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Intervista a Daniela Krien

Una piacevole e interessante chiacchierata da remoto in compagnia di Daniela Krien (a causa della pandemia l’autrice non è potuta venire in Italia), nuova promessa della letteratura tedesca pubblicata in Italia da Corbaccio. Particolarmente interessante è il suo sguardo attento alle dinamiche relazionali familiari e di coppia, sguardo arricchito dall’esperienza della DDR, sotto la quale è nata e cresciuta e che permea lo sfondo dei suoi romanzi.



Partiamo dal titolo del tuo I confini incerti del fuoco. La parola fuoco può alludere a molte cose: la passione, il rischio di scoprire ciò che potrebbe ferire, il rischio di compromettere irrimediabilmente il rapporto con una persona. Qual è il suo significato?
Nel titolo originale non compare la parola fuoco, bensì incendio. Sono parole abbastanza simili, ma non sono proprio la stessa cosa. L’idea di incendio compare per varie ragioni all’interno del romanzo. C’è l’incendio che scoppia durante il matrimonio tra Peter e Rahel, qualcosa che brucia, che va in pezzi, che non funziona. Una seconda ragione è invece insita nella società. È una sorta di incendio che arde all’interno della società e che sta ad indicare una cesura, una serie di problemi. Se vogliamo, una metafora per tutto ciò che nella società non funziona veramente. Un terzo motivo è più concreto e si rifà all’incendio scoppiato nel 1945 a Dresda a seguito dei bombardamenti sulla città, un fatto che gioca un ruolo decisivo nella storia familiare di Rahel. Una quarta ragione è invece legata all’incendio che scoppia nella casa in Baviera dove Peter e Rahel vorrebbero andare a passare le ferie e dove poi non possono più andare. Quindi direi che l’idea di un fuoco, di un incendio, la troviamo in vari momenti del romanzo e ha sempre un valore metaforico. Sta sempre ad indicare qualcosa che non funziona, che è andato bruciato.

Nei tuoi romanzi analizzi spesso le dinamiche familiari e di coppia, i rapporti intimi tra persone… c’è qualcosa di autobiografico in quello che racconti?
Sì, io penso che ci sia sempre qualcosa di un po’ autobiografico, ma non nel senso che scrivo ciò che ho vissuto. Certamente io provo interesse nei confronti delle cose, tento di capire come accadono, come funziona la psicologia delle persone, quali sono le loro storie. Per quanto riguarda la mia storia personale, tento sempre di lasciarla da parte, non mi sembra sia di nessun interesse. Mi interessa invece tutto quello che mi gira attorno, che succede attorno a me e che scopro parlando con la gente. Attraverso tanti colloqui, tante discussioni, tento di capire come le persone riescano a superare i momenti di crisi, a risolvere le difficoltà. In un certo senso, scrivendo sono io stessa che imparo delle cose sulla vita.

Spesso sullo sfondo dei tuoi romanzi c’è la Germania della DDR, e in particolare ne I confini incerti del fuoco si percepisce uno stacco tra la generazione cresciuta nella Germania degli anni ‘70 e le nuove generazioni, divario che si manifesta ad esempio nel modo di concepire la classificazione dei sessi, di esprimere la propria affettività e di pensare il benessere. Se lo ha fatto, quanto e in che modo la DDR ha influenzato la tua adolescenza e la tua formazione?
Certamente la DDR ha influito pesantemente sulla mia vita. Io ho vissuto nella DDR i primi quattordici anni della mia vita, sono cresciuta in una dittatura. Un tipo di esperienza che abbiamo fatto nell’Est e che non c’è stata qua nell’Ovest. Siamo cresciuti in un’idea collettivista, mentre nella Germania federale si è cresciuti con un’idea individualistica e materialistica. Nella DDR non avevamo questo tipo di sensibilità, perché abbiamo vissuto un’esperienza di dittatura, vale a dire che tutto era livellato. E in questo livellamento c’era addirittura una forma di eguaglianza molto marcata che poi non c’è stata mai più. Tutti, all’interno di quel sistema, avevamo più o meno le stesse possibilità. Con la caduta del Muro siamo stati costretti ad un profondo, nuovo riorientamento. Dovevamo farcela con le nostre forze, con le nostre capacità, lo Stato non veniva più in nostro soccorso come prima. Tutti questi elementi ancora oggi creano un divario tra le generazioni. Un’altra cosa molto importante è che tutti quelli che sono cresciuti all’interno della DDR vivevano, per così dire, con due facce. Perché noi tutti sapevamo che al di fuori di casa nostra non potevamo più dire certe cose, non potevamo fidarci degli altri. Sapevamo che fuori casa era necessario tacere. Poi tutto è finito con la caduta del Muro e a partire dalla riunificazione delle due Germanie siamo passati a una grande libertà. Di parlare liberamente, di discutere pubblicamente, e tutto questo non avrebbe più dato origine a nessun tipo di rappresaglie. Noi che siamo cresciuti in un regime dittatoriale abbiamo sviluppato una forte sensibilità per i momenti in cui questa libertà si trova ad essere invece limitata, costretta.

Rahel, la protagonista di I confini incerti del fuoco, manifesta un rapporto tormentato con la religione: razionalmente non riesce a credere in Dio, ma sul piano emotivo e intimo le piacerebbe riuscire ad avere fede, anzi talvolta prega. Qual è il tuo rapporto con la religione?
Io sono cresciuta in un credo cristiano, dando per scontato che esistesse un Dio. Da noi in famiglia non è mai stata messa in dubbio l’esistenza di Dio, più che altro si trattava di come pregarlo, di come essere credenti. Io andavo regolarmente in chiesa, ho fatto la cresima, però a quattordici anni non ho fatto il riconoscimento di fede, che era un atto statale. Dichiaravi allo Stato di essere credente e io mi sono rifiutata di farlo. Anche oggi ad ogni modo mi ritengo una persona religiosa, ho sempre questa sensazione che esista qualcosa di più grande di me. Trovo molto conforto nella preghiera e credo che ci sia un destino che va oltre me stessa, qualcosa al di sopra di me a cui mi posso abbandonare, perché so che non sono sola, che il mio destino non è interamente nelle mie mani e questo mi dà molta consolazione e gioia.

Il contesto in cui si svolge la vacanza di Rahel e Peter è quello di una casa di campagna immersa nella natura e ravvivata dagli animali. Sicuramente i lockdown a cui siamo stati costretti in questi due anni hanno fatto riscoprire a molti di noi i vantaggi e i benefici del vivere a contatto con la natura. Spesso l’impressione è che la vita attuale, frenetica e impostata sul lavoro, conceda poco spazio a rapporti umani profondi. Come nel caso di Rahel e Peter, pensi che una maggiore sintonia con la natura e con i ritmi naturali della vita, un rapporto rinnovato e autentico con l’ambiente naturale che ci circonda, potrebbe essere di aiuto per le coppie che vivono momenti di difficoltà?
Ritengo che la natura possa avere degli effetti di guarigione molto marcati. Studi di medicina hanno provato che passeggiare in un bosco può avere degli effetti positivi sulla guarigione da una malattia. Il fatto che la natura possa avere degli effetti così positivi può anche riverberarsi su una coppia in crisi, ma non so se possa aiutare veramente una coppia a guarire da una crisi profonda, a riparare i guasti. Tutti noi abbiamo vissuto la pandemia e abbiamo visto quanto la natura può darci benessere. Questa consapevolezza potrebbe anche spingere molti ad essere più interessati a proteggere la natura e a prenderla più seriamente di quanto non si sia fatto fino ad ora. Sono dunque molto ottimista, perché penso che tanti abbiano preso coscienza in questo periodo dell’importanza che ha per noi tutti la natura.

Puoi parlarci del tuo prossimo progetto letterario?
Devo confessare che in questo momento non ho ancora nessun progetto in corso. Non saprei proprio ancora di che cosa si tratterà perché sono in una fase di raccolta dati. Vale a dire che io tra un libro e l’altro ho bisogno di uno spazio di tempo in cui non faccio altro che osservare, ascoltare, percepire, raccogliere tutte queste informazioni, percezioni, sensazioni e riempire una specie di scatola prima di poter fare un progetto, ma spero che ci sarà presto.

I LIBRI DI DANIELA KRIEN