fossimo davvero scelti per condividere le fasi fondamentali della nostra vita. Scrivere questo romanzo dopo... non vorrei contarli, ma direi una ventina di anni dalla fine delle scuole medie, mi ha aiutato a riflettere su quell’età con una maturità che chiaramente non avevo a quei tempi. E questo è proprio uno dei temi su cui ho voluto riflettere nel romanzo: quando sei uno studente adolescente tutto ciò che vivi è totalizzante, il tuo mondo è la classe delle medie e poi del liceo, i compagni di classe sono gli amici che bene o male si frequentano anche al di fuori dell’orario scolastico. Non sai ancora perfettamente cosa vuoi e sei convinto che debba accontentarti di quello che hai davanti. Questo sentimento di Marco un po’ c’era anche nell’Antonio studente delle medie, riesco ad accorgermene solo ora che, con la maturità dell’adulto, riesco a ripensare a quel tempo con un certo distacco. Ed è questo che, probabilmente, mi differenzia maggiormente da Marco: il fatto di aver ormai assimilato quel periodo tanto da poterne parlare in maniera così distaccata.

Crescere è sempre stato complicato. Oggi, con tutti gli stimoli da cui gli adolescenti vengono bombardati, forse lo è ancora di più. Significa ribellarsi, entrare in una realtà completamente nuova, prendere consapevolezza di sé. Quale consiglio ti sentiresti di dare, sulla base di ciò che hai scritto e anche vissuto, a chi si trova oggi in questa delicata fase della propria vita? E, soprattutto, credi che valga davvero la pena avere tanta fretta di diventare grandi come sembrano essere convinti i personaggi del tuo romanzo?
Beh, col senno di poi è più facile dire che sarebbe meglio vivere appieno ogni età, ma è un discorso un po’ da “adulti”. Quando si è bambini credo sia normale avere il desiderio di sentirsi grandi. Soprattutto se si vive una situazione di disagio la voglia di crescere deriva dalla speranza che, diventando grandi, tutto si risolva e migliori, quasi per magia. Che poi è un po’ quello di cui è convinto Marco Torre, che nel romanzo si trova ad affrontare questa tradizionale sfida come un momento in cui poter finalmente fare il suo ingresso nella vita degli adulti, nella speranza che qualcosa nella sua esistenza possa cambiare. Mentre scrivevo questo romanzo rivivevo un po’ i miei anni di studente delle medie e sentivo di voler raccontare qualcosa più vicina al mio vissuto. Nel libro non parlo mai della dimensione temporale: si intuisce che è ambientato circa venti anni fa dal tipo di musica che i ragazzi ascoltano, dai capi di abbigliamento che indossano e dal fatto che in classe non ci siano i telefoni cellulari, ma non viene mai specificato nel dettaglio. È un’ambientazione che sentivo più vicina a me e che potevo raccontare meglio proprio perché l’ho vissuta in prima persona. All’epoca molti temi non erano importanti, o comunque non se ne parlava così tanto come oggi. Anche la parola “bullismo” non era così utilizzata, nonostante sia un fenomeno che esiste praticamente da sempre. E proprio dopo la pubblicazione del romanzo ho compreso come queste siano dinamiche che si ripetono, e che toccano chi ha concluso le scuole medie da cinque anni quanto chi le ha terminate da cinquanta. Volevo raccontare quell’epoca perché la sentivo mia, senza mettere troppo in mezzo il lato “social”. A quei tempi, da studente non era facile comprendere come scardinare queste dinamiche. E quello che ci tengo a precisare è che all’interno del mio romanzo il tema del bullismo è molto presente, ma nessuno vi troverà delle risposte su come poter affrontare questo tipo di situazioni. I personaggi provano a capirci qualcosa, ma non sempre hanno la maturità per poi agire realmente nel modo corretto. Sempre che ne esista uno che possa andare bene per tutti. Quello che, in realtà, ho compreso mentre lavoravo sul romanzo, anche grazie a psicologi infantili con cui ho avuto modo di confrontarmi, è che la via d’uscita deve essere ricercata all’interno di noi stessi. Lo so che sembra semplice da dire, ma è così. È il bambino che viene bullizzato che deve trovare da solo la forza di scardinare quella dinamica. E, chiaramente, non è facile: significa dare a un ragazzino la consapevolezza di rispondere in un certo modo quando si trova davanti a determinati comportamenti, per evitare di creare situazioni che rischierebbero di essere controproducenti. Io stesso ero, e sono ancora, pieno di domande. E nel romanzo sono proprio le mie domande che in un certo senso emergono, piuttosto che la volontà di dare delle risposte. Lavorare a queste tematiche con così tanti anni di distanza è stato più che altro un modo catartico per liberarmene definitivamente. In effetti, forse, le ho un po’ scaricate su chi andrà a leggere il mio libro! È una consapevolezza che è difficile da acquisire quando si vive il problema in prima persona ma, allontanandosene, si riesce a dare il giusto peso alle cose e, volendo, anche a ridimensionarle.

In Chiodi risulta estremamente evidente l’importanza dei libri, della lettura e della scrittura, che vengono visti un po’ come modi per fuggire da una realtà buia e sfogarsi. Che significato hanno per te la lettura e la scrittura?
Mi fa davvero piacere che tu abbia notato questa cosa, perché questo è uno degli elementi più autobiografici all’interno del libro, che davvero mi rispecchia alla perfezione. Da piccoli a volte capita di sentirsi diversi. Crescendo, poi, si arriva alla conclusione che non si tratta di diversità, ma di unicità, ma questo è sempre parlare col senno di poi. Quando a scuola mi capitava di sentirmi un po’ lontano dagli altri compagni mi rifugiavo nella lettura, che per me ha sempre rappresentato la perfetta via di fuga. Ricordo di aver iniziato a leggere seriamente durante gli anni delle scuole medie e, da allora, non ho più smesso. Mi dava il senso di una reale libertà. Poco dopo, poi, ho iniziato a provare le stesse sensazioni anche grazie alla scrittura. Un aneddoto che mi è tornato in mente mentre lavoravo su questo romanzo è stato ricordare che la mia primissima storia l’ho scritta proprio durante le scuole medie. Si trattava di un racconto giallo di pochissime pagine, ispirato dai tantissimi libri di Agatha Christie che avevo letto. Si intitolava Omicidio al Luna Park e mi ricordo ancora i dettagli: c’era un detective, tre sospettati e alcuni indizi che dovevano essere risolti via via che si andava avanti con la storia. Da quel momento non ho più smesso di scrivere, perché l’idea di “sfogarmi” in questo modo così intimo e creativo mi divertiva davvero tanto. L’importanza delle storie, quindi, è un tema portante all’interno del romanzo, sia perché per Marco la lettura di libri di avventura nella sua cameretta rappresenta l’unica cosa che lo fa sentire a suo agio, sia perché per me leggere è uno dei pochi momenti in cui riesco ad allontanarmi completamente da ciò che mi circonda. Quando sei totalmente assorto in ciò che stai leggendo è un momento magico, sei completamente concentrato su ciò che stai facendo e non hai interesse a farti distrarre da nient’altro. D’altro canto, per me, sono fondamentali proprio le storie in generale. Chiodi si apre con una leggenda che si tramanda da secoli e va a influenzare concretamente la vita dei bambini del paese; anche la scelta di aver messo Pinocchio in copertina, personaggio che poi ritroviamo nella cameretta di Marco, sottolinea ancora di più l’importanza delle storie e di quanto rappresentino un’influenza tangibile. A un certo punto del romanzo sottolineo che scrivere può aiutare a buttare fuori ciò che ci appesantisce. Questo è un po’ ciò di cui parlavamo prima: dopo aver scritto questo romanzo mi sento molto più libero. È una cosa che sento davvero mia, in cui credo fermamente perché l’ho vissuta in prima persona ed è per questo che ho voluto fortemente sottolinearlo all’interno del libro. Sono convinto che esista un libro perfetto per ogni bambino e che se non si legge è solo perché ancora non si è riusciti a trovare quel libro che faccia scattare la magia. Io, per esempio, sono stato fortunato perché in un volume delle medie ho trovato alcune righe di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie che mi ha fatto completamente innamorare. Allo stesso tempo sento di essere stato fortunato perché le varie pubblicazioni della saga di Harry Potter hanno seguito il mio percorso di crescita. Ci deve essere per forza un libro che faccia innamorare della lettura. Ora, per esempio, vanno molto di moda i manga e ben venga che i ragazzi si avvicinino alla lettura per quel tramite. Chiunque dovrebbe essere libero di leggere ciò che vuole, non può che avere risvolti positivi. Quando arrivano gli input dall’esterno magari si rischia di non trovare una lettura che risponda al gusto personale, o perché un certo libro è stato consigliato a scuola o perché regalato da quella zia antipatica, e quindi per questo motivo lo si può trovare più ostico. Ma, se lasciati liberi di scegliere, i bambini non possono non trovare qualcosa che non li faccia innamorare perché, oggettivamente, non c’è motivo per smettere di leggere.

Il tuo romanzo contiene in sé una forte denuncia di alcuni aspetti della società moderna, come il bullismo sì, ma anche l’indifferenza degli adulti, la povertà e l’ignoranza, che molto spesso vanno a braccetto. Cosa desideravi trasmettere ai tuoi lettori focalizzando l’attenzione su queste importanti tematiche?
Dico la verità: nel momento in cui è nata la storia pensavo soltanto ai personaggi, non alle tematiche vere e proprie che avrei effettivamente affrontato sviluppandola. Si è trattato di un lavoro che ho certamente svolto, ma solo in un secondo momento. In ogni caso, sono abbastanza convinto che la narrativa in generale non debba dare insegnamenti. O meglio, se la storia è forte e colpisce, è chiaro che il lettore poi ci rifletta e riesca a cogliere qualcosa sviluppando un proprio ragionamento e una riflessione personale a partire da ciò che ha letto. Quando scrivo non lo faccio perché desidero insegnare qualcosa a qualcuno. Dopo aver pubblicato il mio romanzo, comunque, mi sono reso conto che, trattandosi di temi al contempo forti e delicati, chiunque vuole effettivamente leggere qualcosa tra le righe o trovare uno stimolo per vedere le cose in modo diverso. Ma la realtà è che al momento di scrivere Chiodi il mio focus era solo su ciò che Marco Torre stava vivendo. Anche nel momento del confronto con il custode, l’altro protagonista del romanzo, in cui si vive un po’ uno scontro generazionale tra bambino e adulto, immaginavo cosa potessero effettivamente dirsi due personaggi di quel genere. Il mio obiettivo non è mai stato quello di insegnare, perché non è quello il ruolo dello scrittore, o per lo meno non lo sento il mio ruolo come scrittore. Credo che il compito della narrativa sia quello di raccontare una bella storia. In questo caso, trattandosi di un romanzo di formazione in cui si assiste alla crescita dei personaggi, può accadere che si verifichi una crescita interiore e una maggiore consapevolezza su determinate tematiche anche nel lettore, che coglie l’occasione per riflettere più a fondo e magari trovare un nuovo punto di vista su ciò che ha appena letto e assimilato. Il mio punto di partenza, comunque, non è stato “raccontare quanto è sbagliato essere un bullo”, ma piuttosto concentrarmi sui personaggi, sull’ambientazione, su questa leggenda che aleggia e fa da sfondo a tutta la storia. Ho cercato di amalgamare insieme il tutto per renderlo più forte e gradevole possibile agli occhi del lettore. Mi sento uno scrittore, non un insegnante. Le domande che mi ponevo scrivendo la storia potrebbero essere le stesse che si pongono anche i lettori nel leggerla, che possono scatenare una nuova consapevolezza. Ma è qualcosa che, comunque, deve partire dal loro intimo, dal loro vissuto e dalle loro esperienze, non dalle mie parole. Le risposte, poi, potrebbero essere le stesse a cui siamo giunti io e il protagonista, oppure potrebbero essere diverse. Lo scopo è proprio questo: porsi delle domande e far nascere la voglia di ragionare, non dare le risposte. Ciò che ne emerge può essere anche un interessante scambio di punti di vista tra me, che ho scritto la storia, e chi la legge. È un po’ la questione della narrativa come specchio: il lettore può rivedersi in ciò che legge e ognuno può cogliere una sfumatura diversa nella stessa vicenda, proprio a secondo della propria persona e della propria personalità. Quello che mi fa davvero piacere è quando ricevo un feedback da un lettore che mi comunica di aver colto una sfumatura piuttosto che un’altra dalle pagine di un mio libro, non quando sento dire “grazie a te ho imparato che…”, perché su determinati temi non c’è da insegnare, ma solo puntare un riflettore che faccia accendere o meno la consapevolezza.

Nel capitolo 22 il custode, l’altro personaggio principale, afferma: “Essere soli non è male. Essere circondato dalle persone sbagliate è molto peggio”. Più avanti nel capitolo 24, però, dice anche: “Le cose brutte fanno diventare brutti e la solitudine ingigantisce i demoni dentro, li rende spaventosi, li spaccia come inaffrontabili.” Che cosa rappresenta, quindi, la solitudine?
Nel romanzo la solitudine è un tema molto importante. Entrambi i protagonisti – il bambino e il custode – sono persone sole. Marco Torre è solo perché isolato dai suoi compagni di classe, ed è per questo che subisce e soffre molto questa solitudine. Il custode, al contrario, è un adulto che ha scelto consapevolmente di vivere da solo nel cimitero ed esce solo quando i cancelli sono chiusi proprio nel tentativo di non incontrare nessuno. Sono due punti di vista diametralmente opposti, due tipi di solitudini molto diverse tra loro. Ed è proprio questo scontro tra le due solitudini, tra le loro due storie e, se vogliamo, anche tra le due generazioni diverse che porta allo sviluppo della storia. Anche sul tema della solitudine non c’è una risposta universalmente giusta, perché a seconda del personaggio che parla viene vista in modo completamente opposto. Marco, come dicevamo prima, è un bambino che vive tutto in modo totalizzante. Il custode è, se vogliamo, padrone del suo destino e delle sue scelte. La solitudine, quindi, se scelta con cognizione di causa può anche essere salvifica. Se, invece, appare come unica via di fuga da una situazione di disagio quasi sicuramente viene vissuta come una soluzione estremamente negativa. È impossibile dire se essere soli sia positivo o meno: dipende sempre dal momento e se sia una scelta consapevole della persona. Quello che dice il custode nel capitolo 22 è una cosa abbastanza risaputa e rispecchia un po’ il famoso proverbio “meglio soli che male accompagnati”, ma è una consapevolezza che si matura crescendo. Nel momento in cui, però, parla con un bambino, si rende anche conto che una frase del genere è troppo “grande” per qualcuno che non ha ancora raggiunto la giusta maturità per poterla digerire con consapevolezza. È per questo che, poi, gli scappa la frase che hai citato dal capitolo 24: essere soli e basta significa avere un confronto solo con se stessi e non può che essere negativo, perché significa non poter valutare altri punti di vista, ingigantendo i problemi personali senza poterli scaricare su qualcun altro che ci aiuti a toglierne il peso dalle spalle. Si tratta di situazioni in cui non c’è mai un’unica via di uscita o una sola soluzione corretta, ma occorre sempre soppesare tutto. Questa specie di dicotomia la ritroviamo un po’ negli stessi personaggi e nelle scene: quelle in cui è protagonista il bambino sono sempre molto luminose e piene di persone, mentre il custode lo ritroviamo sempre solo tra le ombre della notte. È un gioco fatto molto di equilibri e questo ha a che fare anche con le loro due diverse solitudini. Quando si incontrano, verso la metà del libro, inizia a esserci più scambio e tutti questi elementi iniziano a trovare un maggiore bilanciamento tra di loro. È un po’ quello di cui parlavamo prima: il custode non vuole insegnare nulla, tramite le sue parole chi legge può o meno portare alla luce le proprie riflessioni. A un certo punto, infatti, afferma di sapere che in determinate situazioni dovrebbe dire le cose giuste ma di non conoscerne il modo. E questa è un’altra cosa che sento molto mia: l’importanza delle parole è fondamentale e la verità sta un po’ nel trovare un giusto equilibrio tra due affermazioni che sembrano apparentemente opposte.

All’interno del libro il dualismo scuola/cimitero risulta abbastanza evidente. Immagino fosse voluto…
Sì, certo! Dunque, il romanzo è nato inizialmente con i due diversi personaggi e le due diverse ambientazioni. Sono questi i quattro elementi che avevo in testa fin da subito. Un po’ perché mi piaceva il gioco di questi poli così opposti, un po’ perché io stesso sono cresciuto in un paese piccolo, San Marco in Lamis, che è grossomodo quello dove è ambientata la storia, dove il cimitero è un luogo misterioso e affascinante. Di notte i cancelli venivano chiusi e si sa che se un bambino vede una porta chiusa ha il desiderio di scoprire cosa vi si nasconda dietro. Questa fascinazione, che è sempre stata presente in me, mi è sembrata il contesto perfetto in cui ambientare parte della storia. Quella del custode è una figura quasi esagerata, solitamente chi svolge quel compito non passa la sua intera esistenza all’interno del cimitero. Questo è dovuto a una sua libera scelta di vita. Quindi come luogo mi sembrava importante perché allo stesso tempo è centrale nella fisicità del paese, ma anche separato dalle attività della sua vita quotidiana. La scintilla iniziale è partita da lì e poi si è agganciata alla sfida che il bambino deve affrontare proprio all’interno del cimitero durante la notte. La dualità si trova anche nelle storie dei due personaggi: quella del bambino la viviamo giorno dopo giorno e pagina dopo pagina, mentre per quanto riguarda il custode sappiamo fin da subito che anni prima si è macchiato di un crimine ma non si conosce altro della sua vita. Ho giocato molto su questo mistero e sullo scoprirne di più, lasciando che il sentimento di angoscia aleggiasse, lasciando una tensione che fatica a scomparire. Mi è piaciuto inchiodare gli opposti in questo modo, che poi è anche il motivo per cui i capitoli del bambino e del custode si alternano in maniera molto ordinata all’interno del romanzo. Volevo che entrambi i personaggi avessero lo stesso identico peso all’interno del libro. A volte ci sono momenti in cui ciò che succede a scuola o nel cimitero è più movimentato, ma per me era comunque importante alternare e dare lo stesso peso anche ai semplici pensieri dell’uno o dell’altro personaggio, dedicandogli un capitolo apposito, per avere un contrappeso perfetto tra i due.

Pinocchio, lo hai citato anche prima, riveste un ruolo molto importante all’interno del romanzo, tanto da essere rappresentato sulla stessa copertina. Marco Torre si ferma anche a ragionare sulla differenza tra i termini “marionetta” e “burattino”, notando come Pinocchio venga chiamato da tutti, Collodi compreso, “burattino” in modo improprio. Perché la scelta è caduta proprio su questo personaggio così popolare?
Proprio per la sua popolarità, in effetti. Perché è un personaggio che torna, che tutti conoscono anche se solo di nome. Anche chi non ha mai letto il romanzo può aver visto le diverse trasposizioni cinematografiche, che siano film o cartoni animati, o magari ha il giocattolo in casa. Esiste nell’immaginario di tutti e nel romanzo appare proprio sotto forma di giocattolo di legno, non si fa mai riferimento al libro di Collodi. Credo sia uno dei pochi personaggi della letteratura a unire davvero bene le generazioni, che non è un fattore così comune o scontato. I bambini lo conoscono vuoi per il romanzo o per aver visto il cartone della Disney, ma non è un racconto “leggera”. Ci sono molte scene ben più che semplicemente dark nella storia, basti pensare a quando da burattino si trasforma in ciuchino. Sono momenti che potrebbero quasi definirsi horror. Per questo secondo me è un personaggio che rappresenta alla perfezione tutto quel contesto di crescita che ritroviamo all’interno di Chiodi: non nasconde le cose brutte che capitano nella vita, che poi sono quelle che vive lo stesso Marco Torre. Mi sembrava che Pinocchio potesse rappresentare il giusto compromesso tra l’infanzia e le cose brutte da affrontare durante le fasi della crescita. Mi piaceva molto il fascino dark, cupo, che in copertina si sottolinea alla perfezione: il burattino è posto in ombra mentre guarda di lato, quasi lasciando al lettore il dubbio su cosa si trovi a osservare davanti a sé. Anche lui, se vogliamo, è uno dei protagonisti della storia: è sempre presente nella cameretta di Marco e assiste a tanti avvenimenti che segnano la sua infanzia e il suo percorso di crescita. Pinocchio è un personaggio molto noto anche all’estero e di cui continuano a uscire tantissime trasposizioni sempre diverse, ma con un fattore comune a tutte: è familiare ma non è mai una storia rassicurante, c’è sempre una parte cupa presente in tutte le versioni. Un po’ come la crescita, in cui ci troviamo ad affrontare tante situazioni diverse. Potrei quasi dire che la figura di Pinocchio sia una vera e propria metafora dello stesso Chiodi.

Un’ultima domanda: c’è qualcosa, dopo Chiodi, che già bolle in pentola?
Qualcosina sì, perché come dicevamo prima per me la scrittura rappresenta un po’ una valvola di sfogo. Anche se devo dire che Chiodi mi ha fatto un po’ cambiare il punto di vista su alcune tematiche. Anche le reazioni che sto ricevendo dai lettori mi stanno cambiando e quindi ho iniziato a guardare le cose che stavano bollendo in pentola con un punto di vista diverso. Diciamo che qualcosa c’è, ma sento di dover cambiare un po’ la ricetta in corso d’opera. Bisogna solo capire cosa uscirà dalla pentola a fine cottura...

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