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Intervista a Alessandro Bergonzoni

altChi è Alessandro Bergonzoni? Non sei facile da definire... E' uno scrittore, e questa non è una cosa brutta da dire, forse poco elegante… sembra che l’Italia sia fatta solo di scrittori e di pochi lettori e la parola scrittori certe volte è usata anche in senso negativo… Diciamo che sono un lettore che ha smesso di leggere da poco perché materialmente appena prendo un libro in mano lo riappoggio subito dopo e comincio a scrivere. Non è un alibi, non è una scusa, non è una fuga né gelosia è golosia nei confronti della scrittura. Mi sono messo a leggere solo cataloghi d’arte ultimamente, da quando dipingo: ho fatto la prima mostra a Napoli alcuni mesi fa e sono assetato di non romanzi, di non gialli che amo poco, ma piuttosto cerco biografie di pittori… Quindi in un certo senso più che leggere ora guardi le figure… Da un lato direi di sì, ma ci sono anche delle bellissime biografie come quella di Marcel Duchamp che per me valgono mille gialli, millecinquecento libri dell’ultima era. Come scrittore sono onnivoro, ossessivo, compulsivo, impulsivo, faccio questa scrittura che si chiama 'writing-painting', ho più di 30-40 quaderni che riempio in continuazione di parole, ma che non leggo sistematicamente e che vado a rivedere qualche volta, cercando delle frasi, delle zone, per vedere anche dopo anni cosa il mio inconscio ha scritto. Credo che la forma più spirituale che la scrittura possa avere è quella dell’essere posseduti, la scrittura ti possiede e decide cosa farti scrivere, è una forma medianica. Nel writing-panting accade un po’ questo, bisogna lasciarsi prendere da questo vortice di cui le parole sono solo la punta dell’iceberg. Le parole possono essere un limite? Sì, soprattutto quando sono fini a se stesse, quando tutti vedono solo il rebus, il calembour, il nonsense, la loro fattezza non artistica, non trascendentale; non sono un limite quando le parole diventano architettura di pensiero, di idee e quando possono diventare arte. Sei celebre per i tuoi giochi di parole, è una fama che accetti o un'etichetta che ti va stretta? Io non gioco con le parole, sono loro che giocano con me: è un discorso di trascendenza, ma parlare solo delle forme, dei vocaboli, dell’organizzazione della parte esterna di un lavoro porta a credere che lo scrittore sia uno che ha sempre delle parole, mentre lo scrittore è informe, così lontano dalla parole, dai significati in sé per sé, così sparato quando genera. Bisognerebbe parlare di un alfabeto muto, di essenza di concetti, di creatività; usiamo queste parole abbiamo il coraggio di parlare di fantasia, anzi tolgo la parola creatività, quella lasciamola ai pubblicitari, sotto alla parola deve esserci rivelazione. Lo scrittore non deve essere modesto: chi lavora con questa materia, anzi questa anti-materia che è la scrittura non deve avere nulla di modesto, deve pensare alto ed altro. Il fatto che poi ci riesca o meno o che ciò che crea sia sublime o indecente lo decideranno i posteri, gli anni, i karma e forse le vite, ma non si può poggiare sulla rampa di lancio che tutti vedono, cioè televisioni, giornali e gossip. Lo scrittore non nasce lì, non vive lì, non vive nei festival, non vive neppure nell’ambito del suo tavolino mentre scrive, sono altri i tavolini, altri gli orizzonti, le latitudini. Una volta il filosofo era un letterato, era un matematico: oggi siamo arrivati a una eccessiva specificità del campo di interesse, chi si intende di lenti di occhiali, di diottrie non sa capire chi ha un problema dove appoggia l’occhiale sul naso. Nessuno sa dirti niente che non riguardi l’estrema specificità… non è pensabile che uno che lavora sull’occhio non tenga conto del naso, questo per fare un esempio estremo. Con la fantasia si lavora sull’economia, senza filosofia e arte non si va da nessuna parte. Nessuno parla più anima, di spiritualità, un concetto che dovrebbe far parte del nostro vocabolario. La spiritualità, indipendentemente dalla religione dovrebbe essere un punto di riferimento costante, come disse il Dalai Lama quando andò a San Marino a parlare agli industriali: "Volete parlare di essenza etica del lavoro? Non potete non parlare di spirito". Io non sono per la monoteicità dell’antroposofia degli steineriani o del mondo orientale, non ne posso più di pensare che la scienza è una e che le risposte che dà sono le uniche. La cultura abita i festival? Il problema è negli spettatori, non tanto in chi organizza questi eventi, in chi prepara la torta: è chiaro che lo fa al meglio, con la panna e le ciliegine, ma gli spettatori che per la durata delle manifestazioni si nutrono di dolci e cioccolata come fanno a poi a casa a mangiare amaro? Non si può ascoltare la moglie di Tiziano Terzani e poi tornare alla quotidianità e non cambiare niente nel rapporto che abbiamo col mondo e le persone. La cultura di festival non c’è, tu spettatore devi cominciare a far parte della cultura, devi cominciare a votare e non solo alle urne, ma tutti i giorni, non lasciando scorrere l’acqua mentre ti lavi i denti al mattino, facendo la tua scelta quando vedi un handicappato, quando pensi a Piergiorgio Welby. Fai una riflessine su cosa significa la vita, la morte, rifletti. Chiedo allo spettatore che mentre si lamenta faccia un’azione di anti-lamentazione e cominci a fare una ricerca in sé stesso, investirei nella ricerca personale. [elena torre]