Intervista a Chen Qiufan

È uno degli scrittori più interessanti del nuovo panorama letterario cinese, sta conquistando l’occidente con la sua fantascienza, è quello che si dice il fenomeno del momento neln gruppo sempre più vasto degli estimatori della science-fiction cinese. Lo raggiungo durante un suo breve tour italiano, tramite il Confucius Institute di Pisa, che colgo l’occasione per ringraziare.




Sei un lettore di fantascienza occidentale? Se sì, quali sono i tuoi autori preferiti?
Ho cominciato a leggere la fantascienza occidentale quando ero all’asilo. I miei autori preferiti in varie fasi della mia vita sono stati: Jules Verne, Herbert G. Wells, Arthur C. Clarke, George Orwell, Aldous Huxley, James G. Ballard, Ted Chiang, Paolo Bacigalupi, Ken Liu e Ursula Le Guin. Amo però molto anche Thomas Pynchon, Kurt Vonnegut, Italo Calvino e David Mitchell, se vogliamo considerarli come vicini al genere.

Oltre alle ambientazioni, in che cosa secondo te la fantascienza cinese è diversa da quella occidentale? C’è insomma una “via cinese” alla science-fiction?
Innanzitutto credo ci sia la questione delle diverse risposte emozionali delle persone alle situazioni. I Cinesi sono molto diversi dagli occidentali, sono più introversi e si esprimono in maniera più sottile. In secondo luogo c’è un’enorme differenza nella concezione dello spazio e del tempo, tra le due culture. La lingua cinese non ha i tempi verbali, per cui spesso passato, presente, futuro finiscono per aggrovigliarsi come spaghetti. La narrativa occidentale, invece, è più lineare. Ultimo ma non meno importante, l’occidente e l’oriente hanno due filosofie molto differenti. Quella cinese concepisce la relazione tra uomo e cosmo come qualcosa dai contorni sfumati, di forte connessione. A volte l’interesse collettivo viene posto prima di quello individuale. Esiste una via cinese alla science-fiction, anzi, ne esistono molte. Alcuni di noi stanno ancora sperimentando, dato che abbiamo acquisito questo genere letterario dall’occidente, solo cento anni fa. Talvolta ancora imitiamo piuttosto che creare qualcosa di originale, ma va bene anche questo per accrescere la fiducia in sé stessi.

Sei una delle poche persone che per lavoro non possono fare a meno di pensare al futuro. Quando lo fai hai più speranze o più paure? E perché?
C’è un’antica storiella cinese che parla di un uomo che si preoccupa tutto il tempo che il cielo possa cadere e viene trattato da pazzo. Lo scrittore di fantascienza è come quell’uomo. Creiamo paure per eliminare le paure, distruggiamo le speranze per farla rinascere speranze.

Definiresti la tua scrittura cyberpunk? O è una definizione riduttiva secondo te?
La definizione Cyberpunk copre solo una piccola parte dei miei lavori. Non voglio etichettarmi in una o più categorie. Penso che i grandi scrittori abbiano la capacità di attraversare le frontiere dei generi ed espandere la conoscenza e l’estetica degli stili.

L’intelligenza artificiale è uno dei campi in cui la ricerca cinese è più avanzata: stanno già sperimentando un anchorbot che legge le notizie del telegiornale. Quello che per Asimov era fantascienza è diventato realtà in meno di cinquant’anni. Cosa pensi dei robot intelligenti e della loro capacità di soppiantare l’uomo?
Penso che i robot e l’intelligenza artificiale siano l’equivalente del motore a vapore nel XIX secolo. Di sicuro aumenteranno l’efficienza e la produttività e potranno anche rimpiazzare l’uomo in tutti quei compiti alienanti, ripetitivi e a basso valore aggiunto, ma cosa faranno poi per vivere queste classi di persone, è una questione ancora aperta. I governi dovrebbero assumersi la responsabilità di formare nuove classi di lavoratori, rieducarle ed aiutarle ad uscire dalla condizione di classe inutile o a non diventarlo. Il cambiamento è comunque vicino e inevitabile, per come la vedo io.

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