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Intervista a Cinzia Tani

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Autrice e conduttrice di programmi radiotelevisivi, giornalista affermata e scrittrice prolifica, Cinzia Tani è molto generosa nel raccontarsi. Si presta volentieri a un’intervista via mail e rivela ai lettori di Mangialibri il complesso e affascinante lavoro di ricerca storica che precede la stesura vera e propria dei suoi testi. Ci parla anche dei sopralluoghi che ha fatto prima di scrivere il suo ultimo romanzo e di quelli che intende fare, delle protagoniste dei suoi lavori e del modo in cui vive le varie fasi del processo di scrittura.



Il tuo romanzo Quella notte a Valdez racconta, tra le altre cose, la scoperta di giacimenti petroliferi nel Nord dell’Alaska e la decisione del presidente americano Nixon di far costruire, nel 1973, un enorme gasdotto, decisione presa dopo l’embargo dei paesi arabi esportatori di petrolio, che ebbe gravissime conseguenze negli USA e portò a un regime di austerity, subito anche da molti paesi europei, tra cui l’Italia. È evidente che ciò che racconti rimanda a una realtà senza ombra di dubbio attualissima. Si tratta di una triste coincidenza o il tuo romanzo nasce proprio per raccontare anche la situazione odierna, prendendone in qualche modo distanza temporale, in modo da sviscerarla senza correre il rischio di rimanere ingabbiati in un eccessivo coinvolgimento emotivo? E, più in generale, da dove nasce l’idea di questo nuovo romanzo?
Quando ho pensato a questa storia eravamo lontani dai tristi eventi di questi mesi. Non potevo immaginare che il libro, purtroppo, avrebbe parlato di problemi di grande attualità. Di solito quando scrivo un romanzo cerco un luogo affascinante da descrivere e in cui andare a fare i sopralluoghi. Poi trovo un evento storico, importante ma magari dimenticato, intorno al quale costruire l’intreccio. Tre anni fa, prima del Covid, avevo deciso di ambientare il romanzo in Alaska e volevo parlare di uno dei più grandi disastri ambientali della storia: la catastrofe della “Exxon Valdez”. Così sono andata in Alaska, ho comprato libri che si trovano solo lì, ho visitato il paese, ho parlato con indigeni e ambientalisti, che temono anche adesso nuove fuoriuscite di petrolio.

Un testo di questo tipo, in cui una parte romanzata, di pura invenzione, si alterna a vicende storiche o geografiche e a considerazioni sociologiche, necessita di un profondo studio. Come ti sei preparata?
La parte più appassionante del mio lavoro di scrittrice è proprio la ricerca storica. Quindi, oltre ai sopralluoghi che mi permettono di raccontare il paese, il paesaggio, le atmosfere, il clima e la popolazione, leggo un’infinità di libri, anche rari, che parlano del luogo e dell’evento che ho scelto. A quel punto immagino la parte di fiction e faccio gli incastri. Voglio che anche i personaggi creati da me siano credibili e non in contrasto con i personaggi veri. Si tratta di scrivere tante scalette con le varie cronologie, i fatti, i profili dei personaggi veri e di quelli inventati... Un grande lavoro, ma davvero bellissimo!

Hai fatto sopralluoghi nei luoghi dell’Alaska di cui parli nel romanzo? Se sì, quali atmosfere hai percepito?
I sopralluoghi sono la parte iniziale del mio lavoro e si tratta di una parte importantissima. Ho potuto raccontare i maestosi paesaggi dell’Alaska: i parchi nazionali, i ghiacciai, i boschi, l’aurora boreale, le gare con i cani da slitta, la vita degli Inuit, i laghi in cui atterrano i numerosissimi piccoli aerei, e poi gli animali, gli orsi, i caribù, le balene, le aquile reali e molti altri, che poi ho inserito nel libro.

Anik e Malaya: due splendide protagoniste. Come è stato raccontarle? Quale delle due hai sentito più vicina alle tue corde e perché?
Amo molto i miei personaggi femminili. Le protagoniste dei miei libri sono quasi sempre donne. Ho letto storie di donne Inuit e Anik ha proprio il carattere, la determinazione e il coraggio delle indigene. Malaya è tutta mia. È il personaggio che preferisco. Figlia di un antropologo di Boston e di una Inuit, prende qualcosa da ognuno di loro. Ha un rapporto meraviglioso e diverso con il padre e con la madre: di grande complicità con il primo e di ammirazione per la seconda. Una ragazza con i suoi lati oscuri, i suoi alti e bassi. Una ragazza audace e intraprendente ma anche riservata e misteriosa.

Quale aspetto della tua professione di giornalista ti aiuta nel momento in cui ti dedichi alla stesura di un romanzo e cosa, invece, ti limita?
La professione di giornalista non mi limita ma mi aiuta nelle ricerche, nelle indagini. Sono abituata a scavare, scavare, scavare per trovare aspetti inediti di un determinato argomento. Mi aiuta anche nelle interviste che faccio a persone che possano aiutarmi a capire meglio il loro paese e gli eventi della loro storia.

Nel romanzo racconti la tragedia della superpetroliera Exxon Valdez e disastro ambientale procurato da un comandante che, ubriaco, lascia il comando della nave al suo secondo. Viene subito alla mente un’altra tragedia, altrettanto tristemente nota e piuttosto recente, tutta italiana. Il rimando è voluto?
Non è voluto, ma quando ho letto la storia anche io ho pensato subito alla tragedia della “Costa Concordia”. È incredibile quanto i due eventi siano simili. La differenza è che con la “Costa Concordia” abbiamo avuto purtroppo delle vittime, mentre con la “Exxon Valdez” delle tragiche conseguenze sull’ambiente i cui effetti si vedono anche ora. Ho voluto sottolineare, per la tragedia di Valdez, come la Exxon avesse affidato una superpetroliera a un uomo di cui si conoscevano i precedenti di alcolismo, a cui avevano addirittura ritirato la patente.

Qual è la fase del processo di scrittura che preferisci: la ricerca, la progettazione, la scrittura vera e propria, la revisione? E qual è la più difficile, secondo te?
La più difficile è la scrittura vera e propria. La più affascinante è la ricerca. La più eccitante è la progettazione. Meraviglioso quando arriva l’idea! La più faticosa è la revisione. Non la prima correzione, che mi piace molto, ma le decine di altre revisioni, oltre a quelle che poi devo fare con l’editor, che scopre sempre una data sbagliata, un’incongruenza nella storia, qualcosa che mi costringe a riprendere i libri su cui ho effettuato le ricerche e a leggerli di nuovo per correggere.

Parliamo di te come lettrice. Cosa ami leggere? Cosa detesti? Quale libro hai sul comodino in questo momento?
Sono una grandissima lettrice, da quando ho imparato a leggere. Leggo più o meno trecento libri all’anno per piacere e altrettanti per lavoro. Questi ultimi naturalmente li leggo velocemente. Ho molto amato la narrativa italiana (la mia tesi era su Pavese) ma non mi piace più. Leggo libri francesi, inglesi, americani, nigeriani, cinesi, giapponesi... insomma di tutti i paesi eccetto l’Italia. Ma amo la saggistica italiana, che mi sembra di ottimo livello. Ormai le case editrici italiane pubblicano libri che non capisco, scritti da influencer, tiktoker, calciatori, cantanti, attrici, attori, opinionisti televisivi... insomma di autori che non sono scrittori. Poi c’è anche qualcosa di buono, ma sono eccezioni. Sul comodino ho i libri che mi servono per scrivere il nuovo romanzo. E poi quello che ho appena finito di leggere per piacere e che è bellissimo. Si intitola La ladra di parole di Abi Daré, una storia che si svolge in Nigeria.

Per concludere, quali sono i tuoi prossimi progetti? Stai già lavorando a qualcosa?
Ho scritto la sceneggiatura per una Graphic Novel che verrà pubblicata da Tunué e la bravissima artista Simona Binni sta disegnando la storia, che uscirà l’anno prossimo. Per il mio nuovo romanzo ho cominciato le ricerche, di cui non vorrei ancora parlare. Posso solo dire che presto partirò per Cuba, dove farò i sopralluoghi.

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