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Intervista ad Antonio Silvio Calò

Più Libri Più Liberi 2021. Con la collaborazione e la cortesia della responsabile dell’Ufficio Stampa Ediciclo & Nuova Dimensione, ho avuto il piacere di incontrare il professor Antonio Silvio Calò, autore insieme alla giornalista olandese Silke Wallenburg di un libro che ha fatto molto discutere. Seduti attorno ad un tavolino, in un clima di assoluta cordialità, ho conversato piacevolmente con lui. Umanità e dolcezza condiscono le sue parole, a raccontare un’esperienza di vita che spero sia un esempio per tutti noi.



Leggendo il tuo lavoro Si può fare. L’accoglienza diffusa in Europa ciò che emerge, al di là delle concrete difficoltà che hai dovuto affrontare e risolvere, è l’Umanità. Ai Weiwei afferma che “se aiuti una persona aiuti l’umanità”. La tua scelta può contribuire a far comprendere che siamo una sola umanità?
Assolutamente sì, nel senso che io spesso e volentieri negli incontri finisco dicendo che sono diventato miliardario. Sospendo la frase, perché uno pensa sempre miliardario di soldi, e poi dico miliardario di umanità. Nel senso che l’incontro con i bisognosi non è un incontro qualsiasi. Se è un vero incontro, come è stato per noi, che adesso sono diventati sei figli, quindi sei più quattro, dieci figli, allora è chiaro che l’incontro ti mette in discussione e si apre un orizzonte completamente diverso, un confronto molto più stretto per ciò che riguarda i bisogni fondamentali dell’uomo. Non siamo noi a scegliere quando si nasce, dove si nasce e con chi si nasce, e questo chiaramente comporta poi uno sguardo diverso nei confronti di queste persone. Se io penso alla nostra realtà, quella anche italiana, il tema della migrazione è sempre esistito. Il migrante non può essere visto oggi come un nemico, il migrante fa parte della storia, e prima o dopo, questa storia ci tocca a tutti. Quindi nel momento in cui tu accogli, metti in atto intanto una cosa bellissima, che è il tema dell’ospitalità, e la sacralità dell’ospitalità è per tutti, non è una cosa nostra o di qualcuno. Tutti condividono questa dimensione, o meglio dovrebbero condividerla. Quello che a me ha colpito moltissimo è diventare una figura straordinaria per aver fatto un gesto semplice.

Istinto, cuore, ragione. All’istinto come umana paura dell’altro, del cambiamento e come tendenza alla conservazione, dovremmo rispondere con il cuore e la ragione. Secondo Daniel Pennac è questa la formula per arrivare a dire “Loro siamo noi”. Sei d’accordo?
Sì, sono d’accordo. È vero, loro siamo noi. Però il cuore ha bisogno di essere precedentemente coltivato. Il cuore non si apre ad una cosa di questo genere se prima non c’è un humus che viene irrorato di energie positive. Se noi pensiamo attentamente, una delle cose più tristi, se devo essere sincero, è la narrazione negativa oggi in atto. Ed è una narrazione continua, sempre solo al negativo. Ecco, io invece sono qua, attraverso questo libro, a parlare di una cosa bella, positiva, che si è realizzata. E attenzione, non stiamo parlando di qualcosa che dobbiamo realizzare, ma è una cosa già realizzata, e quindi di una cosa che possiamo condividere e rendere ancora più bella e più utile perché, se diffusa in un certo modo, chiaramente sarebbe un grandissimo beneficio anche per gli altri, per tante altre persone.

Jean-Pierre Vernant ha scritto che “rimanere chiusi nella propria identità equivale a perdersi e a cessare di esistere. Ci si conosce e ci si costruisce mediante il contatto e lo scambio con l’altro. Tra le rive dello stesso e dell’altro l’uomo è un ponte”. Sei stato quel ponte accogliendo quei ragazzi?
Si, ma soprattutto l’occasione di ponti. Cioè non sono solo io. Intanto io voglio chiarire una cosa. Qui non stiamo parlando del professor Calò, stiamo parlando della famiglia Calò, assolutamente. Anche nel libro, alla fine, nell’ultimo capitolo, che è un infinito grazie, non a caso inizio dicendo che non è possibile immaginare una cosa di questo genere da soli. È bello pensare che da soli non si fa nulla. Poi la famiglia, e mia moglie che è stata centrale in un discorso di questo genere, ma anche e soprattutto i miei figli, i quali hanno fatto, appunto, da ponte tra questi ragazzi, che avevano la loro stessa età, e noi genitori, perché comunque noi adesso siamo papà e mamma. Per loro noi siamo papà e mamma. Due mesi fa si è sposato uno dei più giovani e siamo stati invitati come papà e mamma. Non solo, come se non bastasse, la settimana scorsa questo ragazzo è venuto e con un sorriso straordinario mi ha detto “Papà, ti devo dare una bella notizia… diventerai nonno”. Allora se io penso a come sono arrivati, che non avevano nulla, con un sacchetto nero dell’immondizia con dentro il ricambio, e quello che sono adesso, allora dico ma perché non fare questo sforzo e farlo tutti insieme. Non riesco a capirlo. Quindi farò di tutto, infatti il libro è stato tradotto anche in inglese, proprio perché questa voce, questa eco, giunga ovunque. Io sono sempre andato in giro dicendo, anche in Europa, che se ci sono altre proposte io sono ben felice di condividerle, purché vengano portate avanti. Allora, non ci sono le proposte e non viene portato avanti nulla.

Antonio, potresti spiegare in parole semplici il modello di accoglienza “6+6x6”?
Ti ringrazio per questa domanda. Il modello “6+6x6” è più semplice di quanto si pensi. Nasce da un’intuizione ma anche dalla volontà appunto di aprire quell’esperienza, che è stata un laboratorio, ad un modello. Chiaramente, non è la famiglia il punto di riferimento fondamentale. No, non è possibile. La famiglia è l’eccezione che conferma la regola, ma la regola è un’altra. Non può essere la famiglia. La famiglia fa da apripista, fa da stimolatore, certamente, con delle esperienze molto belle e significative. Ci sono state tantissime famiglie che hanno preso uno, due ragazzi. Noi abbiamo esagerato e ne abbiamo presi sei. Poi c’è stato un momento particolare, quando mi hanno fatto cittadino europeo. Inevitabilmente per me è un atto di responsabilità, non è una medaglia da mettersi, è cominciare a pensare che forse potremmo farlo anche in generale. Noi abbiamo pensato che questa esperienza potesse essere traslitterata nei Comuni d’Italia e d’Europa. Io ho pensato che ogni Comune di cinquemila abitanti accolga un nucleo di sei persone, massimo un nucleo di sei persone. Nel senso che non ne arriveranno altri in quel Comune, ma massimo un nucleo di sei persone. Perché io devo creare un nucleo di sei persone che sia gestibile da quel Comune e soprattutto non abbia un impatto di dissociazione, associazione, cioè non socializzazione, cioè di rottura, di frattura tra le persone. Un Comune di cinquemila abitanti massimo un nucleo di sei persone, un Comune di diecimila abitanti massimo due nuclei di sei persone, un Comune di quindicimila massimo tre nuclei di sei persone. Esponenzialmente, se io faccio un conto: sessanta milioni di italiani, cinquecentodieci milioni di europei, l’invasione è già finita. Tra l’altro io mi sono preso la briga di andare a livello nazionale, al Ministero, e dire che io sono disposto, pagato adesso come un docente, non voglio un soldo in più, a girare tutti i Comuni d’Italia e d’Europa e spiegare come si accoglie. Chiaramente no, l’ha detto anche Ernesto Galli della Loggia in un famoso articolo sul “Corriere della Sera” in cui invitava il Governo a prendere il professor Calò come referente per i migranti. Chiaramente finiva l’articolo con “tanto Professore non se ne farà nulla”, e infatti non se n’è fatto nulla. Però io non lo dico con presunzione, lo dico perché su altre cose sono il primo a dire che sono ignorante, e non parlo, ma su questo no. Su questo io posso dire veramente come si potrebbe fare. Quindi il 6+6 è questo. Il x6 è riferito alle figure che sono entrate in gioco in questa esperienza stupenda: il medico, l’avvocato, la psicologa, l’insegnante, l’operatrice e l’assistente sociale. Allora, queste sei figure sono entrate in gioco. Noi li abbiamo pagati con i soldi che ricevevamo dalla Comunità Europea e dall’Italia. I soldi dei profughi andavano non ad arricchire la famiglia Calò, ma andavano a pagare il servizio, perché noi abbiamo immaginato che sei persone fossero utilizzate per sei nuclei nel territorio, ecco il x6 di mezzo! Ci sarebbero stati tutti i soldi per poterli pagare in maniera corretta. Cosa vuol dire questo? Assumere decine e decine e decine di persone, quindi vuol dire che è addirittura una risorsa. È questo il discorso fondamentale, ed io rimango allibito. E allora ho detto, il libro si intitola Si può fare perché, se non vuoi, è perché non vuoi e quindi ti prendi una responsabilità politica davanti all’Italia e all’Europa, ma io ti ho dimostrato che si può.

Il modello Calò, rispetto al sistema nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), si basa sul coinvolgimento dei privati, vero valore aggiunto. Ciò consente di ammantare il sistema di accoglienza di quella umanità di cui abbiamo parlato all’inizio. Credi che questo concetto possa essere assimilato tra la gente?
Se lo spostiamo, come dicevamo prima, sul Comune, non è vero che in quanto realtà pubblica è asettica. Lo SPRAR ha dimostrato proprio l’esatto contrario. Cioè, dove c’è stato lo SPRAR ben fatto, i risultati sono molto simili a quelli della famiglia Calò. Io ho sempre detto che il nostro modello non è altro che uno SPRAR abbellito, con la ciliegina sulla torta, con le figure fondamentali che sono entrate in gioco e hanno accompagnato. Questo è il verbo fondamentale dell’accoglienza, accompagnare. O accompagniamo queste persone, dall’inizio alla fine, o noi i risultati non li avremo mai. La cosa bella è che effettivamente il Comune potrebbe gestire questo nucleo di sei persone e al posto dei genitori, io mi immagino due operatori, però di una età particolare, cioè non possono essere dei giovani, soprattutto se sono riferiti ai giovani che arrivano dal Sub-Sahara, come nel caso dei miei ragazzi. I giovani che vengono dal Sub-Sahara hanno bisogno di figure adulte, non di giovani della loro età, che le vedono come mamma e come papà, dove il padre ha una funzione molto chiara, che è quella di indicare la strada, e la mamma è la mamma, e in Africa la mamma è sacra. Quindi mia moglie ha sei guardie del corpo, e guai a chi si avvicina. Molto importante è la cucina, perché, ma vale per tutti noi, è identitaria nelle persone. Quindi se tu gli dai la possibilità di vivere un’esperienza con continuità, e non a flash, è chiaro che cambia completamente il panorama. La diversità è ricchezza però è diversità e io ho sempre detto ai miei figli “siate orgogliosi di essere africani. Qui nessuno mai vi chiederà di rinunciare alla vostra identità, perché prima di tutto siete africani”.

Antonio, secondo te il contatto riduce il pregiudizio o il pregiudizio riduce il contatto?
È il contatto che riduce il pregiudizio. Noi abbiamo subito degli insulti, delle minacce, sono accadute cose indicibili. Sotto questo aspetto, io ho sempre detto a tutti quanti, venite e vedete. Uno si fa un’idea, e lì entrano in gioco stereotipi, pregiudizi, ma anche i leghisti, anche le persone più lontane, quando hanno incontrato i ragazzi, hanno dovuto ricredersi. Quando loro sono andati a lavorare, a fare il tirocinio professionalizzante, la cosa che mi colpì moltissimo quando andai in giro per tutti questi operatori, questi imprenditori, è che questi mi dissero dove li avessi pescati, perché erano educati, parlavano italiano, sono pronti a lavorare anche la domenica. E io rispondevo che li avevo accompagnati, li avevo conosciuti, li avevo valorizzati. Cioè è l’incontro che fa la differenza. Se non si incontrano le persone, quei pregiudizi resteranno sempre tali.

Hai una tua frontiera interna che vorresti oltrepassare?
Dipende cosa vogliamo affrontare. Una frontiera interiore è certamente la capacità di continuare a condividere, che non è semplice. Però mi sono accorto che quando si è aperta la porta, non la si chiude più. Ecco, questa è la mia interiorità. Adesso vivo in una canonica, con un parroco, caso più unico che raro in Italia, condividiamo tutto, e io e mia moglie continuiamo ad accogliere. Tra l’altro accogliamo italiani. Perché le accuse erano tre: non ve li portate a casa vostra (e noi ce li siamo portati a casa nostra), fate i miliardi (e ho portato in visione tutti i conti e hanno capito che non avevo fatto niente), non prendete gli italiani (e adesso prendiamo gli italiani). Il problema fondamentale è un altro. Sul piano personale, loro mi hanno dato una forza morale, che io non ho più paura di niente e di nessuno. Venirmi a raccontare le storie dell’orso a me no, né a livello nazionale né a livello internazionale. Perché sono anni che studio, che vado nei luoghi dove accadono le cose, che incontro le persone che stanno vivendo e soffrendo. E questo lo devo a loro. Io non pensavo di essere così forte moralmente. Quella forza me l’hanno data loro.

Progetti per il futuro?
Stiamo immaginando che non si può soltanto accogliere, bisogna anche dare la possibilità agli africani di essere orgogliosi di restare in Africa. Io ho messo su un progetto che si chiama progetto di pariteticità tra Unione Africana e Unione Europea, durata trent’anni, perché parlare dell’Africa pensando di voler Cambiare l’Africa vuol dire non aver capito niente, non sapere nulla dell’Africa. L’Africa ha bisogno di tempi molto lunghi. E l’idea è quella di levare pian pianino, di togliere la fonte dell’infinito colonialismo europeo e occidentale in Africa, perché sono cinquecento anni che abbiamo schiavizzato l’Africa in tutti i modi. Quindi, o noi abbiamo il coraggio di decolonizzare veramente l’Africa, o noi avremo sempre più profughi. E faccio una previsione: fra dieci anni avremo forse la vera invasione.

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