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Intervista ad Ariel Toaff

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Ariel Toaff è uno storico, professore emerito presso l’Università BarIlan di Ramat Gan (Tel Aviv) dove ha insegnato Storia del Medioevo e del Rinascimento. Ha pubblicato numerosi saggi, ma Mangialibri ha deciso di intervistarlo per il suo debutto nella narrativa, con un giallo storico pieno di fascino pubblicato per Neri Pozza.



Scrivere un romanzo, anzi un giallo letterario, dopo tanti saggi quanto ti ha divertito? Pur rispettando il quadro storico dei primi anni del 1800, la libertà di lasciar andare fantasia e ricordi è stata una bella sensazione?
Dopo avere scritto oltre venti saggi su argomenti diversi, alcuni dei quali come Pasque di sangue (che ha visto la luce nel 2007, è stato ristampato un anno dopo e tradotto in varie lingue) hanno suscitato vivaci polemiche, ho voluto cimentarmi in un campo per me in precedenza sconosciuto, quello del romanzo, e in particolare del giallo letterario, che da sempre ha esercitato su di me grande attrazione come lettore. Il saggio intende far parlare la documentazione, il cui lungo lavoro di raccolta deve essere accurato e il più completo possibile. Sono i documenti che parlano, anche se vanno scelti e commentati, oltre che presentati asetticamente come esigono le regole di questo genere letterario. Le note a piè pagina sono indispensabili per rimandare il lettore alle fonti e alla loro possibile o probabile interpretazione, mentre l’apparato scientifico è indispensabile per giustificare le scelte o le omissioni. La fantasia in questo lavoro di raccolta non deve inserirsi abusivamente nella documentazione, per quanto fredda e incompleta possa essere. Il romanzo invece consente di immaginare, anche di inventare, quello che non appare nei documenti, i dialoghi, i sogni, le paure, i desideri, anche quelli inconfessati e inconfessabili, in sostanza tutta la gamma dei sentimenti palesi o rimossi. Nello stesso tempo la sua trama non può svolgersi disancorata dalla realtà storica in cui i suoi personaggi si muovono e la documentazione deve essere la base da cui muoversi prima che la fantasia la completi e ne riempia i vuoti. I rimandi autobiografici sono inevitabili, ma il contesto storico ne è lo sfondo necessario per dare credibilità e plausibilità ai personaggi che si muovono sulla scena. Ho accettato la sfida di scrivere un romanzo consapevole del fatto che avrei dovuto entrare in rapporto diretto con realtà esterne e interne che in precedenza non avevo potuto o voluto prendere in considerazione.

Il rinnegato può essere letto agevolmente anche da chi non ha una conoscenza approfondita delle tradizioni ebraiche e i piani di lettura sono molteplici: sentimenti, rapporto padre figlio, un giallo da risolvere, vivere fuori dagli schemi. Hai pensato ad un pubblico preciso di lettori o sei andato d’istinto?
Nel mio romanzo ci sono diversi piani di lettura, da quello ebraico, religioso e tradizionale a quello familiare, da quello italiano in generale a quello toscano e livornese in particolare. I suoi protagonisti non sono prevedibili e vivono volutamente fuori dalle righe: abbandono della vita comunitaria, eterodossia, dissolutezza di costumi, conversione al cristianesimo e ritorno forzato all’ebraismo, aspri contrasti tra padre e figlio, che portano al reciproco disconoscimento, un matrimonio imposto e molti amori proibiti e passeggeri, meno uno che lascia il suo segno, disprezzo per la precettistica ebraica e attrazione quasi irrazionale per la mistica, la Kabbalah, i talismani e gli amuleti. I miei lettori possono essere ebrei o cristiani, laici o religiosi, familiari o estranei, italiani o stranieri, preti o rabbini. Ognuno di loro sceglierà per sé una chiave di lettura diversa.

Il protagonista del romanzo è David Ajash, di famiglia rabbinica. Rabbino sei tu, lo era il tuo papà, come pure tuo nonno. Tanto l’impegno e lo studio, hai mai pensato di fare altro? O come per altre persone che hanno già un cammino segnato in famiglia non ci sono molte alternative?
Volevo fare il rabbino ed ero predestinato a questa carriera, che può definirsi familiare, dato che mio padre e mio nonno (oltre che anche mio figlio primogenito che vive a Milano) hanno abbracciato la carriera rabbinica? Certamente no. Ricordo che quando da bambino e vivevo a Venezia, dove mio padre era allora rabbino, una pittrice che aveva visto i miei disegni aveva chiesto che a loro spese fossi iscritto all’Accademia di Belle Arti. Mia madre era possibilista, ma mio padre rifiutò decisamente. Quella non era la strada che aveva previsto per il suo figlio primogenito. In epoca fascista aveva scelto per me, contro il parere negativo delle autorità locali, ad Ancona e Livorno, il nome ebraico Ariel. Avevano capitolato quando aveva fatto notare loro che D’Annunzio aveva intitolato un suo romanzo, uscito nel 1931, Ariel armato.

Sephirot, Zohar, Berakhot, Kabbalah sono testi di studio che citi nel romanzo. Per un non ebreo possono essere nomi affascinanti, che destano curiosità. In verità cosa sono e soprattutto cosa rappresentano?
La Kabbalah è la tradizione più importante, seppure non la più antica, della mistica ebraica, il cui testo canonico è lo Zohar, composto in un aramaico anacronistico nella Spagna del medioevo. I cabbalisti lo considerano fino a oggi come un testo sacro, scritto nella Giudea del secondo secolo e.v. dal rabbino Simon bar Yochai. Le Sephirot sono le diverse emanazioni di Dio così come sono disegnate in un albero mistico particolare e caratteristico che compare nello Zohar (il libro dello Splendore). Sono le sfere celesti, emanazioni di Dio catalogate e descritte nello Zohar. Berakhot sono infine le benedizioni elencate con i loro diversi testi nella precettistica ebraica.

Si rinnega qualcosa, si è rinnegati da qualcuno. Vuoi spronare i lettori ad avere più punti di vista, come nelle discussioni rabbiniche dove si spacca un capello in quattro per avere più tesi da sostenere?
Il rinnegato, il titolo che ho scelto per il mio romanzo, ha un doppio significato. Infatti, David Ajash, il protagonista, è un rabbino che rinnega le tradizioni ebraiche e le sue funzioni (nonostante suo padre e suo nonno siano stati rabbini stimati e venerati), compone testi ebraici molto controversi e posti all’indice dalla comunità ebraica ufficiale che lo rinnega. A sua volta David per ripicca e probabilmente senza vera convinzione, non credendo in Dio (oggi si direbbe che era un ebreo ateo) rinnega la religione e la comunità ebraica e si fa battezzare.

La serie televisiva israeliana Shtisel, andata in onda su Netflix, ha avuto un grande successo. Secondo te è un mezzo utile per capire come vive una famiglia haredim, molto conservatrice dell’ebraismo ortodosso? Può far riflettere o suscita solo curiosità per un modo di vivere all’apparenza pittoresco?
Questa serie di Netflix ha avuto molto successo anche in Israele, perché descrive bene, anche dal punto di vista umano oltre che dei comportamenti religiosi, l’ambiente ultraortodosso degli haredim, che vivono nei loro quartieri separati con una vita scandita e controllata dai rabbini cui fanno capo e dalle loro figure carismatiche, che costituiscono imprescindibili punti di riferimento.

Se ami la buona tavola, quanto ti manca la cucina tradizionale italiana? E come te la cavi ai fornelli?
Ho scritto anni fa per Il Mulino un libro sulla cucina tradizionale ebraica italiana, intitolato Mangiare alla giudia, che ha avuto molto successo, molte riedizioni anche recenti ed è stato tradotto in inglese. Il libro ha ottenuto due premi internazionali: il Premio Carlo Levi di Aliano e il Premio Langhe Ceretto di Alba. Amo cucinare e i miei commensali sostengono anche che lo faccio con successo.

Concludo con una domanda più personale. Nelle tue letture di svago che genere preferisci? I lettori di Mangialibri sono curiosi!
Sembrerebbe una risposta obbligata ma non lo è: amo i gialli letterari. Comunque, fino ad oggi non disdegno i saggi storici. Ho ora sul mio tavolo La povertà degli ebrei. Voci dal Ghetto di Luciano Allegra, pubblicato nel 2021 dall’editore Silvio Zamorani di Torino.

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