Un’intervista telefonica (e la cortese collaborazione di un interprete) mi ha permesso di conoscere César Pérez Gellida, uno scrittore tutto d’un pezzo, asciutto e perentorio, che sembra essere uscito da uno dei suoi stessi romanzi, ma nello stesso tempo disponibile e gentile.
Hai scelto un’ambientazione temporale particolare, e anche difficile se vogliamo, per Terra bruciata: perché proprio quest’epoca? C’entra forse con la tua formazione?
Ha a vedere con la necessità di replicare le condizioni in cui si imbatté Belle Gunness, la donna su cui si basa il personaggio principale del libro, arrivando in una zona rurale degli Stati Uniti. Gunness era una giovane norvegese emigrata nell’Indiana del nord nello stesso periodo per inseguire il sogno americano, ma ben presto le fu chiaro che non lo avrebbe mai realizzato: raggiunta la consapevolezza tracciò una linea retta tra dov’era e il punto a cui voleva arrivare, linea che poi si tinse di sangue, trasformandola in una delle più grandi serial killer della storia americana. Io volevo appunto ricreare queste condizioni perché sono convinto che l’ostilità del territorio influisca sull’ostilità di chi lo abita: per questo ho cercato una zona della Spagna che nel primo Novecento avesse caratteristiche simili a quelle del nord dell’Indiana, poco lavoro e grandi possedimenti terrieri… Una zona ostile che appunto rende più ostile anche chi la abita.
Si vede che c’è dietro un gran lavoro di documentazione, studio, preparazione, nulla è lasciato al caso… Ma del resto per un laureato in Geografia e Storia è pane quotidiano, o no? O solo un desiderio di percorrere quello che dicevi poco fa?
Certamente la laurea in Geografia e Storia mi ha aiutato a documentarmi, a districarmi nella raccolta delle fonti, a sapere dove cercare, o soprattutto dove non cercare per non perdere tempo. In un thriller è necessario ricreare il periodo storico, socio-politico ed economico per far sì che il lettore possa immedesimarvisi. Se non sai dipingere il contesto, il lettore non riesce a capire perché le persone sono così ostili. Devi farlo, però, senza appesantire la trama perché è un thriller e questo si fa dosando le informazioni. È necessario sapere dove, quando e come dare queste informazioni: io lo faccio attraverso i dettagli che riescono a far immergere meglio il lettore nella storia.
Una storia intensa nei temi, nei contenuti e anche nei personaggi… A quali altri autori contemporanei o del passato ti ispiri per i tuoi romanzi?
Per quanto riguarda le influenze non saprei rispondere, perché sicuramente avrò letto nella mia vita altri libri ambientati in quest’epoca, ma in questo momento non mi vengono in mente, e non mi viene in mente nessun prodotto, video, film o serie ambientati in quest’epoca che possa essere un’influenza rispetto a questa storia. Era più la necessità di ricreare la situazione e l’epoca in cui, appunto, la serial killer originale ha vissuto, le sue condizioni, restare fedele alle sue motivazioni… e per restare fedele a un momento della nostra storia, una storia della Spagna che pochi conoscono e di cui si parla poco ma che è reale e che ha attraversato la vita di moltissime persone.
Violenza, soprusi, dolore, misoginia… Temi importanti. Ci sono messaggi che vuoi trasmettere ai lettori?
Quando lavoro a un progetto non ho come obiettivo indottrinare il lettore. Di solito ho due obiettivi: agitare il lettore, che non deve stare seduto sul divano a scorrere le pagine, e ingannare il lettore, perché questo è un thriller, è una storia di suspence, ci sono colpi di scena. E del resto, la cosa bella e potente della letteratura è che ogni lettore ha la possibilità di trarre le sue conclusioni personali da quello che legge.
Collabori con il quotidiano “El Norte de Castilla”: ho sbirciato qualche articolo e lo stile è riconoscibile, tagliente, ironico… Ma quello che mi ha colpito è che spaziano davvero tra gli argomenti più vari! Quanto c’è di te nei tuoi lavori? Negli articoli, nei romanzi?
Sono lavori diversi: quando scrivo articoli di giornale, questi hanno la mia firma e do le mie opinioni personali, perché sto dicendo quello che io penso. Quando scrivo un romanzo cerco di mantenermi neutro per far sì che siano i personaggi ad empatizzare col lettore: se io avessi una voce narrante a dirigere la trama, condizionerei il comportamento dei lettori e il modo in cui essi leggono il libro. Quello che io voglio fare coi miei libri, invece, è arrivare al lettore attraverso i personaggi che sono certamente creature indipendenti ma sono gestite da me: quindi certamente il loro DNA è inquinato dal mio, ma anche il mio è inquinato dal loro.