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Intervista a Chiara Galiffa

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Marchigiana di San Benedetto del Tronto, Chiara Galiffa esordisce come scrittrice giovanissima, dedicando il proprio talento ad alcune sue grandi passioni: la scrittura e la fascinazione per il gotico, il macabro. Il suo debutto è coronato dalla vittoria del concorso letterario Opera Prima rivolto agli studenti delle Scuole Superiori. Con lei cerchiamo di capire dove nasca un’ispirazione e come si trasformi in racconto.




Cosa ha ispirato il tuo romanzo d’esordio Una storia gotica? Quali letture, se ci sono state, hanno contribuito a costruire i personaggi?
Come suggerisce il titolo del romanzo, l’ispirazione primaria da cui la mia storia prende atto è il gotico, inteso nella sua interezza, dunque non solo come genere letterario ma anche come complessiva sensibilità estetica nei confronti di tutto ciò che va oltre il razionale ed il chiaramente percepibile. Il mio chiodo fisso, durante la scrittura, era quello di combinare parole e situazioni in modo tale da evocare al meglio l’impalpabile sensazione che l’idea del gotico mi trasmette. Di conseguenza, data la vaghezza del riferimento di fondo, più percettivo ed ideale che netto e distinto, sarebbe a dir poco impossibile tracciare con precisione l’insieme delle fonti da cui ho tratto ispirazione, talvolta anche inconsciamente. Posso certamente attestare che i classici romanzi inglesi ottocenteschi si sono rilevati un utile modello di linguaggio, di caratterizzazione dei personaggi e di impostazione della narrazione, ma non escludo di essere stata influenzata anche da forme artistiche che esulano da quella letteraria, come quella musicale, che mi ha accompagnata durante l’intera stesura del romanzo e che mi ha aiutata a tenere a mente il tipo di atmosfera che volevo fosse costantemente presente nella mia storia.

L’isolamento forzato causato dalla pandemia è stato una sorta di estraniamento dal mondo di tutti i giorni, dalla vita di sempre. Qualcosa di simile all’esperienza di Meredith, che, per fuggire da se stessa e dai propri tormenti, si rifugia in campagna. Stare in un apparente “tempo sospeso” ti ha aiutata nella scrittura?
Decisamente. Forse in mancanza dell’isolamento pandemico a cui tutti siamo stati forzati il romanzo non sarebbe nemmeno stato concluso. Oserei dire che sarebbe finito tra le tante bozze di storie mai portate a termine o sviluppate in modo sbrigativo e insoddisfacente, in quanto, in circostanze abituali, sarebbe mancato il tempo di riflessione e di solitudine necessario a qualsiasi processo di scrittura. In effetti, una nota positiva della pandemia è stata proprio l’improvvisa possibilità di dedicare maggiore attenzione a se stessi ed alla propria introspezione, da cui non può che scaturire un’evoluzione personale.

Come ti è venuta l’idea di partecipare al concorso Opera Prima?
Non è stata interamente una mia iniziativa, sono stata incoraggiata dall’ambiente scolastico e dai professori che mi hanno informata del progetto. Ho accolto la proposta senza troppe pretese, con il solo intento di mettere alla prova la mia scrittura e di cimentarmi in qualcosa di inusuale. So che il concorso ha avuto una seconda edizione quest’anno e spero che, come nel mio caso, sia stato occasione, per molti studenti, di confronto con se stessi e con le proprie abilità.

Sei giovane e piena di immaginazione, che progetti hai per il futuro?
Al momento i miei piani futuri vertono principalmente attorno agli studi universitari e ai possibili sbocchi lavorativi che essi potrebbero garantirmi. Mi piacerebbe diventare traduttrice nell’ambito della letteratura orientale, progetto principale a cui ora ambisco, ma non abbandonerò di certo la passione per la scrittura e la stesura di racconti, anche nel caso in cui questi ultimi dovessero rimanere privati.

Il genere e l’estrazione sociale hanno avuto un peso nella scelta tra personaggio razionale e personaggio irrazionale?
L’idea della contrapposizione tra i due personaggi, portavoce di un senso di diversità e dualità costante, è stata certamente dettata dalla scelta del genere gotico, il quale ha luogo proprio dal drammatico conflitto tra la ragione e ciò che è in grado di superarla. Volevo dimostrare, attraverso l’irrazionalità di Meredith, che ciò che spaventa la mente ha l’intrinseca potenzialità di trasformarsi in uno strumento di rassicurazione dell’animo. E lo stesso vale per George, seppure egli sia protagonista del processo inverso. L’estrazione sociale è stata determinante, invece, per il personaggio di Meredith, la quale, immersa in un ambiente spiccatamente conservativo, ne scova l’ipocrisia e finisce per porre fine ai suoi tormenti diventando tutto ciò che si oppone a quello che, secondo le leggi sociali e morali vittoriane, avrebbe dovuto incarnare.

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