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Intervista a Daniele Bortoletti

altIl tuo romanzo è (anche) un ritratto lucido e spietato dell’ambiente militare e delle sue violenze: un’altra vita di caserma è possibile o tanta miseria è connessa alla vita dei soldati? L’esperienza che costituisce il nutrimento essenziale del mio lavoro risale all’adolescenza: ho trascorso gran parte dei fecali anni Ottanta segregato in caserme di varia natura, tutte orientate a una sistematica distruzione della personalità. Mi ha sottratto a una scientifica disumanizzazione una sessualità vorace e disperata. Cieca. Prendere posizione sulla questione che proponi – la devastante esperienza dell’esercito a tecnologia avanzata – significherebbe violare il mio limite di cantastorie/venditore di fumo, anche se evidenziare la progressiva militarizzazione della cultura in cui siamo immersi o l’adesione di una cittadinanza pigra e razzista a un conflitto ingiusto che produce quotidianamente danni psichici e materiali ingenti, è espressione doverosa. Il personaggio di Alessandro è forse il più controverso del libro, con la sua coscienza ‘elastica’, il suo appeal da manovratore e la sua sessualità rapace. C’è in Alessandro quasi il ritratto di un’intera generazione? Non credo che lo stato di coscienza che Alessandro incarna possa essere vincolato a esprimere il punto di vista di una generazione. Per illustrarlo con maggiore chiarezza posso segnalare alcune caratteristiche precise: Alessandro è persona che sceglie il ruolo di professionista della psiche riducendosi a portatore di istanze padronali; è individuo che ignora senso del limite e paura dando inizio al movimento del romanzo, trasformando le vite che incontra, sciogliendo i convenuti che riconsegna all’anonimato al termine della narrazione. È espressione di una tendenza discendente e assimilabile al concetto junghiano di Ombra. In che modo il tuo romanzo è legato al Daumal de "Il monte analogo" e al suo pellegrinaggio interiore verso il cristallo dell’ultima stabilità? Il contatto con i testi di René Daumal ha prodotto una radicale trasformazione nel mio lavoro: sebbene non riesca a evocare la stessa sua chiarezza di espressione – circostanza dovuta all’incapacità di sviluppare l’attenzione costante che richiede – è confortante sapere dei suoi sforzi e dei risultati che ha conseguito. La scelta di dare il nome della città Porto delle Scimmie al mio romanzo vuol essere un omaggio, un auspicio, un monito. Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione? Qual è l’ultimo bel libro che hai letto? Nel corso della mia formazione hanno avuto un ruolo rilevante Bukowski, Philip Roth, Bellow, Kundera e Burroughs. Tra i classici ho amato particolarmente Baudelaire, Gadda e Pasolini. Gli ultimi libri che ho letto e desidero menzionare: Venti sigarette a Nassirya di Trento e Amadei, Gabbie metropolitane di Quadrelli e L’editore di Balestrini. [david frati]