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Intervista a Carmelo Lopapa

altSei cronista parlamentare de La Repubblica, quindi ogni giorno vivi la bagarre di quel bizzarro condominio – a dire il vero, oggi, piuttosto trash – che è il Parlamento. Davanti agli spettacoli spesso vergognosi che i politici offrono di sé – e che per forza si ripercuotono sulle istituzioni di cui fanno parte – qual è il tuo stato d’animo? Indignazione? Scoramento? Sfinimento? Facciamo subito una premessa, doverosa per sgomberare il campo dalle trappole insidiose del qualunquismo. E' un errore, oltre che un rischio, parlare di "politici" in generale e additare al pubblico ludibrio la classe politica nel suo complesso. E' in atto, è vero, una deriva etica, che ha travolto la trasparenza dei comportamenti e gli stessi costumi di chi frequenta le aule parlamentari. Ma per fortuna la degenerazione ancora non trascina tutto e tutti. Ci sono delle sane eccezioni che ci consentono di dire che "non sono tutti uguali". Fatta questa premessa, ebbene sì, lo spettacolo che offre sempre più spesso il Parlamento è piuttosto trash. E questo va a tutto vantaggio di chi, come me, le sedute e l'attività parlamentare le deve raccontare. E in questo caso diventa quasi uno spasso, volendo usare un pizzico di cinismo. Assai meno divertente questa realtà lo è certamente per chi, fuori dal palazzo, la politica la osserva e per certi versi la subisce. Ma comunque no. Non parlerei di indignazione. E' un sentimento che richiama subito categorie morali. E il moralismo è bene tenerlo da parte. Meglio dire stupore. Ecco, nell'osservare uomini e cose della politica nel loro agire quotidiano cerco di mantenere ancora una sana capacità di stupirmi. E raccontare. E vi assicuro che ci si stupisce parecchio, lì dentro. Se dovessi scegliere un “fotogramma” – un’immagine che descriva nella maniera più sintetica ed efficace lo sfacelo della nostra politica – quale sceglieresti e perché? E' troppo facile rispondere chiamando alla memoria lo sketch con cui si è conclusa la legislatura più breve della storia repubblicana. Quando quel giovedì 24 maggio 2008 il governo Prodi è caduto al Senato tra parlamentari che mangiavano mortadella con le mani in aula, quelli che versavano il prosecco sulla moquette, quelli che sputavano e altri che svenivano. E' un'immagine che abbiamo tutti ben presente. Ed è quanto mai eloquente del fondo che abbiamo toccato e che speriamo di non sfondare. Ma quello è solo l'approdo finale di un processo degenerativo che - almeno per quanto attiene ai costumi - procede da tempo. In pochi ricordano che nel 2006, quella stessa sfortunata legislatura si era aperta con altre scenette niente male. Ad esempio con il dolce di compleanno che nel novembre di quell'anno, nel pieno di una seduta, era stato portato nell'aula di Montecitorio con tanto di candelina dal deputato Leone per festeggiare il compleanno del suo capogruppo Elio Vito, che poi avrebbe spento la candelina tra gli auguri dei colleghi. Era la prima volta di una torta in aula. E che dire di un altro esordio, quello del pappagallo, che nel giugno del 2006 viene portato di soppiatto dai senatori nell'austera aula di Palazzo Madama per soccorrere il collega Malan in preda a un impellente bisogno fisiologico durante un'occupazione per protesta della stessa aula. Per continuare coi cappi esposti in aula, le liti nei bagni, l'occupazione dei banchi del governo da parte dei leghisti, la lettera con cui i senatori Rocco Buttiglione e Albertina Soliani, uno di centrodestra l'altra di centrosinistra, nella calda estate del 2007 hanno inviato al presidente Marini per invocare i gelati alla buvette di Palazzo Madama. Si potrebbe continuare all'infinito. La parabola è sempre più discendente. Se il Parlamento, come scrivi, è lo specchio del Paese e dei suoi malcostumi, qual è la principale “tara italica” che i nostri rappresentanti esprimono nella maniera più lampante? La spiccata propensione a curare, troppo spesso, gli affaracci propri piuttosto che quelli dei "rappresentati". Un tempo la politica era cura della "polis", dell'interesse generale, della città, del Paese. Adesso si è trasformata in cura della "oikia", della casa. Della propria casa, intesa come il proprio partito, il proprio collegio elettorale, se non le lobby di riferimento. La cosa più grave è che gli italiani, in gran parte, non sono portati a condannare questo atteggiamento. Per il semplice fatto che purtroppo questo difetto rispetta un carattere quasi genetico dell'homo italicus: quello che lo porta a far prevalere le esigenze personali sull'interesse collettivo. Basti pensare, giusto per indicare una sciocchezza, a quanto sia diffusa la pratica del sotterfugio per evitare di pagare una multa o per scavalcare una lista d'attesa in ospedale. Quale, tra le diverse “specie” che si aggirano nei palazzi della politica – massoni, famigli, trasformisti ecc. – ti è più odiosa e perché? I trasformisti. Credo il trasformismo sia, tra tutti i peccati capitali della politica, quello che più marcatamente segna la nostra classe dirigente. Da sempre. E' una sorta di filo rosso che tiene legate le tante generazioni di parlamentari e le tante legislature che si sono succedute. Pensateci bene. C'è sempre una pedina che si sposta da uno schieramento all'altro nel determinare una crisi, la caduta di un governo, addirittura il passaggio da una "Repubblica" all'altra. E cos'altro è il trasformismo se non conseguenza di quel pensare e vivere la politica come proiezione degli interessi particolari e personali anziché generali, di cui parlavamo prima? Uno degli aspetti più fastidiosi della politica italiana è senz’altro l’influenza, forte e trasversale, che su di essa esercita l’Oltretevere. Pensi che riusciremo, prima o poi, a farci guidare da un criterio laico di scelte? Sembra una banalità ma non lo è: il Vaticano ha tutti i diritti di esprimersi sulle questioni anche etiche disciplinate dalla legislazione italiana. Quel che non dovrebbe avvenire è che la maggioranza e il governo, di qualunque colore, si facciano condizionare da quelle indicazioni. Paradossalmente non è quasi mai avvenuto in 50 anni di Prima Repubblica, quando la Dc teneva a una netta separazione dei ruoli. Accade oggi. Ma c'è un perché. Quando la politica è debole, è inevitabile che altri poteri, economici e anche ecclesiastici, abbiano la possibilità di condizionare le scelte del Parlamento. Ti giro la domanda con cui si apre la Premessa del tuo libro: che abbiamo fatto per meritarci questi politici? Verrebbe da dire: il semplice fatto di essere italiani. La maggioranza dei nostri concittadini si identifica, come detto, in quei difetti e quasi si rispecchia e se ne compiace. Salvo poi indignarsi ciclicamente dando vita a turbolenze e crisi di rigetto. Si pensi a Tangentopoli che nel '92 ha spazzato via la vecchia nomenklatura, o al boom dell'antipolitica montato nell'ultimo anno sull'onda di successi editoriali come la "Casta" di Rizzo e Stella o del "grillismo". Quelle fasi portano in effetti a una ventata di novità, a nuovi assetti di potere, ma troppo spesso tutto ciò viene vanificato. Per far riprecipitare tutto nella palude di sempre. Coi difetti di sempre. [carla arduini] I libri di Carmelo Lopapa: Sparlamento