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Intervista a Cristiana Astori

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Cristiana Astori, astigiana di origine, è scrittrice, traduttrice, critica cinematografica. Prima in Italia a meritare una menzione da Joe R. Lansdale (“Cristiana Astori è una scrittrice di storie lucide e taglienti, una stella brillante che diffonde rapida il suo chiarore nei cieli della letteratura”), ha firmato sceneggiature di fumetti e una fortunata serie di romanzi al confine tra mystery, thriller e horror in cui ha riversato a piene mani la sua passione per il cinema e la letteratura di genere, giunta recentemente al suo quinto capitolo; al centro la figura originale di Susanna Marino, studentessa neolaureata al DAMS, squattrinata, narcolettica, nerd, cinefila con una venerazione per l’horror, cacciatrice di pellicole per necessità.



La protagonista di questa serie originale di romanzi in cui emerge fortissima la tua passione per il mondo della celluloide è un po’ il tuo alter ego letterario: ci racconti come è nata Susanna Marino?
L’idea mi è venuta con il primo romanzo della serie, Tutto quel nero: volevo scrivere di una studentessa del DAMS a caccia di una pellicola scomparsa, ispirandomi un po’ all’episodio Cigarette Burns - Incubo mortale girato da John Carpenter per la serie Masters of Horror, in cui c’è un personaggio che si caccia nei guai per mettersi alla ricerca di un film perduto. Avevo in mente di rendere protagonista della trama Soledad Miranda, attrice spagnola, musa del regista Jesús “Jess” Franco, morta a 27 anni in un incidente d’auto. L’avevo vista nei panni di Lucy accanto all’iconico Christopher Lee ne Il conte Dracula diretto proprio da Franco, e ne ero rimasta affascinata! Susanna è una sorta di doppelgänger di Soledad: stesse iniziali, stessa età, 27 anni, aspetto simile, anche se ho preferito non indulgere troppo sulla descrizione per lasciare che ogni lettore avesse la possibilità di immaginarsela secondo i propri gusti. Nel libro la pellicola da ritrovare è Un día en Lisboa, un film promozionale che sembra contenere una scena presagio della morte dell’attrice. La storia raccontata in Tutto quel nero doveva essere autoconclusiva, ma Susanna è piaciuta: diversi lettori mi hanno scritto sul blog de “Il Giallo Mondadori” e su Facebook, chiedendomi di farla tornare in altre avventure letterarie.

E così è stato. Susanna è tornata a cacciare pellicole e a infilarsi nei pasticci, e i romanzi che l’hanno vista protagonista ti hanno dato l’occasione per esplorare il passato e rievocare atmosfere e tendenze cinematografiche e culturali: ci vuoi dare qualche cenno?
Tutto quel rosso è un omaggio a Profondo Rosso e a tutto il cinema di Dario Argento; in Tutto quel blu sono i film degli anni ’80 e il mondo (perduto) dei VHS a salire sul palco con Bon Scott, il primo frontman degli AC/DC a fare da guest star soprannaturale di eccezione. A volte mi vien da sorridere al pensiero che quel romanzo è stato per certi aspetti antesignano del filone narrativo di riscoperta degli anni Ottanta che ha determinato il successo di una serie Netflix come Stranger Things. In Tutto quel buio ci sono linee di congiunzione tra il periodo espressionista degli anni Venti del secolo scorso, capolavori come Casablanca, girato dal regista di origini ungheresi Michael Curtiz, e la tragedia della Shoah.

In Tutto quel viola c’è il racconto di una Torino esoterica piuttosto lontano dalle descrizioni canoniche, dagli aspetti folkloristici, dalle curiosità sul tema legate, ad esempio, allo spiritismo in voga in certi ambienti dell’alta borghesia torinese: l’attenzione viene catturata dalla figura di Lorenzo Alessandri, pittore, occultista, protagonista della scena culturale ed esoterica torinese: un artista che Vittorio Sgarbi ha annoverato tra i primi seguaci del movimento surrealista in Italia. Il tuo, da quanto descrivi nella nota di chiusura, è un interesse che parte da lontano: vuoi raccontarcelo?
Di solito quando si parla dell’aspetto esoterico di Torino si fa riferimento alla Gran Madre, alla statua del Genio Alato di Piazza Statuto, aspetti tutto sommato superficiali, mentre c’è un lato a mio avviso decisamente più interessante, rappresentato proprio da personalità come quella di Lorenzo Alessandri e degli artisti e intellettuali che un tempo si raccoglievano intorno a lui e al suo studio, la “Soffitta macabra”. Durante gli anni di studio all’università mi sono imbattuta in una mostra dedicata al movimento Surfanta (dalla sincrasi delle parole Surrealismo e Fantastico) da lui fondato, e di cui ha fatto parte anche Colombotto Rosso, l’autore dei quadri che ritroviamo nelle scene di Profondo Rosso. Le opere di Alessandri mi facevano pensare ad una sorta di versione folle e oscura di Magritte, un altro artista che amo molto. Con i miei risparmi da studentessa - in puro stile Susanna Marino - avevo comprato una stampa firmata di un suo lavoro e il catalogo della mostra; in fondo al volume c’era un numero di telefono scritto a matita: avevo composto quel numero, e mi aveva risposto lui in persona! Un uomo davvero squisito, gentile: all’inizio era rimasto un po’ sulle sue, ma poi si era rivelato desideroso di raccontare, e raccontarsi. Ho un bellissimo ricordo di quella lunga chiacchierata, nel corso della quale mi aveva confidato di collezionare oggetti esoterici, tra cui la mano di una strega mummificata risalente al 1700: si era ritrovato a parlarne persino a “Mixe”r, il programma condotto da Gianni Minoli, e io ne ero rimasta davvero colpita! Era stato così disponibile da spedirmi, in seguito, altri cataloghi e un suo libro, La mia raccolta di Pascal, il nome con cui indicava i suoi disegni a matita o a china, a cui ho dedicato un ruolo di rilievo nel romanzo. Per anni ho pensato che mi sarebbe piaciuto inserire la sua figura e la sua arte in una delle mie trame: sono felice di esserci riuscita in Tutto quel viola! Sai, nelle ricerche svolte per il romanzo mi sono imbattuta in Casa nostra - Viaggio nei misteri d’Italia, un saggio di Camilla Cederna che contiene un capitolo intitolato Satana a Torino in cui compare anche Lorenzo Alessandri: nel testo viene posto l’accento solo sulla sua passione per l’occultismo, sì da far emergere una figura inquietante e folkloristica, seguace di culti satanici. Ma oltre all’interesse per l’esoterismo, da cui era di certo intrigato, ma che non sembrava prendere troppo sul serio, dimostrandone anche un certo distacco critico, Alessandri nutriva anche un aspetto molto ironico, goliardico, burlesco, che è diventato una sorta di elemento distintivo del gruppo Surfanta; non possiamo ridurne la figura a quella di uno strano figuro incappucciato adoratore del diavolo! A me piace molto scrivere di horror e gotico, ma sempre con una certa ironia: un aspetto che ho ritrovato in Alessandri e che spero di aver fatto trasparire tra le pagine del romanzo. È venuto a mancare nel 2000, e credo che la sua opera non abbia avuto il riconoscimento che avrebbe meritato. A Giaveno, nel paese dove ha vissuto, esiste un museo a lui dedicato. La stampa autografata da lui è ancora appesa in fondo alla mia scrivania: è uno dei cimeli da cui traggo ispirazione per la scrittura.

Attualmente molti scrittori utilizzano i social per creare una community, far conoscere il proprio lavoro, interagire con i lettori. In qualche modo anche qui sei stata antesignana: anni fa hai iniziato con MySpace, poi hai aperto account su Facebook, Instagram, e hai potuto vedere l’evoluzione del rapporto tra scrittori e comunità sui social media. Secondo te è cambiato qualcosa nel corso di questo periodo, e cosa?
Penso che il web abbia di positivo il fatto di essere un veicolo importante per mettere in contatto tra loro gli appassionati di qualunque genere, e gli scrittori con i propri lettori. Io stessa seguo su Instagram scrittori che mi piacciono come Bret Easton Ellis, Chuck Palahniuk, Joyce Carol Oates; trovo simpatico seguire quel che raccontano anche nella quotidianità, ma entro certi limiti. Non credo si debba rendere partecipi tutti di ogni aspetto della propria esistenza! Mi piace un autore per il modo in cui mi racconta qualcosa attraverso i suoi libri, non sento la necessità di sapere tutto della sua vita: il modello sensazionalista à la Ferragni non ha nulla a che vedere con la letteratura. Dal tempo di MySpace sono in effetti cambiate parecchie cose: è nato il fenomeno degli influencer, che hanno invaso il mercato editoriale, ad esempio. Ho l’impressione che il lettore non acquisti il libro per il suo contenuto, ma perché ha la sensazione così di appropriarsi di una parte dell’influencer che segue! Penso sia interessante farsi conoscere come autore sui social, e usare i social per entrare in contatto con altri scrittori e con i propri lettori, ma la forma di comunicazione principale di uno scrittore credo debba rimanere sempre la sua scrittura. Il libro deve essere, secondo me, il modo di trasmettere quello che ho in mente come autrice. La letteratura resta confinata al rapporto tra te, scrittore o lettore, e il romanzo! Del resto, eviterei di raccontare qualcosa delle idee che ho sul mio nuovo lavoro, perché poi mi passerebbe un po’ la voglia di scriverlo! Mi sembra si tenda a rivelare sempre troppo, sempre più velocemente, facendo perdere un po’ il gusto dell’attesa. Ho l’impressione che sui social passino sempre più aspetti di contorno, superficiali, legati all’aspetto del consumo, e questo coinvolge anche i libri: in occasione di una data uscita, tutti ne parlano tantissimo per un po’ e poi cala il silenzio, e si passa al successivo fenomeno del momento. In realtà funziona un po’ così anche in altri ambiti: penso ad esempio alle serie TV. Si seguono trend, tendenze… A me piace invece parlare di cose che non si conoscono, che magari sono considerate di nicchia! Quando proposi Tutto quel nero, un editore mi chiese: “ma perché Soledad Miranda? Perché non hai scritto un libro su Marilyn Monroe?”. Come non ce ne fossero già tanti.

Per ben due volte, in puro stile Susanna Marino, pellicole considerate perdute sono venute alla luce nel corso delle ricerche effettuate per scrivere i tuoi romanzi: è accaduto per Un dìa en Lisboa, il “filmato maledetto” con Soledad Miranda, al centro di Tutto quel nero, e per L’autuomo, il film scomparso di cui si narra in Tutto quel blu. Ci racconti in breve cosa è accaduto?
Per le ricerche di Un dìa en Lisboa ero entrata in contatto con Carlos Aguilar, un noto critico cinematografico spagnolo, esperto del cinema di Jess Franco e di Soledad Miranda: mi aveva confermato che la pellicola risultava introvabile. Il film è un documentario ambientato a Lisbona in cui compaiono Soledad Miranda e il marito. Entrambi avevamo già contattato la Cineteca di Lisbona, senza successo. Ad un tratto lui ebbe una intuizione: Un dìa en Lisboa era stato girato da Alfonso Nieva, un regista spagnolo; il luogo ove cercarlo non era la Cineteca di Lisbona, ma quella di Madrid! Ricordo bene la telefonata con cui Aguilar mi raccontava del ritrovamento: non aveva ancora terminato la frase con cui mi proponeva di andare a Madrid per vederlo, che io ero già a caccia del primo volo disponibile! Nella pellicola si vedeva una Soledad Miranda giovanissima, e anche in quel caso mi ero ritrovata, con un certo senso di straniamento, a guardare le similitudini tra le scene che avevo immaginato e quelle realmente girate! Per Tutto quel blu avevo contattato diverse volte Marco Masi, il regista, che era rimasto sempre molto sul vago circa il fatto che esistessero ancora copie del suo film: L’autuomo era stato proiettato una sola volta nel corso di un festival, negli anni Ottanta; pare non avesse ricevuto una buona accoglienza da parte del pubblico, e questo aveva convinto Masi a non permetterne la distribuzione. Dopo parecchie insistenze, ero riuscita ad incontrarlo: nella trama Susanna Marino riusciva a ritrovare la pellicola, quindi gli avevo chiesto di descrivermene alcune scene; avevo riportato tutto nel mio taccuino e utilizzato quelle note per il romanzo. Per il lancio di Tutto quel blu avevamo organizzato una presentazione, e mi era sembrato giusto invitarlo. A quel punto, a sorpresa, mi aveva rivelato di essere in possesso di una copia del film! La pellicola non era in buone condizioni, ma, affidata alle cure del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, venne restaurata e proiettata al Cinema Trevi, alla presenza del regista. Lo ricordo come un momento commovente: sono certa che Masi abbia avvertito l’emozione dell’affetto del pubblico. Per certi aspetti è stato un modo per restituirgli quel riconoscimento mancato nel corso di quella prima fatidica proiezione… In qualche maniera forse è vero che i libri possono cambiare la realtà.

Di Sortilegio, la pellicola di cui scrivi in Tutto quel viola, ci sono invece notizie?
Alla presentazione con cui a Roma ho lanciato Tutto quel viola ho avuto il piacere di incrociare il figlio di Nardo Bonomi, il regista di Sortilegio. È stato un incontro interessante e alla fine ci siamo emozionati entrambi: suo padre è venuto a mancare anni fa, e lui stesso sta cercando di rintracciare il film perduto! Lo ha invitato Alberto Farina, il figlio dell’aiuto regista di Sortilegio, che ha presentato il mio romanzo insieme a Steve Della Casa. Dopo quell’incontro il figlio di Bonomi mi ha inviato dei rari scatti di scena del film, con la preghiera di non divulgarli. E di nuovo, mi ha sorpreso molto lo scoprire la similitudine tra quanto era ritratto nelle foto e quello che mi ero figurata nella mente! È vero, avevo letto la sinossi del film, ma immaginare determinate cose sulla scorta di una descrizione è molto diverso dal ritrovarle davvero nelle immagini di scena! È stato decisamente spiazzante, e magico, per certi aspetti: come assistere alla materializzazione di una fantasia.

Per molti è facile rintracciare la singola opera (letteraria, cinematografica, o fumettistica) che ha fatto scattare quella scintilla che ha dato origine ad una passione lunga quanto una vita. È così anche per te?
Il libro che mi ha fatto venir voglia di iniziare a scrivere in modo serio è stato, senza alcun dubbio It di Stephen King: la sua scrittura, il suo modo viscerale di raccontare, in grado di far prender vita ai personaggi, anche grazie al ricorso del punto di vista in soggettiva, l’uso del corsivo - che trovavo molto cinematografico -, mi hanno sedotta. Quando studiavo alle medie ero appassionata di Agatha Christie, del suo modo di tratteggiare le caratteristiche dei suoi protagonisti. Alcuni la trovano schematica, per me non è affatto così. Adoro i rimandi ad esempio alle commedie di Shakespeare che è possibile rintracciare nei suoi scritti, spesso sin dal titolo, e le citazioni delle nenie e delle filastrocche infantili, ritrovate in King e che anche io ho poi utilizzato in Tutto quel rosso. Una cosa che mi ha influenzato molto è stato l’abitare da bambina davanti a un cinema. I miei genitori non volevano farmi vedere film horror, ma io ero suggestionata dalle locandine di film come L’esorcista, Lo squalo. Adesso non sono più usate, ma all’epoca accanto ai manifesti cinematografici c’erano quelle che erano chiamate “fotobuste”, che contenevano immagini di scena: in base a quei fotogrammi a me piaceva immaginare come potesse essere il film. Ricordo una pellicola in cui quelle immagini mostravano una bimba vestita di rosa appollaiata su una tomba con una casa abbandonata sullo sfondo. Ricordo gli occhi vuoti, da zombie: io ne ero rimasta davvero colpita, e cercavo di pensare a cosa poteva accadere in quel film! Penso che la nostra immaginazione affondi le proprie radici nella mancanza: se possiamo vedere tutto, avere tutto, alla fine ci troviamo sopraffatti da una bulimia di stimoli. Invece da quel che manca possiamo attingere per alimentare la nostra creatività. Altra fonte di ispirazione sono stati di certo i fumetti di Dylan Dog: ricordo perfettamente il primo albo che mi era capitato tra le mani. Era il numero 34, Il buio, sceneggiato da Claudio Chiaverotti, disegnato da Piero Dall’Agnol, con quelle inquietanti soggettive e quel colpo di scena finale, molto “argentiano”, sull’identità dell’assassino.

Oltre che scrittrice, sei una apprezzata traduttrice: hai curato le versioni in italiano della serie di John Pellam di Jeffery Deaver, e quella di Dexter, di Jeff Lindsay, che ha ispirato il noto serial televisivo con Michael C. Hall nei panni di Dexter Morgan, tecnico di laboratorio della polizia di Miami di giorno, serial killer a caccia di criminali scampati alla legge di notte: quanto ha influito il lavoro di traduttrice sul tuo stile di scrittura?
Da qualche tempo ho smesso di occuparmi di traduzioni per una mera questione di tempo: tra gli impegni di lavoro per le Biblioteche di Roma e la scrittura non riuscivo proprio a fare anche quello, anche perché tradurre è un compito davvero gravoso. In molti pensano che con una buona conoscenza della lingua e magari l’aiuto di Google Translate si riesca senza difficoltà. Ma la traduzione di un’opera letteraria è molto differente dal lavoro che svolge un interprete quando traduce parola per parola quanto detto da qualcuno in un’altra lingua! Tradurre un romanzo è un lavoro di riscrittura del testo, nel tentativo di restituire anche lo stile dell’autore, entrare un po’ nella sua mente, cogliere il ritmo della narrazione, dire “quasi la stessa cosa”, parafrasando Umberto Eco. Direi che tradurre è stata una vera e propria scuola di scrittura: mi ha aiutato di certo a migliorare, anche perché lo stile anglosassone è molto più asciutto rispetto al nostro: come dice Stephen King, scegliere uno solo di tre aggettivi possibili, quello giusto! Giusto per ricordare qualche difficoltà: Dexter, il personaggio del serial killer “etico” (uccideva solo criminali sfuggiti alla giustizia) di Jeff Lindsay, parlava utilizzando spesso parole che iniziavano con la lettera D: ad esempio, si firmava come “Dear devoted Dexter”, il vostro caro, devoto Dexter. Si può immaginare quanto fosse complicato tradurlo in italiano mantenendo questa sua caratteristica fortemente connotativa! Mi ero preparata un foglio con tutte le parole che iniziavano con la D da poter utilizzare all’occorrenza…

Al di là dei nomi che hai già citato, chi sono i tuoi autori “outsider” di riferimento?
Il primo nome che mi viene in mente è quello di Stefano Di Marino: un autore strepitoso, e un caro amico, purtroppo venuto a mancare poco tempo fa. Ha pubblicato per “Segretissimo” [che di recente ha istituito un Premio a lui intitolato per il miglior racconto inedito per il genere Spy Story, NdR] e “Il Giallo” - Mondadori; io amavo molto i suoi gialli a sfondo esoterico con l’illusionista Sebastiano “Bas” Salieri come protagonista (in uno di questi aveva anche citato Susanna); aveva una prosa che definirei “salgariana” (scrittore amato da entrambi), descrittiva in un modo che riusciva ad essere al contempo sintetico ed evocativo; aveva una grande capacità di raccontare scene d’azione, e spesso ci consultavamo su come rendere al meglio determinati passaggi. Un altro autore che sicuramente mi ha influenzato moltissimo, per la sua capacità di utilizzare l’elemento umoristico nei suoi noir, e per lo stile asciutto, è Donald E. Westlake: quando giro per mercatini, se mi capita di intercettare su una bancarella una delle sue opere, non me la lascio scappare! Westlake ha pubblicato black comedies a volte ricorrendo allo pseudonimo di Richard Stark, suo alter ego dalla cifra stilistica dark: ricordo che Stephen King, ne La metà oscura, in qualche modo lo ha citato costruendo la trama intorno ad uno scrittore che scrive testi impegnati firmandoli con il suo vero nome, Thad Beaumont, e narrazioni più violente sotto lo pseudonimo di “George” Stark. Westlake ha firmato con il suo nome una serie con al centro la figura di Dortmunder - l’anagramma di Don’t murder , ovvero “non uccidere”-, un ladro piuttosto sfigato come protagonista; mentre con lo pseudonimo di Stark ha costruito il personaggio di Parker, spietato assassino che uccide a sangue freddo, le cui avventure hanno anche ispirato diverse trasposizioni cinematografiche, tra cui Senza un attimo di tregua di John Boorman, con Lee Marvin nel ruolo del ladro (per una questione di diritti ribattezzato Walker), Payback - La rivincita di Porter di Brian Helgeland, con Mel Gibson a vestire i panni del protagonista (sempre per la stessa faccenda denominato Porter) e Parker di Taylor Hackford, con Jason Statham e Jennifer Lopez. È interessante osservare come l’ironia delle storie di Dortmunder diviene più tagliente, scivolando nel sarcasmo, quando lo scrittore veste i panni di Stark e mette in scena Parker! L’uso dell’umorismo è da sempre un elemento che mi attira nella scrittura: da appassionata di fumetti, adoro ad esempio Garth Ennis, il creatore di Preacher: le sue storie sono molto violente, molto pulp, ma al contempo ironiche.

A proposito di fumetti, oltre ai romanzi e ai racconti, hai scritto le sceneggiature di diversi comics, e ti sei ritrovata a firmare lo script di uno degli episodi dell’indagatore dell’incubo (Dylan Dog Color Fest N.11), uno dei tuoi fumetti preferiti! Come è stato passare dal ruolo di lettrice a quello di sceneggiatrice?
Mi trovo sicuramente di più a mio agio con la prosa, meno con la sceneggiatura di un fumetto, che presuppone la collaborazione con un disegnatore e impone dei limiti, ad esempio, all’uso dei dialoghi, che io invece amo molto, e circa la caratterizzazione dei protagonisti. Mi sono cimentata con The Professor, con l’albo di Dylan Dog che hai citato, e persino con una storia breve con una versione di Susanna Marino che omaggia l’horror erotico degli anni Settanta, apparsa su 13, a cura di Nik Guerra. All’epoca chi era a capo della redazione di Dylan Dog aveva apprezzato Tutto quel blu: mi venne chiesto quindi di scrivere una sceneggiatura per una storia breve dell’indagatore dell’incubo. È stata sicuramente una esperienza divertente e mi fece un enorme piacere, ma, come detto, mi diverte di più creare i miei personaggi e non stare nei limiti imposti dalle tavole.

Da appassionata della cinepresa penso sia stato inevitabile per te pensare a una trasposizione sullo schermo delle avventure di Susanna. Chi ci vedresti nel ruolo della protagonista?
Ora che mi ci fai pensare, quando qualche tempo fa ho visto The Green Inferno di Eli Roth, sono rimasta colpita da Lorenza Izzo, splendida attrice, ex moglie dello stesso Roth, apparsa anche in C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino. Se dovessi invece pensare a una interprete italiana ci vedrei bene Pilar Fogliati!

La tua ultima raccolta di racconti Fuori orario è stata autopubblicata. Pur essendo un genere che piace ai lettori, sembra che le trame brevi non incontrino il favore delle case editrici, che sembrano puntare su narrazioni più lunghe. Pensi si tratti di una scelta coerente?
Fuori orario è nato dalla necessità di raccogliere racconti divenuti difficili da rintracciare, perché pubblicati in antologie non più ristampate da tempo, o su “Il Giallo – Mondadori”, che viene distribuito nelle edicole (il che rende più complicato reperire i singoli numeri). Anche questa raccolta è ispirata al cinema: si presenta divisa in tre spettacoli: il noir, un po’ più soft, l’horror e le “frattaglie di mezzanotte”, con le trame più pulp e ironiche, in cui è venuta fuori la mia anima tarantiniana. C’è anche qualche inedito, ripescato dal proverbiale cassetto, tra cui un racconto che avevo scritto da ragazzina: in pratica, contiene un po’ la storia della mia scrittura! Anche io ho l’impressione che il genere sia un po’ trascurato dalle scelte editoriali; è anche vero che io in primis, di un autore che mi piace, preferisco leggere romanzi, che mi consentono di avere una esperienza più immersiva, di entrare in un mondo e di restarci più a lungo. In realtà ci sono diverse eccezioni a questa regola; adoro ad esempio i racconti di Richard Matheson, o di Ray Bradbury, o A volte ritornano di Stephen King! In effetti non c’è niente di meglio di una bella storia breve da leggere la sera, prima di addormentarsi. Trovo che i racconti siano un’ottima palestra per uno scrittore, che si ritrova a dover suscitare una emozione, non potendo contare su troppe evoluzioni della trama, e su personaggi spesso solo abbozzati, ma facendo leva quasi unicamente sulla propria scrittura.

Progetti per il futuro?
Ho in mente delle idee per il prossimo romanzo, e sto facendo delle ricerche, ma ancora non sono entrata nella fase di scrittura vera e propria. Per il momento preferisco essere scaramantica e mantenere il riserbo.

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