Intervista a Bernardo Atxaga

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Come nel Gioco dell’Oca tanto caro a Bernardo Atxaga, tiriamo i dadi sperando di scavalcare con un colpo solo le caselle della barriera linguistica che ci separa e mandiamo le domande via mail, attendendo con trepidazione le sue risposte che pensiamo non saranno scontate. Abbiamo fortuna e la sorte ci è propizia. Le parole di Bernardo non si fanno attendere e non sono semplici considerazioni ma spaziano lontano, proprio come i racconti contenuti nel suo libro Obabakoak, e si dirigono al centro del paese per poi uscirne come tante direttive in cerca di altrettanti racconti sparsi per il mondo. La foto è di Xabier Idoate.




L’oca è una splendida metafora, magari per tutto, ma soprattutto per uno scrittore che deve essere versatile e non chiudersi all’interno di una sola storia come dentro una gabbia volontaria, ma deve essere libero di volare, o razzolare con l’immaginazione, per terra e per aria e cercare il miglior nutrimento per sé. Da dov’è nata l’idea della metafora dell’oca?
Per una associazione di idee. Studiavo a Barcellona e andavo a fare passeggiate nella città vecchia. Lì vedevo le oche, in particolare in un parco della cattedrale, e la mia mente mi portava agli stormi che negli anni della mia infanzia vedevo passare nel cielo sopra la mia città natale. Ne rimasi molto colpito. Tutte le oche in formazione che disegnavano un numero, l’Uno, il Sette, o che formavano lettere, la I, la V, la doppia V. Un’immagine che era nelle mie poesie sin dal principio. Così, per esempio, in quella intitolata Cronaca parziale degli anni Settanta: “(...) Ed era davvero inverno, e c’erano le oche / nel cielo che volavano a forma di doppia V / Ed era il freddo, e la pioggia e lo sciopero generale...”. Poi sono apparse nel mio romanzo breve Due fratelli, il cui ultimo capitolo è narrato da un’oca. Simbolicamente, l’oca è un animale perfetto, perché sa muoversi nei tre ambienti, terra, acqua e aria. Quando ho scritto Obabakoak ho preso il Gioco dell’Oca come struttura narrativa. Come vedi, la mia storia con quegli uccelli è piuttosto lunga. In generale, sono molto attratto dagli animali e, tra questi, soprattutto dagli uccelli.

Per l’occasione sono andato a rispolverare il gioco dell’oca delle mie figlie. Ho notato che le caselle sono state modificate, aggiornate nel tempo. Diciamo che sono state addolcite. Non c’è più il labirinto, ma c’è un ponte, non c’è più il teschio ma un lupo. Se paragoniamo il gioco al linguaggio, potremmo dire che la lingua è stata annacquata, senza quindi troppi colori, troppe sorprese. Anestetizzata. Ed è ciò che, pensandoci ora, accade veramente nei linguaggi moderni. Come se l’intento fosse quello di rendere una lingua meno pericolosa. Che ne pensi?
Il linguaggio ha sempre avuto due funzioni che, in linea di principio, sembrano antagoniste: da un lato nascondono la verità, la occultano, la dissimulano, dicono che il re indossa un abito meraviglioso quando in realtà è nudo, la mistificano e lodano. Prendiamo ad esempio Edward Bernays – vada all’inferno! – che nel 1929 convinse le donne a fumare con un’iniziativa singolare e che fece scalpore. Durante una parata, esibì alcune giovani debuttanti con una sigaretta accesa, usando lo slogan “la fiaccola della libertà” e trasformando quindi la sigaretta in un simbolo. Dall’altro contribuiscono alla menzogna e alla manipolazione, come fecero gli Stati Uniti nel 1954 – complice sempre lo stesso Edward Bernays - contro il Guatemala e a favore della United Fruit Company. Come disse il giornalista Ryszard Kapuściński - che sia benedetto! - gli Stati Uniti hanno usato la propaganda e la forza per schiacciare ed espellere dal paese l’unico presidente non-fantoccio del paese, Jacobo Ardenz, la cui pretesa era di far pagare una tassa minima alla United Fruit affinché i bambini guatemaltechi avessero almeno un paio di scarpe. L’altra funzione è quella di dire la verità ed è giusto che sia così. Gli scritti di Kapuściński stesso ne sono un esempio. E oggi? Come tu sottolinei, la figura più utilizzata è quella che in retorica viene chiamata litote, che significa attenuare, ammorbidire, eludere. Le ragioni per le quali tutto ciò accade sono molteplici. Alcune sono buone. C’è un bisogno profondo di non farci del male, di non essere feriti e di non fare del male a nessuno. L’educazione, le buone maniere, sono protettive, così anche le buone parole: che gli dèi ci liberino da coloro che, con le loro verità, non ci danno tregua! Ma soprattutto, l’attenuazione, la litote, oggi viene usata per tenere lontano da noi tutto ciò che potrebbe disturbare il nostro buon sonno. In politica, che è in debito con la pubblicità, è la norma. Ma si vede anche in letteratura, in quella per bambini, per esempio. Di recente ho pubblicato una storia in cui due anatre punk vanno allo zoo per insultare il leone. Beh, l’editore ha insistito perché facessi attenzione agli insulti, che fossero dunque parole gentili.

All’interno del racconto Nove parole in onore del paese di Villamediana, contenuto in Obabakoak, c’è una frase che mi ha colpito molto. Dice: “Provare pena per una persona è peggio che odiarla”. Avrei detto il contrario. L’odio inaridisce, la pena concima. Forse in heuskera hanno un senso diverso?
No, non ci sono significati così diversi. E anche se ci fossero, sarebbe quasi impossibile da spiegare, dovremmo ricorrere alla filologia. Per quanto riguarda la pietà e l’odio, preferirei che le persone provassero odio per me piuttosto che pietà. Quando ti odiano, è segno che sei qualcosa; quando provano pena per te, non sei niente.

Secondo te questo tempo di chiusura può aver in qualche modo spronato le persone a cercare un linguaggio comune, può aver fatto bene alle lingue minoritarie come l’heuskera?
Umberto Eco, che cito sempre, diceva che la lingua comune, in questo momento l’inglese, va bene per gli aeroporti. Capisco che l’abbia detto con una certa esagerazione, perché leggeva in inglese e in francese. L’unica volta che l’ho incontrato è stato a una tavola rotonda a Parigi e, se la memoria non mi inganna, il suo francese era buono. In ogni caso, la lingua madre - le lingue madri, perché possono essere molte - è insostituibile. Sono in noi, si evolvono con noi, sono la migliore guida per entrare nella nostra vita e nella nostra comunità.

Lo scrittore è un ladro un po’ particolare, perché “plagia” la refurtiva. Ovvero, a mio modo di vedere, non la porta via ma ne ruba la forma. Questo non costituisce un reato, perché fa parte dell’ispirazione, che è un mezzo per allargare i propri orizzonti grazie alla spinta di un aiuto. Perciò, se è vero che i racconti belli sono già stati tutti scritti, è altrettanto vero che che ne saranno sempre di nuovi finché il ladro troverà una via per entrare nelle case dei classici. Sei d’accordo?
Ora che ho quasi settant’anni, mi guardo indietro e vedo che ho scritto di molte cose. Beh, ho scritto anche di plagio. Ho pubblicato un Alfabeto sul Plagio in un libro intitolato Lista dei pazzi. Sono d’accordo, ogni scrittore, ogni artista, è costantemente dentro e fuori le case degli altri scrittori, preferibilmente quelle degli autori classici. Ti porto ad esempio Giorgio de Chirico. Ho appena letto la sua autobiografia che è piuttosto impressionante, e lui lo ripete più e più volte: “Studio o imparo dai vecchi maestri”. Storicamente, era un modo di scrivere, o di dipingere. Nessuno dei classici pensava di essere “originale”, ma pensavano tutti di essere buoni autori. L’originalità, così come l’idea di “genio”, è un concetto romantico. Ma naturalmente non è trascurabile, tanto meno ai nostri giorni, quando l’originalità, la novità, ha un valore economico. Riassumendo, va tutto bene, tranne il furto. Marcial de Limoges lo diceva già quasi duemila anni fa, in una poesia dedicata ai “ladri insaziabili dei suoi libri”, cioè a chi comprava un libro da lui e poi lo diffondeva in giro come se fosse opera sua: “Chi recita le cose degli altri e desidera la fama non deve comprare un libro, ma il mio silenzio”.

I LIBRI DI BERNARDO ATXAGA



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