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Intervista a Benjamin Lacombe

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Benjamin Lacombe, eclettico illustratore francese, massima espressione della grafica moderna, è a Milano per un tour promozionale e sta autografando le copie delle sue ultime sue pubblicazioni. Lacombe è un uomo giovane, intraprendente, interessante e, come ho poi scoperto nel nostro breve incontro virtuale, anche molto sensibile ai problemi sociali. Disponibile e gentile, mi fa pensare a Lewis Carroll che, come lui, mentre raccontava le storie disegnava. Conoscevo lo spessore e la genialità della sua arte, ma mi rendo conto che Lacombe è molto di più. È una persona libera, sensibile e profonda, attenta alle tematiche attuali, giustamente fiera del fatto che la sua arte contribuisca alla divulgazione della cultura. Ci siamo dati appuntamento alla sua prossima visita in Italia, che speriamo sia a breve.



Hai definito Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll il tuo “libro dei sogni”. Cos’ha di particolare questa storia?
Questa storia l’ho letta quando avevo circa undici anni e sono rimasto affascinato dall’intensità e dai diversi livelli di lettura forniti. Si tratta di una storia composta da personaggi con più sfaccettature che si potrebbero definire “tridimensionali” e che non sono solo buoni o solo cattivi, perché nulla è solo bianco o solo nero. Questo significa che non esiste un eroe reale o un diavolo reale e questa è una cosa molto interessante, forse anche inquietante, ma sicuramente molto intrigante. Ed ancora più interessante è il fatto che tutte le storie che compongono quella di Alice sono una sorta di metafora della realtà, come per esempio la sua trasformazione: questa ragazzina esplode come donna, le gambe e il corpo si allungano e cambiano dimensione. Si potrebbe pensare anche al colore rosso utilizzato nelle illustrazioni come a una grande metafora dell’inizio del ciclo mestruale, la trasformazione della bambina in donna.

Dove hai tratto l’ispirazione per disegnare la tua Alice?
Ho voluto creare una Alice che sarebbe piaciuta a Lewis Carroll e ho illustrato una bambina dallo sguardo enigmatico che si trasforma e assume le connotazioni di una donna, restando sempre bambina. Molte teorie affermano che la piccola Alice sia stata ispirata dalla secondogenita dei signori Liddell (Henry Liddell era il rettore dell’Oxford college in cui lavorava Lewis Carroll), la bruna Alice Liddell, ma ci sono anche altre due biondissime bimbe che si “contendono” questo titolo: Mary Hilton Badcock e Beatrice Henley. Ho considerato dunque le loro foto, scattate dallo stesso Lewis (si trovano alla fine del primo libro) combinandole tra loro per creare l’Alice che secondo me lui avrebbe preferito. È notevole il fatto che in tutta la storia non ci sia mai un vero cenno alla sessualità: Alice non ha mai un interesse amoroso all’interno della storia e forse questo è quello che fa pensare alla complessità del personaggio che era Lewis Carroll, che mi ha sempre attirato molto.

Perché hai illustrato lo stesso Lewis Carroll come un bambino malinconico?
Trovo molto interessante non solo il periodo in cui è stata scritta la storia di Alice che è l’epoca Vittoriana, ma anche la personalità di Lewis Carroll, figura che, come dimostra la sua arte, era ossessionata dal capovolgimento e dagli specchi, che usava per evitare gli sguardi diretti dei suoi interlocutori (la sua opera Jabberwocky può essere letta soltanto attraverso uno specchio). In qualche modo ho voluto raccontare qualcosa della storia di Lewis Carroll, perché Alice nel paese delle meraviglie è un po’ uno specchio della sua realtà; si potrebbe definire la riflessione della sua anima. L’ho fatto attraverso le prefazioni che troverete all’inizio dei due libri di Alice, le lettere (le uniche sfuggite al fuoco appiccato da Mrs. Liddell) tratte dalla sua corrispondenza con alcune bambine e qualche foto scattata da Carroll, o dei disegni realizzati dallo stesso autore. Una personalità ambigua e particolare, dunque, in conflitto con sé stesso e con la realtà che lo circondava. Basti pensare, per esempio, che aveva problemi di balbuzie quando parlava con gli adulti e pertanto difficilmente si relazionava con loro. Al contrario, quando stava con i bambini, parlava fluentemente e aveva con essi un rapporto confidenziale perché si sentiva libero e tranquillo. Nel suo lavoro, quello di professore di matematica, vestiva rigorosamente di nero, era molto serio e impostato, ma nel suo intimo era un grandissimo scrittore, un artista geniale, anche un po’ matto, un fotografo e poeta libero da ogni imposizione. In realtà, però, noi non sappiamo nulla di lui, la sua storia è come sepolta in una spessa coltre di silenzio, come non sappiamo nulla nemmeno di Alice. Possiamo soltanto intuire le loro origini e la loro classe sociale. Ciò che vedi insomma è una persona carismatica ed eccezionale e non sai nulla né di lui e né dei personaggi che egli racconta, che tanto lo rappresentano e che fanno parte della sua vita. Sicuramente era una persona molto malinconica ma aveva tanta energia da esternare.

Alice nel paese delle meraviglie secondo te è un libro per bambini?
Non è assolutamente un libro per bambini. Esistono diverse versioni di questa storia ma nessuna di queste è destinata ai bambini, se non una delle ultime che si potrebbe definire la versione dei piccoli. Il primo esemplare risale al 1865 e sei anni dopo abbiamo anche una seconda versione prima di arrivare alla pubblicazione del manoscritto che noi tutti conosciamo. Solo dopo queste versioni per adulti, giunge quella destinata ai più piccini. Alice nel paese delle meraviglie è un’opera con diversi spunti reali e, nonostante abbia una bambina come personaggio centrale, in realtà è la raffigurazione dell’itinerario di un’anima adulta complessa e tormentata.

C’è qualcosa che cambieresti nella storia di Alice?
No, non cambierei assolutamente nulla, perché Alice è perfetta così. In passato ho diretto una collana di libri di fiabe famose, qualcuna di queste leggermente rivisitata nel contenuto. Le fiabe sono in qualche modo lo specchio della società e delle sue “regole” non scritte, trasmettono (e indirettamente costringono) le imposizioni del cristianesimo e del patriarcato. In queste società la donna è vista bene soltanto in un contesto familiare come brava moglie e brava mamma e quello deve essere il suo unico obiettivo per essere considerata “per bene”. Una donna sola è giudicata strana, mentre, se accompagnata da un uomo, è ritenuta di forte personalità. La donna, dunque, si mostra come una sorta di oggetto da riproduzione e in quasi tutte le storie, il finale è sempre lo stesso: il matrimonio e tanti figli. In Mignolina, per esempio, la fiaba di Hans Christian Andersen illustrata da Marco Mazzoni, è stata modificata l’ultima frase. Con Mazzoni abbiamo preso questa decisione, considerando quella di Mignolina una storia femminista perché, nonostante le sue piccole dimensioni e la sua fragilità, la giovane rincorre la sua libertà, allontanandosi dalle figure negative. Purtroppo il finale nella versione classica è sempre lo stesso, il matrimonio. Per questo motivo lo abbiamo voluto cambiare, in modo che possa essere trasmessa l’idea che una ragazza coraggiosa e determinata come lei deve essere libera di fare le proprie scelte, anche se queste non la portano necessariamente a sposarsi. La fiaba può influire nelle scelte del suo pubblico, specialmente perché è letta in piccola età e può essere una guida nella crescita personale. Dobbiamo valicare i pregiudizi e i loro limiti, la mentalità si deve evolvere. In Alice non abbiamo modificato nulla, perché lei è forte, determinata, ha un carattere deciso e incisivo, è intelligente e non permette a nessuno di dirle cosa deve fare.

Le tue illustrazioni, a parte quelle di alcuni libri che sono innegabilmente rivolte ai bambini, sono destinate agli adulti. Qual è il valore aggiunto che le immagini hanno in un libro specialmente nei confronti degli adulti?
Nel diciannovesimo secolo, nell’epoca vittoriana, c’era una tradizione di bellissimi libri illustrati che non erano affatto per bambini, ma per adulti. Ma è anche vero che molti capolavori non sono illustrati e il “mercato” della letteratura interessante senza immagini non è facile. Per questo ho iniziato a illustrare alcuni romanzi della letteratura classica, iniziando dai Racconti macabri di Edgar Allan Poe. Siamo una generazione social che vive di immagini che si sostituiscono alla parola, che esprime la propria personalità con le immagini, scatta foto in continuazione, scrive i testi con “emoticons”. Perché non farlo dunque anche con i libri? Le immagini riescono a trasmettere emozioni che le parole non riescono a dare. Illustrare propriamente un libro significa dire la stessa cosa con un valore aggiunto in un modo diverso, come fosse una seconda voce. In Madame Butterfly per esempio il testo è un intimo pensiero, una sorta di integrazione, che esprime l’emozione di Pinkerton, il quale si sente in colpa per quello che ha fatto alla sposa giapponese. Le immagini invece, sono il punto di vista di Madame Butterfly e trasmettono con forza il dolore che la donna ha provato per l’abbandono del suo sposo americano. Inquadrano il dolore immenso che l’ha lacerata e le danno voce. Testo e immagini si completano e si fondono e queste ultime raggiungono livelli che il testo non può raggiungere. Molti mi chiedono perché voglia illustrare libri dei quali si conosce a livello mondiale il contenuto, ma rispondo loro che la realtà è un’altra. Molti adolescenti, per esempio, mi fermano e mi dicono che hanno letto Notre Dame De Paris di Victor Hugo solo perché l’ho illustrato, a loro dire, magnificamente.

Come pensavi il tuo futuro quando hai disegnato il libro per bambini Cerise Griotte?
Non immaginavo nulla di tutto quello che è arrivato dopo. Era il saggio finale di una scuola artistica che frequentavo ed ero molto contento del risultato. Questo libro nasce nell’ambito di un progetto a conclusione degli studi, il primo, a livello professionale, che dovevo presentare come tesi nella scuola d’arte che frequentavo. Raggiunti i diciotto anni vivevo solo, dovevo preoccuparmi di me stesso, pagarmi le spese e dovevo darmi da fare per mantenermi. Non ero molto soddisfatto di quello che stavo disegnando, iniziavo dei progetti che poi lasciavo perdere, fino a quando ho avuto l’idea di creare un libro per bambini, cosa che non avevo mai fatto. Così nasce Cerise Griotte che ha interessato diverse case editrici, è stato pubblicato anche negli Stati Uniti ed è stato inserito dal prestigioso settimanale “Time” come uno dei dieci migliori libri per ragazzi di quell’anno. Non avevo mai pensato a tutto questo. E anche ripensandoci ora, nonostante abbia pubblicato diversi libri negli Stati Uniti, ritengo che si tratti comunque di un mercato difficile. Il mio obiettivo è sempre stato quello di creare il migliore libro possibile. Punto. Tutto il resto è arrivato dopo e inaspettatamente.

Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?
Ho diversi progetti per il futuro. In particolare una nuova uscita edita da L’Ippocampo, dal titolo La migliore mamma del mondo. Specifico che ho una mamma molto forte, una figura veramente importante nella mia vita e vedo anche amici che hanno adottato i propri figli oppure conosco persone che sono cresciute con due papà o due mamme. Mi infastidisce il fatto che molte persone impartiscano regole su come crescere i figli. Mi infastidiscono quelli che ritengono che un bimbo debba per forza avere un padre, o per forza una madre, oppure criticano coloro che i figli non li vogliono. Mi infastidiscono tutti coloro che dettano legge su quello che è naturale. Già loro sono innaturali con il loro comportamento. Ma cos’è veramente naturale e chi stabilisce questa regola? Esistono molteplici modi per definire la natura, per amare e per crescere i propri figli. Come dice mia madre, che è una psicologa, i bambini possono crescere in famiglie con problemi e diversità, ma è l’amore che detta legge e solo quando c’è amore essi possono crescere bene, a prescindere. In questo libro, dunque, ho voluto raccontare la molteplicità della maternità e illustrarne le diverse sfaccettature.

I LIBRI DI BENJAMIN LACOMBE