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Intervista a Ayelet Gundar-Goshen

Raggiungiamo telefonicamente Ayelet Gundar-Goshen, affermata scrittrice israeliana, presente all’edizione 2022 di Pordenonelegge. Prima di iniziare l’intervista ci ha detto che viene in Italia ogni estate per godere della grande cultura e delle tante bellezze del nostro Paese. Non a caso l’avevamo già incontrata e intervistata due volte prima di oggi (potete leggere tutto qui in basso). Psicologa clinica e insegna alla Tel Aviv University e all’Holon Institute of Technology, ma in gioventù ha lavorato nella redazione del quotidiano “Yedioth Ahronoth” e ha studiato sceneggiatura presso la Sam Spiegel Film and Television School di Gerusalemme.



Sei a Pordenonelegge 2022 per presentare il tuo romanzo Dove si nasconde il lupo, tradotto da Raffaella Scardi. Solitamente conosci o collabori con i tuoi traduttori?
Sì, Raffaella la conosco personalmente per il mio precedente romanzo Bugiarda e ho avuto una bellissima esperienza con lei. Questa volta ho voluto che tutti i traduttori di questo romanzo venissero a Gerusalemme per incontrare la gente e conoscere la storia israeliana e per far sì che questo romanzo prendesse davvero vita in varie lingue.

La Silicon Valley californiana dove è ambientata parte del tuo romanzo quanto somiglia o differisce dalla Silicon Wadi di Tel Aviv?
Tel Aviv è molto concentrata sull’hi-tech, ma per gli israeliani la Silicon Valley californiana ha un’aura dorata. Paragonando la corsa all’oro degli americani, per gli israeliani la corsa all’oro è andare proprio lì a sviluppare idee nuove. Però, come accade nel romanzo, anche i sogni possono diventare degli incubi.

Scandagli l’animo dei personaggi in profondità, per metterne in luce pensieri, contraddizioni, timori difficili da confessare e soprattutto domande non fatte, specie in questo ultimo romanzo. Questa preziosa capacità deriva dalla tua esperienza di terapeuta?
Penso che il ruolo del terapeuta sia molto simile a quello dell’autore. Lo scopo di entrambi è capire chi ci sta di fronte e non quello di giudicarlo.

Le radici israeliane nel romanzo sono declinate in modo differente per Lilach, Michael, Uri e il giovane Adam: secondo te oggi ha ancora senso parlare di aliyah, di ritorno?
Nelle ultime due generazioni c’è stato un cambio nel modo di sentire degli israeliani. Mentre prima il sogno era quello di tornare nella terra promessa, nella Gerusalemme d’oro, oggi non è più così. I luoghi verso cui si sogna di andare sono cambiati. La nuova terra promessa è la California o città come New York. Se prima c’era il desiderio di ritornare, ora i giovani sperano di andare via.

Adam è un giovane che vuole integrarsi, è bullizzato, riesce però a trovare sicurezza con i duri allenamenti di krav maga di Uri. Quanto, secondo te, è affascinante un soldato o un agente del Mossad agli occhi dei giovani e non solo?
Penso che per ogni israeliano il ruolo del Mossad e dei soldati rappresenti il simbolo di essere diventati veri uomini e ogni sedicenne farebbe di tutto per raggiungere questo scopo e sentirsi parte di qualcosa di più grande. Ogni madre, invece, non vuole che il proprio figlio diventi un soldato, desidera tenerlo al sicuro, lontano dagli scontri e questo genera un grande conflitto.

Nell’attentato alla sinagoga nel romanzo muore la giovane Lia Weinstein, Jamal Jones muore ad una festa tra ragazzi, collassando per droga. Queste due morti rendono i genitori preoccupati, fragili, diffidenti e il loro sguardo cambia. Per la tua esperienza quanto può essere destabilizzante per un genitore il timore di non riuscire a proteggere i figli?
Penso che la paura di non riuscire a proteggere i propri figli sia la più grande motivazione che spinge a fare molte cose. Si prendano gli eserciti, ad esempio, quando svolgono la funzione di difendere la popolazione e non quella di creare paura.

Concludo facendoti la stessa domanda che ho fatto ad Ariel Toaff. La serie israeliana Shtisel secondo te è un mezzo utile per capire come vive una famiglia haredim? Anche se in Israele sono una minoranza non è certo silenziosa, questa serie può far riflettere o suscita solo curiosità per un modo di vivere all’apparenza pittoresco?
Credo che la letteratura, come il cinema, prendano gli altri quelli che non conosci, che fino a quel momento avevi stereotipato, cercando di renderli umani e più simili a te. È una bellissima serie soprattutto nei riguardi della popolazione ortodossa, con l’intento di abbattere alcune resistenze intellettuali che li riguardano.

Perché le bugie e i bugiardi sono tanto interessanti?
Bella domanda. Credo che all’origine di questo innegabile fascino ci sia la loro ambiguità. Da una parte tutti disprezzano un bugiardo, considerano un grave insulto essere chiamati bugiardi. Il problema però è che tutti siamo dei bugiardi. Ogni persona al mondo dice delle bugie, spesso più e più volte al giorno. È come andare di corpo: nessuno ne parla, sembra che la cosa non esista e invece ci riguarda tutti. Volevo scrivere un romanzo proprio su questo, su di un qualcosa di cui nessuno parla ma che è presente nelle vite di tutti. È così che è nato Bugiarda.

Quella della protagonista Nufar è una storia molto personale, intima, che viene però come “rubata” dai media, dalla polizia, dalla gente e diventa qualcos’altro, qualcosa di enorme. Credi che succeda sempre così quando storie come questa arrivano a noi?
Come una valanga che rotola, con il nostro sistema di comunicazione e informazione, una piccola bugia – anzi tecnicamente non si tratta nemmeno di questo, nel mio romanzo – può scuotere il mondo. All’inizio è proprio come dici tu: un piccolo, trascurabile fatto personale ed intimo, un uomo maleducato che strattona una liceale. Ma in mano ai media Nufar diventa una Cenerentola moderna, un simbolo vivente, una principessa dei talk-show. Ed è un processo inarrestabile, che sfugge di mano a tutti.

Il romanzo è anche la storia interiore di Nufar: che tipo di ragazza è?
È il tipo di ragazza che nessuno ricorda. Di quelle che frequentano la tua stessa scuola, che incontri tutti i giorni per cinque anni e che cionondimeno non noti mai. C’è qualcosa in lei che la rende trascurabile, invisibile. E la domanda è: cosa succede quando una persona che nessuno guarda improvvisamente si ritrova con il potere di attirare l’attenzione di tutti? Per lei diventa come una droga, è una sensazione troppo intensa dopo anni di invisibilità.

L’ultima frase di Bugiarda sembra suggerire che ogni scrittore è un bugiardo…
Certo che lo è. Ma al tempo stesso ogni scrittore è anche qualcuno che dice la verità per professione. Scrive storie inventate, ma le scrive intingendo la penna nell’inchiostro della verità. E così succede che storie inventate trasmettono più verità di una piatta cronaca dei fatti.

Nufar fa la commessa in una gelateria. Qual è il gusto di gelato che ti piace di più?
Sonno assolutamente un tipo da cioccolato. E c’è una gelateria proprio sotto al mio studio a Tel Aviv, ecco come ho iniziato a pensare al mio romanzo. Ogni tanto faccio una pausa, scendo e mi prendo un bel gelato. Così il senso di colpa per non scrivere abbastanza passa subito.

Il tuo romanzo Svegliare i leoni è incentrato su una scelta, improvvisa e terribile, che condizionerà per sempre la vita del protagonista. Capita che la vita ci ponga davanti ad un bivio. Secondo te è in quei momenti, brevissimi e quasi incoscienti, che siamo davvero noi stessi, che è racchiusa la nostra essenza e probabilmente il nostro destino, piuttosto che nella nostra quotidianità?
Siamo convinti di conoscerci bene, che le persone a noi vicine ci conoscano bene, ma la verità è che fino a quando non ti trovi davanti a una scelta decisiva, come quella di Eitan davanti al corpo dell’uomo che ha appena investito, fino ad allora non puoi sapere chi sei veramente.

Torniamo al tuo Svegliare i leoni. Il Dr. Eitan Green e Liat sono una coppia affiatata e consolidata. Eppure, ad un certo punto, sembra siano due estranei che convivono fianco a fianco ed anche la menzogna entra nella loro vita, il fatto di mentire diventa quasi banale. Si può amare una persona nascondendo consapevolmente una parte di sé, e giustificando tale atto proprio in virtù dell’amore che si prova per l’altra persona?
Vorremmo che la persona che amiamo conoscesse tutto di noi, fino alla parte più intima e recondita. Al tempo stesso, la nostra più grande paura è proprio di rivelarsi, denudarsi completamente e mostrare quello che siamo senza più veli. E non c’è niente come l’amore che possa resistere a tanta verità e tanta menzogna insieme.

Ad un certo punto del romanzo affermi che Adamo ed Eva non scoprono la propria nudità e quindi la propria fallibilità mangiando la mela, ma scoprono quella di Dio. Credi che la delusione nei confronti di chi ci ha preceduti sia una tappa fondamentale, non solo nel rapporto genitori e figli ma anche a livello sociale, i giovani nei confronti dei più anziani? E che quindi sia necessaria un’educazione al perdono e all’accettazione, dei propri e degli altrui difetti, specie in questo momento storico che ci vuole perfetti e senza debolezze?
Ognuno di noi ha dentro di sé un predatore, un leone. Anche le persone più aperte, colte, liberali hanno un leone dentro di sé, forse sono riuscite ad addomesticarlo, ma è lì che sta dormendo ed è pronto a svegliarsi. Non esiste la perfezione in nessuno di noi ed è meglio prendere coscienza che in noi vive un predatore, per saperlo intercettare prima che ruggisca. Credo che questa sia l’autoeducazione necessaria per ognuno, oggi ancora di più.

Non possiamo non parlare della diaspora eritrea e di come noi tutti, alla fine, ci comportiamo come il Dr. Eitan Green da bambino, quando solleva una pietra scoprendo un mondo brulicante che prima gli era totalmente sconosciuto o come quando è incuriosito e disgustato da una realtà fatta di miseria e dolore. Ci puoi parlare di questo dramma rendendocelo più vicino, cercando di illuminarci, puntando il riflettore su queste vite che rimangono troppo spesso nell’ombra?
Ho scelto di parlare dei migranti eritrei perché queste persone sono come trasparenti agli occhi del mondo, come se non esistessero, come se non avessero un nome. E al tempo stesso, quando pensiamo ai migranti, dentro di noi vogliamo vederli come persone pure, giuste, dei santi, vittime ideali, invece non può essere così. Come chiunque, se devi sopravvivere, sei pronto a tutto pur di farlo e quando sei pronto a tutto non sei necessariamente una persona buona. Nel romanzo, finché Sirkit è la vittima, finché si comporta secondo le nostre aspettative, è facile essere empatici con lei, ma quando inizia a comportarsi meno bene, allora improvvisamente emotivamente ci allontaniamo da lei dimenticandoci che è la stessa Sirkit di prima, migrante, senza niente, senza diritti, che vive nella miseria.

I LIBRI DI AYELET GUNDAR-GOSHEN