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Intervista a Benedetta Palmieri

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Benedetta mi risponde da Napoli, città in cui è nata e con la quale ha un legame profondissimo, di cui parla nei suoi libri. Il suo ultimo romanzo è la storia di una donna che cerca di emergere dalla depressione dopo aver scoperto che il grande amore della sua vita si è suicidato. Tra me e Benedetta si instaura fin da subito una conversazione aperta e personale in cui lei mi racconta i retroscena del suo nuovo libro e della sua scrittura.



Il tuo primo libro I funeracconti, è stato pubblicato circa dieci anni fa. Da dove è nata l’ispirazione per il tuo Emersione e perché questo iato temporale?
La motivazione è nata proprio dal tempo in cui non ho scritto. Sono stati anni complicati per me rispetto alla scrittura. Il mio nuovo romanzo ha come protagonista una donna che si trova in uno stato di non vita, ed è stato il mio modo di raccontare certe mancanze che ho vissuto in questi dieci anni. Non è un romanzo autobiografico, ma nasce da una profonda vicenda emotiva personale.

I funeracconti esplorava il tema della morte in diverse declinazioni. Nel tuo secondo libro racconti l’esperienza del lutto. Ci vuoi raccontare qualcosa di più sul ruolo che questi temi rivestono nella tua scrittura?
Credo che la morte sia il vero grande tema della vita, nella misura in cui dà e toglie senso: senza la morte non sapremmo vivere, con la morte abbiamo sempre questo fiato sul collo della fine. È un tema che mi è molto caro, sia da un punto di vista della riflessione personale – ho sempre pensato molto alla morte, sia altrui che mia – che da un punto di vista creativo. Nel primo libro, I funeracconti, mi ero avvicinata al tema in modo più fantasioso, grottesco e creativo. Nell’ultimo libro, Emersione, la morte si presenta nella sua veste più realistica e concretamente dolorosa, in particolare nella forma del suicidio che è forse la più drammatica perché c’è il discriminante della scelta volontaria. Eppure, la protagonista ritorna lentamente alla vita: qui il lutto e il dolore hanno un senso, sono qualcosa di cui si può far uso. Penso che nella vita non sia sempre così.

Tu vivi a Napoli e, in Emersione, accenni a un modo particolare di vivere la morte da parte dei napoletani: “La morte che crediamo di distrarre e di allontanare col caos, col rumore, col disordine, ma che invece non facciamo che nutrire quotidianamente”. Ci vuoi spiegare meglio questa duplice relazione con la morte?
La mia impressione è che l’istinto al caos, al rumore e al colore di questa città sia un modo di esorcizzare la morte, con la quale esiste un rapporto molto stretto. Una frequentazione quotidiana che ha origini culturali: dall’usanza di adottare i teschi (le capuzzelle), a quella di erigere edicole votive e altarini ai defunti. C’è un certo fatalismo napoletano, una consapevolezza della morte che forse deriva da vicende storiche o alla vicinanza di un vulcano attivo che porta ad assimilare inconsciamente la precarietà della vita. Questo fa sì che ci sia un’aria mortifera, camuffata da una vitalità burrascosa.

Uno degli elementi principali di Emersione è il racconto della tristezza della protagonista. A un certo punto scrivi: “Anche la mia passione per la tristezza non comprendevi. Una tristezza che non è mai passata, è humus, strato sotteso a tutto il resto. Una tristezza del vivere, del vedere e del sentire, un sentimento neppure tanto latente di solitudine e incertezza che mi tengo stretto. [...] Tu negavi la tristezza e guarda che fine hai fatto”. Ci vuoi parlare di questo rapporto antitetico fra tristezza e spinta vitale dei due protagonisti?
La scelta di soffermarmi sulle emozioni della protagonista, in particolare la tristezza, deriva dalla consapevolezza che bisogna dare casa ai sentimenti che proviamo perché negarli può essere dannoso. Nel caso dei miei personaggi, ho la sensazione che lui non abbia mai dato spazio a un sentimento che poi è esploso in maniera violenta e definitiva. È come se lui avesse ricoperto la tristezza con una spinta vitale solo esteriore, con un piglio determinato e deciso che poi si rivela inconsistente. Lei, invece, vive la propria tristezza e in questo modo la stempera e riesce a sopportarla. Si fa sempre un po’ amicizia con i sentimenti che si provano, anche quelli dolorosi. Personalmente, provo quasi affetto per questi sentimenti che sono, tutto sommato, pacati: la tristezza non è il dolore, è un’emozione meno violenta e quindi più tollerabile. Credo che la tristezza aiuti a cogliere il lato negativo delle cose e ad affrontarle, invece di nascondersi dietro a una finta allegria.

Il tuo libro è interamente narrato dal punto di vista della protagonista, nei cui pensieri trascorriamo tutto il tempo del romanzo. Vuoi raccontarci il perché di questa scelta stilistica?
Mi piace scrivere in prima persona. Mi fa sentire immediatamente vicina a quello che scrivo, anche quando non si tratta di esperienze autobiografiche. Cerco sempre di scrivere qualcosa che mi interessa o mi incuriosisce: ci metto del mio, e scrivere in prima persona mi permette di farlo. Ho scritto un libro in cui la trama riveste un ruolo marginale, quasi tutto succede interiormente e gli unici veri movimenti derivano dal flusso dei pensieri della protagonista e dal mutare delle sue sensazioni. Scrivendo in terza persona non avrei potuto cogliere queste sfumature di sentimenti che evolvono in maniera impercettibile.

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