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Intervista a Beatrice Salvioni

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Classe 1995, Beatrice Salvioni ha voluto e saputo coltivare la propria passione per la scrittura: dopo essersi laureata in Filologia moderna e aver frequentato la Scuola Holden, ha vinto, nel 2021, il Premio Calvino. Trascinato dall'intensità dell'emozione provocata nei lettori dalla storia narrata, il suo romanzo d’esordio è diventato un vero e proprio fenomeno letterario, uscito in contemporanea in tutta Europa. Incontriamo questa ragazza spontanea e diretta, prima di una presentazione al Salone del Libro di Torino 2023, dove è arrivata, ci confessa, piuttosto frastornata.



Come stai vivendo il successo, anche mediatico, del tuo libro La malnata?
In realtà sono un po’ terrorizzata. Forse non ho ancora realizzato bene cosa sta succedendo, perché non me l’aspettavo a questo livello. Il mio grande sogno era trovare qualcuno che dicesse: “Questa storia merita di essere letta”. Quindi trovare qualcuno che decidesse di fidarsi, di rischiare, di prendersene cura. Sono grata di aver trovato le persone giuste: è loro il merito di tutto quello che è successo dopo. C’è stato un incrociarsi di condizioni, però il mio lavoro si è fermato alla fase di scrittura. Il resto è straordinario anche per me.

A che cosa è dovuta, secondo te, l'ottima accoglienza di pubblico e di critica riservata al libro?
Questa domanda, forse, sarebbe da fare alla mia agente, che ha messo in moto tutto il processo. Io credo che questa storia piaccia perché affronta temi universali: i lettori possono identificarsi e condividere le esperienze dei personaggi. La cosa più bella è quando le persone mi abbracciano e mi dicono che hanno amato la storia in sé, o che hanno amato un certo passaggio perché lo hanno vissuto anche loro, e si sono identificate, o che si sono emozionate perché ne hanno sentito il racconto da altri.

Qual è l’idea centrale su cui hai lavorato?
Il rapporto fra due ragazze e la voce. La necessità di trovare un modo per far sentire la propria voce, nonostante qualcuno ti dica che sei sbagliato. Il fatto di essere “malnata” — che all’inizio è un’accusa, è una colpa, un peso da portare — e la condanna a non trovare mai il proprio spazio, in realtà, poi diventano un pregio, un premio. Essere malnati significa saper guardare il mondo in modo diverso da come ti insegnano a guardarlo, saper trovare una strada da seguire e trovare un’identità nonostante il rumore di sottofondo. Essere malnati oggi è bello.

In quale delle due protagoniste, Francesca e Maddalena, ti identifichi maggiormente?
Da ragazzina sono stata molto più Francesca, spaventata da tante cose, ossessionata dal voler essere la “brava ragazza” a tutti i costi, per questo desiderio — che abbiamo un po’ tutti — di essere, anche se in modo sbagliato, la versione migliore di se stessi, ma per gli altri, non per noi. Solo più tardi ho imparato, a poco a poco, ad essere più Maddalena, un po’ più “malnata”. Adesso credo di essere il giusto mix fra tutte e due.

Tu ci trasporti in un mondo, Monza, e in periodo storico, il fascismo, che non è il nostro, eppure, nello stesso tempo, sovrapponibile per alcuni aspetti…
Ho pensato di ambientare questo romanzo a Monza perché ho potuto applicare la geografia della mia infanzia ai percorsi di Francesca, che sono stati un po’ i miei da bambina, con i giochi che facevo di nascosto perché mi dicevano essere pericolosi — l’unica mia forma di disubbidienza. Quanto al periodo storico, sono convinta che permetta quella distanza con l’oggi che “illumina” il presente. Il fatto che si raccontino gli stessi problemi e le stesse vicende ambientate in vari periodi, significa che queste sono storie necessarie. Il femminismo non è una partita di palla prigioniera maschi contro femmine, è una sorellanza universale, è dare voce a chi è considerato fuori contesto, fuori posto o fuori dalla norma.

A questo proposito, il tuo romanzo verrà tradotto in più di trenta lingue, anche in paesi dove l’emancipazione femminile rimane difficile e le donne devono ancora conquistare i loro diritti: come immagini verrà letto, ad esempio, in Turchia?
Penso sia fantastico! Tra l’altro, saputo da poco che il contratto è stato venduto anche in Arabia Saudita: non me l’aspettavo assolutamente. Sembra assurdo, ma forse è la cosa più bella, perché se davvero, lì, riesce a raggiungere delle persone, a far sì che si interroghino su alcuni temi, per me è già una vittoria. Sono forse più contenta di questa “conquista” che di altri aspetti.

Rispetto alle generazioni precedenti e ai condizionamenti che, in un modo o nell’altro, hanno indirizzato le vite delle bambine, delle ragazze e delle donne, credi che le trentenni di oggi sappiano essere madri diverse?
Spero di sì, ma credo che essere madri sia una delle cose più difficili al mondo, come del resto essere padri: avere qualcuno da aiutare a crescere come essere umano. Forse adesso ci può essere più attenzione nell’evitare di instradare la vita dei propri figli in un certo modo; c’è più consapevolezza che il modo migliore per crescere un umano felice, è fargli capire che può essere quello che vuole. Quindi, forse, in quello, sì, le madri di oggi sono diverse, ma credo anche che tutto dipenda dall’individuo, da come sei tu, e dal capire che la cosa migliore per crescere un figlio è crescerlo libero.

So che è prevista una serie tv tratta dal tuo romanzo, che ha un finale aperto: ci sarà anche un seguito?
Confesso che in un primo momento non immaginavo che la Malnata potesse ritornare: anche se è sempre con me, mi ritenevo soddisfatta. Poi ho riflettuto e penso che sì, probabilmente ci sarà un seguito.

I LIBRI DI BEATRICE SALVIONI