Intervista a Chimamanda Ngozi Adichie

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Se guardi bene, Chimamanda è l’Africa come te la immagini, senza averla vista: il colore della savana incendiata dal sole, la notte nera negli occhi profondissimi, il passo soffice dei predatori. Non è uno stereotipo, è quello che succede quando la tua terra è dentro e fuori di te. Bellissima e fiera, si accomoda nella piccola stanza del lussuoso hotel che ci ospita per l’intervista collettiva. Sorride tanto, ironica e accessibile. Sappiamo che si parlerà soprattutto di femminismo e con rammarico noto che non c’è nessun uomo tra i presenti, fatta eccezione per l’interprete. Peccato, sarebbe stato bello.




Le donne, secondo te, e intendo le femministe, hanno ancora bisogno di definirsi streghe? Non è, anche questo, uno stereotipo da superare?
Viviamo in un mondo misogino al quale ci dobbiamo ribellare e quindi sì, ne abbiamo ancora bisogno, se per strega intendi una donna che appunto si ribella. Parlando di stereotipi, un altro che si sposa bene col termine strega e cioè aggressività. Se per un uomo essere aggressivo significa dimostrare forza, per la donna questo stesso termine assume invece una connotazione negativa; se una donna è forte, se parla in pubblico, se si fa sentire diventa in automatico una donna aggressiva ma il perché la gente dica questo io non lo so. Quello che so è che se viviamo in un mondo dove c’è questa ostilità, se viviamo in un mondo dove le donne vengono uccise tutti i giorni da uomini che conoscono, dove le donne non hanno lo stesso potere degli uomini, se non hanno lo stesso tipo di salario pur lavorando nelle stesse posizioni dei maschi, se in alcuni paesi alle donne non è nemmeno permesso lavorare fuori casa, allora non è più una questione di cambiare la maglietta per dire dovremmo essere tutti femministi. Le donne portano un doppio fardello quindi se oltretutto vengono anche accusate di essere arrabbiate, aggressive. Ecco, questo è esattamente il motivo per il quale c’è ancora bisogno di femminismo; se c’è questo tipo di aggressività nei nostri confronti vuol dire che c’è della misoginia e se c’è della misoginia abbiamo bisogno del femminismo.

Nel 2012 hai tenuto un intervento alla TEDxEuston Conference, un evento annuale dedicato all’Africa, nel quale esprimevi il tuo concetto di femminismo. È qualcosa che hai imparato dalle donne della tua famiglia?
Dopo quel mio discorso pubblico, una serie di amiche mi hanno cominciato a chiedere come avrei potuto spiegare a loro e agli altri come essere e/o continuare ad essere femminista. Così è nato il libro Cara Ijeawele, che ho scritto anche perché in profondità volevo scrivere di ciò che credevo fosse il femminismo, prima di tutto scriverlo a me stessa. Non ho preso nessun tipo di ispirazione né dai genitori né dai nonni; piuttosto ho tenuto ben presente l’osservazione del mondo, del mondo nel quale io vivo e di quella parte del mondo nel quale non vivo. Sinceramente non riesco a capire come mai se le persone sono attente a quello che succede, se le persone sono per così dire alfabetizzate, non si rendono conto che viviamo in un mondo misogino; se uno non si rende conto di questo allora bisogna rendere giustizia e dire che il femminismo non solo ci deve essere ma è necessario. Questo libro non viene da aneddoti, da cose sentite o vissute dai miei antenati. Forse la gente pensa questo perché noi africani per qualche motivo veniamo sempre guardati come la gente che ha degli antenati ai quali attingere.

I tuoi libri, i tuoi discorsi pubblici ti hanno trasformata in un’icona del movimento femminista. E tu lo percepisci come un dovere, un piacere o una croce?
È sia un fardello sia un piacere. Io non ho mai avuto l’intenzione di diventare un’icona del femminismo, non era nei miei piani e non mi penso e non mi vedo come una il cui lavoro è fare la femminista. Io mi sento prima di tutto una scrittrice, la letteratura è l’amore della mia vita e anche la vocazione della mia vita, ma partendo proprio dalla scrittura mi è capitato appunto di parlare in pubblico, e parlando per esempio del sessismo, mi sono trovata a dover fronteggiare tutta questo interesse. Quando ero una bambina non sapevo neanche per dire cosa fosse il femminismo, però ero arrabbiata, mi continuavo a chiedere perché una bambina dovesse chiedere il permesso per fare delle cose, cosa ci si aspettava che una bambina facesse o non facesse e questo mi rendeva davvero furibonda; da questo punto di vista sono sempre stata femminista. Poi mi è capitato di parlarne in quella prima occasione molti anni fa ed è stato come decollare dentro questa idea. Diciamo che è una scelta quella che io ho fatto, certamente ho scelto di parlare di questi problemi, e come in tutte le scelte ci sono delle conseguenze che mi rendo conto devo sopportare. Quindi diciamo che ci sono delle volte in cui mi fa molto piacere andare fuori e parlare e farmi sentire, però questo mi fa mancare anche quell’altra parte di me che vorrebbe starsene a casa seduta comodamente in poltrona a leggere poesie che sono la cosa che mi piace di più al mondo. Mi piace moltissimo tutto quello che faccio e tutto quello che mi è capitato, però io amo anche il silenzio e occuparmi di letteratura. Ma è un grande piacere che mi commuove ancora oggi e che ritengo davvero una delizia della vita quando un’altra donna viene da me e mi dice di essere molto felice perché io l’ho aiutata, perché sono riuscita ad ascoltarla o perché nelle mie parole ha trovato la soluzione a qualcuno dei suoi problemi. Se quello che io dico serve alle persone per cambiare, per capire meglio le cose allora sono felice, per me questa è gioia.

Cosa si può fare per quelle donne che non hanno il privilegio della cultura, che non hanno cioè gli strumenti per capire quanto misogino sia il mondo in cui viviamo?
Sicuramente l’istruzione è molto importante per una donna. Però, ti dico, mia nonna non era acculturata ma era comunque femminista. Per esempio non ha voluto sposare l’uomo che la famiglia aveva deciso che lei dovesse sposare. E aggiungo che per esempio la mia parrucchiera, una donna che non è particolarmente colta, è molto più femminista di tante altre donne, magari più istruite e sofisticate.

Sei donna e sei nera, due caratteristiche che sviluppano nell’Altro una certa discriminazione e una serie di stereotipi. Come nera africana, di quali altri stereotipi ci puoi parlare?
Ero in Australia, tempo fa, ad un evento. Alla fine, una donna (bianca) si avvicina e mi dice una cosa tipo “Boogo woogo”. Io resto muta e immobile, allora lei mi dice “Ma è lingua zulù”, partendo dal presupposto che io, essendo africana, conoscessi la lingua zulù, che è parlata solo in poche parte del continente. Oppure mi hanno chiesto cosa ne pensassi della Namibia, ma io non conosco nulla della Namibia. Questo è lo stereotipo dell’africano che, essendo tale, dovrebbe avere la conoscenza di tutto ciò che riguarda l’Africa, ignorando che ci sono un sacco di lingue e situazioni differenti da nazione a nazione.

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