Intervista a Bruno Morchio

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Mi sarebbe piaciuto incontrare Bruno di persona, magari a qualche evento letterario. Un’intervista di quelle che ti siedi in disparte e chiacchieri come se ci si conoscesse da sempre. Le circostanze del momento, però, ce lo impediscono e quindi in occasione del Festival “La passione per il delitto” 2020 ho dovuto ovviare con una intervista telefonica, con tanto di viva voce. Cosa che io odio perché fa sentire le persone ancora più lontane. Ma dovevo prendere appunti ed era l’unico modo per non perdermi nulla. Morchio però è talmente carino, garbato ed incantevole da riuscire a rendere anche una intervista telefonica una vera delizia. E dato che da poco è uscito il suo nuovo romanzo noi di Mangialibri vi regaliamo questa chiacchierata con lui, illuminante quanto basta per capire anche chi è il Bruno Morchio persona al di là del Bruno Morchio scrittore.




I tuoi ultimi due romanzi, Dove crollano i sogni e Voci nel silenzio sono noir che raccontano la vita e soprattutto la società contemporanea. Ma, ti chiedo, è ancora questo lo scopo del noir come genere? Mettere il lettore di fronte alle crudeltà di alcune “vite al limite”?
Diciamo che è vero solo in parte. Sì, negli ultimi due romanzi i miei personaggi, i protagonisti, sembrano vivere delle vite al limite per quello che gli capita e per i posti in cui vivono. Periferie che non offrono nulla, che si riempiono di giovani che non studiano e non lavorano, di esseri umani provati che la disperazione induce a comportamenti sbagliati. In questo senso le loro vite sono al limite. In realtà però la veridicità di quello che racconto è altresì una condizione normale. Tutti loro nascono in vite normali da persone normali. È solo quello che gli capita o che non gli capita a spingerli al limite.

Il fatto che tu abbia lavorato anche in Consultorio familiare e che tu sia uno psicoterapeuta ti impedirà in qualche modo, nella tua carriera di scrittore, di trattare generi che non siano il noir o il poliziesco?
Ci ho pensato e in qualche modo l’ho anche fatto con Il profumo delle bugie, che è stato Premio Bancarella qualche anno fa. Ma in realtà, l’unico genere che sento davvero nelle mie corde è il noir. Pensa che mi hanno anche proposto di scrivere un libro per ragazzi, e io ho detto di no. Io penso che il noir possa includere tutte le storie. Una storia noir è tutte le storie.

Di tutti i personaggi dei tuoi libri quale è quello che ti piace di più, con il quale ti senti più affine, e quale quello che se incontrassi nella vita normale neppure saluteresti?
Naturalmente Bacci Pagano, l’investigatore dei caruggi che è diventato per me quasi un parente. Di lui mi piace tutto quello che non c’è di mio, che non sono io. E di solito i cattivi non mi piacciono mai, neppure quelli dei miei romanzi, in particolare, nel mio Voci nel silenzio il personaggio di Beppe Bartoli, ex terrorista e brigatista, come persona chiaramente non piace. Ma nei miei romanzi, alla fine, bisogna sempre capire se i cattivi sono poi così cattivi come sembrano a una prima occhiata.

Hai vinto molti premi letterari o comunque sei arrivato finalista in tanti, questa cosa ha fatto avvicinare più lettori, o alla fine i premi servono agli autori solo per fare curriculum?
Prima di tutto bisogna capire di quali premi si parla, perché non tutti hanno lo stesso peso per uno scrittore e non tutti fanno lo stesso curriculum. Rispetto ai lettori sicuramente no. Non è questa la strada che ti permette di costruire con loro un feeling duraturo o di qualsiasivoglia altra natura. Più che altro vincere i premi o posizionarsi bene serve a me come scrittore per capire che quello che sto facendo va bene, che sono sulla strada giusta e che magari è giusto che io continui a scrivere.

Se tu dovessi dire una sola cosa, ma importantissima, che manca all’editoria italiana cosa diresti?
Negli ultimi mesi mi sto chiedendo se e come l’editoria italiana verrà scombussolata da questa pandemia, cosa succederà a tutti noi scrittori, agli editori e agli stessi lettori. A parte questo, da tempo non ho mai smesso di chiedermi se la strada più giusta per l’editoria italiana sia una maggiore selezione. Ecco è questo che vorrei dire agli editori: selezionate un po’ di più e non pubblicate sempre tutto. Perché poi ci ritroviamo con le librerie piene di libri che durano una stagione. O, peggio, non durano nulla.

I LIBRI DI BRUNO MORCHIO



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