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Intervista a Dale Furutani

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Dale Furutani è uno di quegli scrittori che è approdato sugli scaffali delle librerie tardivamente, anche se di scrittura di fatto si è sempre occupato, ma in forme diverse dal romanzo. Il cognome tradisce le sue origini giapponesi, tuttavia Dale fin dall’età di cinque anni ha vissuto in California, con genitori adottivi. Nonostante la passione per la scrittura, ha intrapreso nella vita una carriera di tipo imprenditoriale. Ma - complice uno stato di salute precario e un amico di famiglia scrittore - alla soglia dei cinquant’anni Dale si è riavvicinato alla sua vecchia passione e, coniugandola alla curiosità per la cultura e il passato del suo paese d’origine, ha vita a racconti ricchi di tradizione e storia, ambientati nell’antico Giappone degli shōgun e delle battaglie tra clan. Al Salone del Libro di Torino 2023 ha presentato insieme a Marcos y Marcos il quarto capitolo della saga di Matsuyama Kaze, a distanza di vent’anni dalla chiusura della trilogia. Lo attendiamo nella Lounge della Fondazione Circolo dei lettori, osservando dall’alto gli spazi tra gli stand riempirsi dei primi visitatori appena entrati. Dale arriva un po’ in ritardo. Prima di iniziare l’intervista, ci concediamo giusto qualche battuta sulla metro di Torino, che evidentemente non riesce a eguagliare la puntualità delle linee di Tokyo.



Hai mosso i primi passi nel mondo dell’editoria tardivamente, alla soglia dei cinquant’anni. Come mai hai aspettato così tanto per dare vita alle tue storie di detective?
Durante il college scrivevo articoli di saggistica, ne ho pubblicati più di trecento. Mi sono laureato in Scrittura Creativa. Dopo il college mi convinsi a provare con la narrativa e scrissi un racconto di fantascienza; lo inviai a una delle più rinomate riviste di fantascienza americana dell’epoca. Dopo poche settimane, ricevetti una lettera di tre pagine dall’editor, contenente commenti relativi alla mia storia, praticamente analizzata frase per frase. Ero così abbattuto per il rifiuto da non realizzare quale regalo mi fosse invece stato fatto. Avevano speso tempo ad analizzare il racconto e a indicarmi cosa cambiare e, probabilmente, se lo avessi riscritto lo avrebbero preso in considerazione. Ma al tempo ignoravo come funzionasse il mondo dell’editoria e ne rimasi profondamente deluso. Potevo benissimo guadagnare scrivendo di aerospazio, moto e computer. Intorno ai cinquant’anni, ho conosciuto lo scrittore Michael Nava, un collega di mia moglie dal discreto successo, e mi sono avvicinato al genere mistery, di cui discutevamo spesso. Un pomeriggio a pranzo Michael ha esordito chiedendomi: “Perché non provi a scrivere un mistery?”. È colpa di Michael se sono entrato in questo giro, nel bene o nel male è sua la responsabilità.

Quali elementi non possono mancare nelle tue storie? Hai qualche particolare “feticcio letterario”?
Sono sicuro di averne, ma credo che l’autore sia la persona meno indicata per commentare le proprie abitudini e i propri feticci! Spendo molto tempo nel progettare la storia per renderla interessante. Fa parte della struttura del genere mistery e il lettore deve poter vivere la storia in modo soddisfacente. I miei racconti non sono come quelli di Agatha Christie: quindici sospettati diversi riuniti in una sala da pranzo… mi piace questo genere di giallo quando ben strutturato. Ma le mie storie si concentrano di più sul perché qualcuno viene ucciso, sulle motivazioni, e quando riesco, mi piace nasconderci dietro una ragione prettamente legata al mondo giapponese: superstizioni, rituali, elementi culturali ben specifici. Nei miei primi due libri avevo scelto di parlare della cultura giapponese-americana (la serie dei romanzi ambientata a Los Angeles e incentrata sul detective Ken Tanaka, inedita in Italia, ndr) ma poi ho deciso di avvicinarmi di più alle radici della cultura giapponese e sono passato a un’ambientazione di tipo storico, iniziando a scrivere di samurai. Le vicende ambientate in epoca moderna avevano riscontrato pareri positivi e il mio editore non si spiegava come mai volessi abbandonare questa strada, ma per me era diventata un’ossessione approfondire la storia del Giappone e, con essa, la sua eredità. È un passaggio indispensabile anche per comprendere gli ideali attuali del Giappone moderno.

Il tuo protagonista, Kaze-sama, è una sorta di ibrido, un guerriero dalla mentalità molto vicina a quella di un monaco. Pensi che possa incarnare l’equilibrio ideale che molte filosofie di vita attuali vanno cercando, per esempio attraverso la pratica meditativa o corsi di mindfulness?
Spero di sì, è quello che sto cercando di seguire nella mia vita attuale. Sono cresciuto negli anni Sessanta, in un periodo dove si professava l’amore verso gli altri e se si tendeva una mano, un’altra amica te la stringeva. Sfortunatamente, invecchiando si realizza che alcune persone sono veramente molto egoiste, avide e in cerca di potere. Puoi avere due tipi di reazione: rassegnarti al fatto che la natura umana è quella, oppure trovare un equilibrio tra la tua prospettiva umanista e la realtà che ti circonda.

All’inizio di ogni capitolo de Il ritorno del ronin c’è un breve componimento che richiama la struttura dell’haiku. Come mai questa scelta?
Sì, in inglese sono scritti rispettando la struttura dell’haiku (un totale di diciassette more divise in tre versi, rispettivamente da cinque, sette e cinque, ndr). Ho studiato poesia a scuola, volevo cimentarmi in qualche componimento anche se non mi ritengo particolarmente bravo con gli haiku. Una casa editrice buddista voleva pubblicare alcuni dei miei haiku in una raccolta, ma rifiutai. Gli haiku seguono delle regole ben precise e io ne ignoro una in particolare, quella di focalizzare il componimento su un elemento legato alla natura: la pioggia, un animale, una stagione. I miei di fatto riflettono su cosa avverrà nel capitolo che segue. È un’idea che avevo adottato fin dal mio primo libro, poi nel secondo avevo deciso di non riproporla ma il mio editor, appena ricevuta la bozza del manoscritto, mi ha scritto una mail chiedendo dove fossero gli haiku.

Quale aspetto della tua cultura di origine ti affascina di più e vorresti che i tuoi lettori conoscessero?
La cultura giapponese è veramente vasta e unica. Molte delle culture occidentali sono state influenzate dalla civiltà romana e greca e contengono elementi legati alla loro filosofia. Il Giappone ha vissuto in una sorta di isolamento. Per centinaia e centinaia di anni. I miei libri sono ambientati nel periodo dei primi contatti con gli europei, ma subito dopo il Giappone tornò a chiudersi agli stranieri. Come risultato, la loro cultura si è mantenuta molto diversa e incontaminata dalle influenze occidentali.

In Italia negli scorsi decenni si è sviluppata una vera passiono per il Giappone e la sua cultura. Le pubblicazioni di autori giapponesi e di testi che trattano del Giappone sono aumentate considerevolmente nel corso degli ultimi anni. Come vanno le cose in America? C’è un interesse paragonabile o è più difficile trovare uno spazio nel mercato?
L’interesse è molto meno diffuso in America, i miei libri vendono molto meglio in Europa. Specialmente in Francia. Sono più conosciuto qui che negli USA. Per mia esperienza, posso dire di avere una “fan base” di una ragionevole grandezza composto da lettori molto fedeli che si interessano alle vicende dei miei libri, curiosi di comprendere cosa sta accadendo e perché. Il genere di domande che ricevo agli incontri qui in Europa sono come quelle che mi rivolgono all’università: i significati dietro ad una storia, le motivazioni. In America, le domande su un romanzo mistery sono più incentrate sulla trama. È molto gratificante riscontrare questo interesse profondo per i miei racconti. In America sono molto diffusi i libri di Marie Kondō, anche se in realtà in Giappone nessuno adotta principi così stringenti per l’organizzazione domestica. Mi è capitato spesso di dover riorganizzare le mie cose e dover scegliere cosa buttare, ma non riesco a sedermi e a osservarle interrogandomi sulle sensazioni che mi trasmettono, o sulla storia che mi connette a loro. Questi aspetti legati all’esotismo della cultura asiatica, in generale, hanno più presa sui lettori.

Che cambiamenti hanno subito la tua mentalità e la tua routine dopo aver lasciato il lavoro da imprenditore per dedicarti completamente alla scrittura?
La mia carriera ha subito un’interruzione improvvisa quando scoprii di essere malato. Per diverso tempo non sono riuscito a fare molto: un problema si risolveva e subito dopo ne compariva un altro. È stato un periodo di continui alti e bassi. Poi ho cominciato a scrivere a tempo pieno. Ho amici che riescono a mantenersi scrivendo, ma non è il mio caso. Un altro mio collega, invece, riesce a scrivere full time e a vivere in una piccola città insegnando tecniche di scrittura in un college in Ohio. Ma quando arrivi a cinquant’anni la vita da studente di college, che è un po’ quella che vive questo mio amico, non è proprio quello che vai cercando. Dal mio punto di vista non c’è niente di male a vivere modestamente, bisogna ascoltare il proprio cuore, non il portafoglio. Il mio stile di vita non è cambiato poi molto, a eccezione del fatto che forse sono meno disciplinato. Quando avevo un lavoro a tempo pieno, dovevo scrivere ogni giorno e mostrare i miei progressi. Uno tra i miei libri più apprezzati l’ho quasi completamente scritto nelle pause pranzo da quarantacinque minuti. Non ero particolarmente entusiasta del risultato ma le critiche furono molto positive. Tendo a tornare su quello che scrivo molte volte, a giocare con le parole e con il libro fino a che non sono soddisfatto. Questo atteggiamento può essere accettabile se lavoro ad un componimento di cinquanta versi ma non è applicabile su un intero libro. Quello che dovrei imparare a fare è lasciar andare il libro arrivato ad un certo punto.

Stai lavorando a qualche progetto in questo momento?
Sì, sto lavorando ad un nuovo libro, il quinto della saga di Kaze. Ho deciso di trattare il tema della pirateria. Anche il Giappone aveva dei pirati! Al tempo, per navigare nelle acque controllate da un clan si doveva pagare per ricevere una bandiera da esibire, in modo da non essere attaccati. Chi non pagava questa sorta di tassa, era bersaglio di saccheggi. La vicenda ruoterà intorno a questo fenomeno. Kaze cercherà informazioni sulla famiglia di Kiku nella parte più a sud del Giappone, il Kyūshū.

I LIBRI DI DALE FURUTANI