Intervista a David Grossman

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In occasione della pubblicazione del suo ultimo romanzo, Mondadori ha concesso a un selezionato gruppo di blogger di intervistare David Grossman a Milano. Il grande scrittore israeliano si è presentato in sala con un timido imbarazzo, quasi in punta di piedi, sembrava intimorito – o forse era soltanto molto gentile. Ha salutato tutti però con uno “Shalom” e un grande sorriso, chiedendo ai presenti uno per uno il nome di battesimo, per potere poi rivolgersi a ognuno in modo personale. Questo è il risultato di questa profonda e piacevole chiacchierata.




La lingua ebraica parte da Abramo e arriva fino a oggi. È un peso scrivere in una lingua così emblematica? Se ne sente il peso?
Hai perfettamente ragione. L’ebraico è una lingua molto antica. Ha quasi quattromila anni e significa che chi la parla tramanda un ricordo conservato per quattro millenni. Non solo il ricordo ma la storia dell’identità è molto ben radicata nella mente di coloro che parlano ebraico. C’è comunque un’enorme differenza tra la lingua della Bibbia e la nostra lingua oggi e quindi, in realtà, penso che pochissimi giovani possano leggere in maniera totale la Bibbia. Io appartengo ancora alla generazione che ha studiato la Bibbia molto intensamente a scuola e quindi so leggere la maggior parte della Bibbia anche se non tutta, dato che ci sono alcune parti in aramaico, per esempio, nel libro di Yechezkel che non riesco perfettamente a capire. L’ebraico ha poi molti strati: ha lo strato biblico, quindi lo strato mishnaico, poi lo strato talmudico, quindi gli strati medievali, gli strati dell’Illuminismo e l’ultimo strato è quello odierno con il gergo israeliano, il linguaggio quotidiano di strada molto vivido. Scrivere in ebraico non lo vedo quindi come un peso. Lo vedo piuttosto come un vero privilegio poterlo fare in un linguaggio che ha così tanti livelli, così tanti echi. Posso utilizzare una frase che direbbe un tassista oggi a Tel Aviv e questo farebbe eco al libro di preghiere di ottocento anni fa. Quindi credo sia fantastico.

Leggendo il tuo romanzo La vita gioca con me uno dei temi che sicuramente salta all’occhio maggiormente è quello della memoria, nelle sue diverse sfaccettature. Da un lato abbiamo una memoria dolorosa che forse il nostro stesso cervello cerca di ammorbidire, nascondere e modificare anche per aiutarci ad avere uno sguardo più positivo sul futuro, da un altro invece c’è una memoria che vogliamo sia sempre vivida e fresca. Pensando alle 3 donne come potremmo riassumere la memoria che le modella nel corso della loro vita?
Per risponderti dovrei rileggerti ora l’intero libro. Il romanzo affronta il tema di tre generazioni e come ognuna ricordi la storia della propria famiglia e come si rapporti al grande segreto dietro la decisione di Vera. Penso che sia qualcosa che richieda un grande sforzo cosa scegliere di ricordare. A cosa diventiamo dipendenti mentre ricordiamo? E cosa forse dovremmo dimenticare per continuare la nostra vita? Conosco persone e intere nazioni che diventano quasi prigioniere della propria memoria. Preferiscono ricordare e questo non consente loro di muoversi liberamente nel futuro. Conosco individui che hanno sofferto davvero nella loro vita, specialmente durante l’infanzia, e scelgono di mantenere questo ricordo dell’umiliazione, della frustrazione, del dolore come se tutta la loro vita fosse dedicata a questo peso della memoria e non sono quindi in grado di liberarsi, di lasciarsi sentir dire che forse non hanno più bisogno di essere legati al passato e di essere limitati dai ricordi più traumatici. Questa storia è basata su un trauma, una ferita. Trauma è un termine molto specifico da psicologi. È una ferita, una ferita della mente. Questa ferita colpisce tutta la famiglia per tre generazioni. Quando accade qualcosa del genere, una parte della famiglia viene come paralizzata dalla gravità di questo avvenimento. Bisogna sempre scegliere se continuare a essere vittime di ciò che ci è stato inferto oppure trovare un modo per posizionare la ferita in un determinato scomparto della memoria. Non bisogna negarla ma allo stesso tempo si dovrebbe iniziare a muoversi più liberamente attorno alla ferita stessa. Non serve a nulla essere continuamente influenzati e plasmati da essa. Solo così si può essere finalmente liberi e respirare a pieni polmoni. Riguardo ai conflitti presenti fra le tre donne, ci sono molti contrasti e ognuna ha fatto all’altra cose orribili. Ben due generazioni hanno abbandonato i propri figli. Quello che però mi ha realmente interessato è il costante movimento di queste tre donne che si avvicinano e si allontanano tra loro, in continuazione. È come una danza. Una specie di danza talmente energica come solo in una famiglia può verificarsi. I più grandi drammi, secondo me, si consumano nelle cucine e nelle camere da letto di ognuno di noi. Questo è il vero motore del romanzo, il movimento costante, la terra che continuamente trema sotto i piedi delle tre protagoniste e di Rafael.

E il tema del perdono come viene affrontato all’interno del romanzo?
Il tema del perdono è una questione molto importante in generale nelle nostre vite. Possiamo realmente perdonare qualcuno che ci ha fatto qualcosa di grave? Non ne sono sicuro. Io non posso affermare di avere queste qualità da santo. Però ricordo che quando quel fuoco di vendetta mi ha offuscato mi sentivo come sospeso nel mio essere me stesso, mi sentivo un ottuso. Nonostante quindi non riesca a dimenticare come i santi sanno fare, tento almeno di non diventare dipendente dal veleno della voglia di vendetta. Non ho pretese comunque di scrivere nessuna lezione di filosofia. Il romanzo è semplicemente la storia di quattro persone unite da un legame invisibile. Una storia di famiglia, con tutte le energie che possono esserci solo in una famiglia. So che c’è la tentazione di poter dare qualche significato recondito alla storia ma il primo tema è sempre quello familiare. La famiglia, secondo me, è la prima struttura umana. Il libro è anche sull’amore e sulle differenti relazioni che possiamo avere con i nostri familiari. Sono uno scrittore poco teorico e molto con i piedi per terra.

Le donne del romanzo sono tutte e tre molto forti mentre Rafael è debole e passivo. Nonostante questo, tutte e tre si appoggiano costantemente a lui per avere un po’ di stabilità. Quale è il tuo commento su questo punto?
Rafi mi serviva all’interno della trama dato che tutto è così repentino e pieno di alti e bassi. È totalmente dipendente da tutte e tre le donne così come loro hanno bisogno di lui, a turno. Con Vera è in grado di essere un buon figlio, nonostante non sia il suo vero figlio biologico, più di quanto non fosse stato un buon figlio con la sua vera madre. Ama ancora Nina come il primo giorno, nonostante tutto quello che gli ha fatto, abbandonandolo e tradendolo molte volte. Infine è un ottimo padre per Ghili, riuscendo a darle anche quello di cui lei aveva bisogno da parte di una madre. Se osserviamo bene Rafi possiamo affermare che è un fallito, un debole e non è mai riuscito a portare a termine con successo nulla di quanto desiderasse veramente nella vita. Di buono nella vita ha solo saputo come amare Nina in maniera incondizionata, come racconta una volta a Ghili al telefono. Nonostante tutto questo però, Rafi è una sorta di eroe all’interno della trama perchè rappresenta il porto sicuro che queste donne cercano ogni volta in cui hanno bisogno di un po’ di tranquillità. È interessante quindi scorgere tutte le varie forme di amore presenti tra i personaggi del romanzo.

Quanto è stato difficile per un uomo scrivere una storia che è tutta al femminile in cui le figure maschili sono sempre secondarie?
Io so scrivere come un uomo. Non so come scrivere come una donna. Quindi ho voluto provare a scrivere come donne di diverse generazioni, come non ho mai fatto prima. Volevo essere e capire un altro modo di essere nella realtà, un altro modo di essere nella vita che è il modo della donna. Ci sono quindi molti modi per essere una donna all’interno della società. In qualche romanzo, ho già scritto dal punto di vista della donna, ad esempio di una giovane donna, ma mai così in maniera corale. Non è un processo facile perché ritengo che di solito la nostra anima preferisca la comodità di essere solo se stessa. All’anima piace continuare il suo movimento senza alcuna interruzione e quando si prova a imporre all’anima qualcosa, immedesimarsi in un’altra esistenza per esempio, si ribella. In un precedente romanzo per riuscire nell’intento, visto che mi trovavo bloccato, decisi di scrivere una vera e propria lettera a Or, la protagonista, in modo da chiederle un consiglio su come procedere. Con questo stratagemma mi sbloccai. È come se mi arresi alla sua essenza e così riuscii a scrivere attraverso i suoi occhi.

Ghili è la voce narrante del romanzo, attraverso il filtro del diario/documentario. Perché la scelta della prima persona?
Volevo che la storia fosse raccontata da una persona sola, o una delle donne o Rafi naturalmente. Non poteva essere Vera perché, dato il suo linguaggio così particolare, sarebbe stato pesante narrare tutto attraverso la sua voce, rendendola quasi una caricatura. Io, personalmente, ritengo che sia una cosa terribile fare dei propri personaggi delle macchiette. Non poteva essere neppure Nina dato che è stata per così tanto tempo lontana dalle dinamiche familiari. Ghili, quindi, era la scelta più adatta, non avendo assorbito totalmente i danni della disastrosa decisione di Vera come invece ha fatto Nina. Attraverso di lei ho potuto poi utilizzare al massimo l’ebraico moderno. Ghili inoltre è molto ironica anche se conserva in sé tutto il suo carico di sofferenze, come, ad esempio, il fatto di non voler mettere al mondo dei bambini in seguito ai dolori patiti durante l’infanzia.

L’aspetto del documentario e quindi dell’arte in generale all’interno del romanzo che ruolo ha?
È un’ottima chiave di lettura proprio perché secondo me l’arte è uno dei modi migliori per sentirsi assieme, uniti e comprendere il vero significato della vita. Per me che non sono un credente e che non posso quindi concepire una forza superiore e ultraterrena, ritengo che l’arte sia uno degli strumenti migliori per avere uno scorcio dell’aldilà e al contempo vivere la propria vita al pieno della vitalità. Parlando invece del documentario, alla fine la camera si perde in mare quindi la storia può comunque essere raccontata solamente con le parole. Non servono immagini.

I LIBRI DI DAVID GROSSMAN



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