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Intervista a Christian Frascella

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Christian Frascella, nato e cresciuto in Barriera di Milano, quartiere del capoluogo piemontese, operaio metalmeccanico prima che scrittore, un animo schivo e inquieto: da poco è uscito il quinto romanzo della serie “Contrera”, l’investigatore più incasinato di Torino e lo abbiamo intervistato per Mangialibri. Un pratico scambio di mail, in linea con la sua riservatezza, e ho dovuto “tagliare”, scegliendo solo alcune tra le mille domande che avrei voluto fargli. Magari avessi potuto incontrarlo dal vivo: sarà per un’altra volta, dai. Ma sono comunque contenta così, perché è davvero disponibile e gentile. Ecco come ha risposto alle mie domande.



Siamo arrivati al quinto romanzo su Contrera: te lo aspettavi quando è uscito Fa troppo freddo per morire? La storia è nata un libro dopo l’altro o c’era un progetto a lungo termine fin dall’inizio?
No, non me l’aspettavo. Credevo anzi che sarebbe rimasto un ‘pezzo unico’, una mia vacanza narrativa in un genere che ho sempre amato molto, ma che non avevo mai frequentato. Poi, mentre terminavo l’editing, in casa editrice mi dissero che il personaggio era troppo ben delineato per abbandonarlo così. Avevano ragione, sentivo anch’io aveva ancora parecchie cose da dire. E ho cominciato a lavorare sul secondo, poi sul terzo, e così via. Io e Contrera ormai siamo una coppia di fatto.

Contrera sembra ancora più disincantato e malinconico: ci sarà un riscatto per lui, prima o poi? Sempre se prevedi di scrivere uno o più sequel, naturalmente…
Ma nella vita, la vita vera, quella al di fuori dei libri, esiste il riscatto? Un uomo o una donna possono davvero rimettere in ordine le cose della loro vita solo volendolo? Sicuramente capita, ma è raro. Contrera è un personaggio ma anche una persona, per cui obbedisce alle regole della società, del mondo, o di comunque si voglia chiamare il posto in cui trascorriamo la nostra esistenza. Se è una persona amareggiata, tendente alla malinconia, trovo poco logico che d’improvviso cambi carattere e condizione. Immaginare un altro modo di essere per lui sarebbe come pensare a un altro genere. Al momento, non è previsto un altro Contrera. Potrebbe anche finire così.

Quanto c’è di te in Contrera? O a chi ti sei ispirato – reale o letterario – per crearlo?
Questa è una domanda che mi fanno spesso: la risposta potrebbe essere quella di Flaubert: “Madame Bovary sono io”, ma non credo che lui fosse sincero quando lo disse. Io e Contrera abbiamo qualche somiglianza, e credo che molte delle situazioni in cui lui si imbatte le gestirei più o meno alla stessa maniera. Ma lui è un investigatore che troppo spesso inciampa in un cadavere, e a me non è mai successo. Forse la somiglianza maggiore sta nei disastri sentimentali che abbiamo affrontato.

Ti seguo sui social e dai post che scrivi si intuisce quanto tu sia riservato e schivo. Come gestisci invece la popolarità del tuo personaggio?
Non la gestisco, semplicemente consegno il nuovo romanzo agli editori e, quando viene pubblicato, Contrera va per la sua strada, e io lo guardo andare e osservo per un po’ quello che succede. Si può fare ben poco, ma sono contento per l’apprezzamento dei lettori, sia quelli nuovi che quelli affezionati. Per i librai che consigliano i miei romanzi provo un sincero affetto e tutta la riconoscenza umanamente possibile.

Parliamo di Barriera di Milano, un quartiere che conosco perché ci ho lavorato (e a stretto contatto con la gente) per otto anni, quindi so di cosa parli: la tratti come un personaggio vero e proprio, si percepiscono i sentimenti di amore-odio. È molto cambiata da quando ci vivevi da ragazzino? Ci torneresti a vivere?
È cambiata ed è la stessa. Quello che non andava bene vent’anni fa è stato sostituito da ciò che non funziona adesso. Il bene e il male cambiano solo forma. Da quartiere operaio si è trasformato in una Babele multietnica. È aumentata la criminalità? Sì. Ma, in un'altra forma, ce n’era anche prima. Il quartiere andrebbe riqualificato? Ovviamente. Ma la politica all’inizio cerca voti, e poi, ottenutili, scompare. Non ci sono fondi per le periferie. Però improvvisamente quei fondi compaiono quando c’è in ballo qualcosa di grosso, di mediatico, che ti faccia finire sotto le luci dei riflettori, in tv, sui giornali. Il novanta per cento dei politici rappresentano la merda solidificata della società italiana, torinese, barrierina.

Contrera è un personaggio particolare, irriverente, inopportuno, sboccato che opera sempre sul filo della legalità… eppure riesce a farsi amare, dagli stessi personaggi (anche se non tutti, beh, pochi) ma soprattutto dai lettori: perché secondo te?
Credo che i lettori abbiano intuito o compreso appieno la sua vera natura: che è quella di un uomo che ha commesso degli errori e cerca di redimersi. In questa ricerca di redenzione, Contrera sbaglia ancora, perché non ha capito qual è il suo ruolo nel mondo, quali dovrebbero essere le sue prospettive. Molti di questi lettori si immedesimano in uno o più dei suoi errori, e in qualche modo entrano in empatia con lui. Fondamentalmente, è una buona persona che non sa come fare a essere una buona persona. E capita a parecchie persone.

Da poco gestisci un servizio di valutazioni editoriali: quali consigli vuoi dare agli scrittori in erba?
Sì, ho avviato un servizio di valutazione manoscritti, e molti si sono rivolti a me affidandomi i loro testi. Quando ne valuto di ottimi, li invio agli editori, con la mia presentazione, caldeggiandone la pubblicazione. Mi piace lavorare sui romanzi degli altri, perché sono sempre stato affascinato dalle storie, fin da quando ero bambino. Una storia ben raccontata mi commuove, o mi fa guardare il mondo da un’altra angolazione, o mi regala parecchie risate. Credo che trovare una buona storia sia come scavare per estrarre le radici di un albero morente e poi fare di tutto – di tutto – per riuscire a salvarlo.

Ma Contrera, almeno nella tua testa, ce l’ha un nome, anche? Prima o poi ce lo rivelerai?
Contrera ha un nome. Gli indizi sono tutti nel primo romanzo. Diciamo che svelarlo è il giallo nel giallo per il lettore.

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