Salta al contenuto principale

Intervista a Boosta Pazzesca

Articolo di

Incontro Manuela Pinetti e Gianluigi Ceccarelli a Più Libri Più Liberi, la Fiera Nazionale della piccola e media editoria che si tiene alla Nuvola di Fuksas all’Eur di Roma e che in questo 2021, di nuovo in presenza, sta riscuotendo un enorme successo. È giornata di firmacopie. Hanno entrambi occhi cordiali e sorridenti (il resto è mascherina), non certo l’aura degli autori col maglione a collo alto e la giacca sportiva. Entrambi con un background di formazione cinematografica tra sceneggiatura e regia. Li ho voluti incontrare perché so che “conoscono bene” un personaggio che ha destato il mio interesse, quella Bruna Palletta alias Boosta Pazzesca che ha guadagnato un bel numero di fan attraverso la presenza social, il precedente libro e le numerose collaborazioni con giornali e riviste diventando una vera e propria figura mediatica.



L’accoglienza che Boosta Pazzesca, personaggio profondamente romano, ha avuto ben oltre il GRA (Grande Raccordo Anulare) è un dato acquisito, un punto portato a casa: l’idea di fare un sequel, al pari delle serie e dei film, appariva scontata, naturale, necessaria. Ma si sa, il sequel è operazione rischiosa, non facile, suscettibile di autocensure e dubbi. Vi è tremata la penna?
Manuela Pinetti: La verità? No! Scrivere Boosta Pazzesca è ormai da anni una sorta di flusso di coscienza ininterrotto: più o meno tutti i giorni scrivo/scriviamo qualcosa sui vari socialz e pure se poi finisce non pubblicato è per me ormai un esercizio quotidiano guardare il mondo attraverso i suoi occhi e pensare cosa ne direbbe. Certamente la forma del romanzo è più complessa ma avevo talmente chiaro cosa volevo raccontare in Lavoretti che non c’è stata davvero l’occasione di pensare “Il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un’artista”. Sulla serie posso dirti che è un pensiero che faccio spesso, potrebbe essere un buon momento per pensarci seriamente.
Gianluigi Ceccarelli: Non ho avvertito questa pressione, no. Di solito la forza dell’idea “giusta” è più forte di tutto il resto: quando capisci che è quella la storia da raccontare, vai diritto e non ti fermi davanti a niente. L’unica cosa su cui abbiamo cambiato rotta, in fase di gestazione, era l’idea di fare quattro racconti dedicati ad altrettante esperienze lavorative. Serviva il respiro del romanzo, le quattro disavventure andavano collegate. Chi è alle prese con la precarietà lo sa bene: al momento di iniziare un altro lavoro determinato si fa sempre una comparazione con quello precedente. Sarà meglio? Sarà peggio? Quello che ho imparato mi servirà? Poi spegni il cervello e inizi una nuova avventura. Questa è l’essenza della precarietà, e per riprodurla avevamo bisogno di una continuity. Se Lavoretti fosse una serie TV, ogni capitolo sarebbe un ideale episodio, con un suo tema, legato a filo doppio agli altri episodi.

Si ha l’impressione che con Lavoretti si possa inaugurare, dopo la presentazione del personaggio col primo libro, una sorta di saga che ogni volta possa affrontare temi più specifici. In questo caso siamo nel mondo del lavoro. Ma sono ancora tanti gli aspetti della vita e della società con i quali Boosta dovrà confrontarsi. Sta per iniziare un Guère Stellari? Un Breaking Bad (Breching bred direbbe Boosta) der Laurentino?
Manuela Pinetti: Boosta Pazzesca secondo me è pronta a tutto, pure a fare un musical! L’idea della saga non è niente male, per esempio ho un progetto che mi frulla in testa da un po’ che si avvicina molto alle parodie disneyane, tipo "I promessi paperi", non so se hai presente. Essendo Boosta un personaggio che si porta dietro un mondo intero (il Laurentino 38 e tutta la corte di amiche, parenti e vari personaggi ricorrenti e non) è facile piegarlo in una forma narrativa altra. Infatti sia Guère Stellari che Brechin Bed che hai giustamente citato sono in qualche modo già presenti in questo romanzo.
Gianluigi Ceccarelli: Boosta è il nostro passepartout per il mondo. Con lei possiamo viaggiare per quartieri, città e contesti tra i più disparati, perché di booste pazzesche in giro ce ne sono tante, ma poche sono come lei, in grado di fermarsi un attimo dai ritmi del quotidiano e fermarsi per pochi secondi a riflettere cosa c’è intorno a lei. Un mio pallino è da sempre quello di farne una creatura multimediale, adeguare di volta in volta il linguaggio per farla comunicare dal romanzo al fumetto, passando per il video. Il web… beh, quello lo abbiamo usato a sufficienza!

L’intento di far luce su aspetti critici, grotteschi ed anche atroci del panorama attuale viene controbilanciato dallo sguardo umoristico, pregio questo, della commedia all’italiana dei tempi d’oro. Penso a film, nella sostanza terribili, come Il Boom, Il Gaucho, Il sorpasso e via dicendo: quanto la vostra formazione culturale cinematografica ha contribuito nel proporre questo schema in versione 2.0?
Manuela Pinetti: Intanto ti ringrazio per il complimentone. La formazione cinematografica ha influito molto, inevitabilmente: come direbbe Boosta, questi e altri film fanno parte del patrimonio generico di tanti italiani, come pure quelli di e con Carlo Verdone. I suoi personaggi così particolari, fuori dagli schemi eppure sempre credibili, la sua narrazione di famiglie scomposte, l’attenzione sui coatti non possono che essere un’ulteriore fonte di ispirazione, spesso inconsapevole.
Gianluigi Ceccarelli: La “coatteria” vista ultimamente al cinema mi piace poco, per una risata in più sacrifica lo spessore. La commedia all’italiana, quella migliore (che ritengo personalmente defunta un secondo dopo l’uscita nelle sale di C’eravamo tanto amati) è arrivata in tutto il mondo grazie alla sua abilità nel mischiare comico e tragico in un’unica rappresentazione della vita per come, a grandi linee, funziona. Boosta fonde comicità e zaccagnata, come amo definire quella coltellata che Boosta infligge al cuore del lettore quando, dopo (si spera) varie risate, ci si rende conto che da ridere c’è ben poco. E però a Roma lo sanno bene, che se ride pe nun piagne. E pure che a chi tocca nun se ‘ngrugna!

Qual è il vostro modo di procedere nella non facile scrittura a quattro mani? Scaletta assieme e poi percorsi separati con confronto a regolare scadenza, brainstorming chiusi in casa, sedute fiume via Skype oppure?
Manuela Pinetti: Negli anni abbiamo sperimentato tutte le forme, non c’è una regola fissa. Un tempo ci alternavamo semplicemente davanti al computer mentre creavamo, ora che non viviamo più nella stessa città ci dividiamo le parti da scrivere oppure, nel caso dei post del blog che sono più rapidi, uno butta giù la forma grezza e l’altro le dà i famosi du’ colpi per assestarla. La scaletta è fondamentale, e non è detto che la scriviamo sempre insieme, anzi.

Gianluigi Ceccarelli: Credo che il punto di partenza sia sempre una telefonata, con una conversazione del tipo: “Tu che hai in mente? Di che vorresti parlare?”. Di solito finiamo per stare al telefono un’ora e passa, in cui parliamo anche di piante, cucina e cinghiali sull’Aurelia, ma otto volte su dieci esce fuori qualcosa che tematicamente ha molto attirato la nostra attenzione negli ultimi tempi. Nasce tutto da lì. Poi è indifferente chi inizia a scrivere, l’importante è che al momento di iniziare abbiamo entrambi perfettamente chiaro cosa scrivere e come scriverlo. Con Lavoretti, forti di una scaletta ben congegnata, ci siamo divisi equamente i capitoli, in maniera non lineare, già sapendo che ognuno sarebbe intervenuto sul lavoro dell’altro, in maniera abbastanza naturale (e vorrei vede’, scriviamo insieme da vent’anni…).

Manuela e Gianluigi, che lettori siete? Consigliateci qualche lettura…
Manuela Pinetti: Leggo tantissimo e non mi basta mai. Sono raminga e disordinata, alterno classici e perle misconosciute ad autrici e autori contemporanei. Negli ultimi anni mi sono concentrata molto sulle scrittrici (Joyce Carol Oates, Toni Morrison, Flannery O’Connor, Margaret Atwood, Zadie Smith, Shirley Jackson…) ma forse nel mio cuore un posto particolare al momento lo occupano Stefano D’Arrigo e il suo Horcynus Orca, un’opera monumentale e incredibile, con un’attenzione alla lingua e alla creazione e uso di neologismi che mi ha fatto capire una volta di più che quando sai dove stai andando e cosa vuoi raccontare davvero non ci sono limiti a quello che puoi fare.
Gianluigi Ceccarelli: Buzzati e Dickens sono stati la mia scoperta di una letteratura adulta: Sessanta racconti e Grandi speranze sono a tutt’oggi due libri della vita. Ho amato molto il noir: Scerbanenco, Dürrenmatt, più recentemente Izzo. La mia folgorazione più recente è stata Il libro delle case di Bajani, credo che pochi in Italia scrivano come lui. E per fortuna… se no lo noterebbero meno!

I LIBRI DI BOOSTA PAZZESCA