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Intervista a Claudio Coletta

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Claudio Coletta di mestiere fa il cardiologo e il professore a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ma da dieci anni è anche uno scrittore applaudito dalla critica e seguito con affetto da un pubblico crescente. La malinconica profondità delle sue trame ci affascina molto e così gli abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda.




Il tuo Il taglio dell’angelo è un medical thriller dalle tinte noir. Lorenzo Baroldi, il protagonista del romanzo, è un medico come te: ce lo racconti? Quanto c’è di autobiografico nella storia?
Lorenzo Baroldi è il protagonista del mio primo romanzo, Viale del Policlinico, che lo vedeva coinvolto in una catena di omicidi eccellenti presso il Policlinico di Roma nell’anno 1974. Era uno studente di Medicina prossimo alla laurea allora, e oggi lo ritroviamo primario di una divisione di medicina in un grande ospedale romano, alle prese con i cambiamenti della sanità pubblica e con l’inevitabile malinconia che il passare del tempo deposita su ciascuno di noi. Ovviamente vive un lato autobiografico nel suo personaggio, è un fattore inevitabile, per questo mi sforzo di mantenermi distante da lui, di seguirlo da lontano, se così vogliamo dire, come succede con i figli che scopriamo cresciuti troppo in fretta.

Nario Domenicucci invece è il poliziotto che compare in quasi tutte le tue storie. Come nasce il legame tra i due personaggi?
Nario Domenicucci compare come protagonista o co-protagonista in quasi tutti i miei romanzi, è vero. È un ligure dell’entroterra, ceppo di gente tosta, e ha lavorato per anni come ispettore presso l’Europol grazie alla sua conoscenza del fiammingo (è sposato con una donna belga), prima di approdare alla questura di Genova. È stato lui ad aiutare Lorenzo nella vicenda del Policlinico, a toglierlo materialmente dai guai, e da allora è nata un’amicizia fra loro di quelle autentiche, che non hanno bisogno di parole. È un uomo gentile, timido, e gran conoscitore dell’animo umano.

Il senso di colpa che prova Lorenzo Baroldi dopo aver perso un paziente giovane e robusto, mette in moto la trama. Il tema della colpa ha da sempre affascinato i grandi della letteratura. Qual è però la colpa descritta ne Il taglio dell’angelo? È la colpa che cerca il castigo oppure è il castigo che cerca la colpa?
Lorenzo perde un giovane paziente ricoverato nel suo reparto in modo imprevedibile, e prova un senso di colpa perché sente di non aver fatto tutto quello che doveva per salvarlo. È una cosa che capita a noi medici, e non è una bella sensazione, per niente. Così comincia a indagare su questa morte a costo anche di rischi personali, è l’unico modo che ha per riscattare la sua etica professionale ferita. La colpa è un grande tòpos della letteratura di tutti i tempi, penso a I fratelli Karamazov per esempio, e la forza del riscatto è la conduttrice di azioni-reazioni degne di essere narrate: è qui la spiegazione. La colpa chiama il castigo, certo, ma rimane da capire se ciò accadrà nel mio romanzo. Lascio al lettore il piacere di scoprirlo.

Per Lorenzo Baroldi qual è il valore della promessa? Ti va di approfondire questa tema?
Anche la promessa è uno dei temi ricorrenti della letteratura, basti pensare a Dürrenmatt e al suo romanzo breve più famoso, La promessa appunto, che ha come sottotitolo “Un requiem per il romanzo giallo”, un autentico e irripetibile capolavoro che consiglio a tutti di leggere, se già non l’avete fatto. È proprio la promessa fatta alla vedova del suo paziente che spinge Lorenzo in un’indagine dapprima disordinata e quasi casuale, poi sempre più mirata in compagnia di Nario Domenicucci, che scende da Genova a Roma per aiutarlo. Chiaro, arriveranno a scoprire la verità, dopo altre morti con le stesse caratteristiche della prima, ma sarà una verità dal sapore amaro.

Roma è il palcoscenico della vicenda, cosa rappresenta per te questa città?
Roma è la città dove sono nato e dove ho sempre vissuto, dove ho conosciuto mia moglie e dove sono nati i miei tre figli. Ho lavorato per oltre trent’anni nel più antico ospedale romano e amo questa città profondamente, con tutte le sue contraddizioni e i suoi difetti. Ho cercato di rappresentarne i cambiamenti, di descriverne l’attuale ambiguità, il suo essere in bilico fra una metropoli europea e un museo all’aria aperta, in cui basta alzare il naso e scoprire una trascurata bellezza, come succede a Nario, per innamorarsene. Eppure Roma compare in solo due dei miei cinque romanzi. È come se per me fosse più facile descrivere un luogo “altro”, che lo scenario quotidiano della mia esistenza.

Come pianifichi la costruzione delle trame? Scaletta con ogni dettaglio per singola scena o ti affidi all’ispirazione del momento?< br/> Un giallo richiede estrema cura nella costruzione della trama e nella sincronizzazione degli avvenimenti, anche se è fondamentale concedersi una certa libertà di azione soprattutto negli episodi collaterali, quelli in cui la fantasia dell’autore può lasciarsi andare e il romanzo cessa di essere un giallo o un noir per diventare letteratura. Se buona o cattiva, almeno nel mio caso, lascio deciderlo al lettore. Scaletto ogni dettaglio, certo, e mi affido all’ispirazione nel raccontare i contorni. Nei due romanzi “mainstream” che ho scritto, invece, ho evitato qualsiasi programmazione, se non quella basilare relativa all’argomento affrontato. L’unico modo per essere sinceri ed efficaci, credo.

Ci sveli qualcosa sui tuoi progetti futuri?
È in uscita per il prossimo inverno un romanzo presso la casa editrice Sellerio, con cui ho pubblicato i miei primi quattro lavori, dove affronto un dramma familiare, e sto lavorando a una storia la cui trama prende spunto da un oscuro e triste episodio avvenuto a Roma nella seconda guerra mondiale, durante i nove mesi dell’occupazione nazista della capitale. Ho chiaro in mente quello che voglio raccontare, il problema adesso è decidere come farlo, ed è questa la fase più affascinante della creazione di un’opera, almeno per me.

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