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Intervista a David Leavitt

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Nato a Pittsburgh nel 1961, David Leavitt vive ora a Miami da più di vent’anni, dove insegna creative writing presso l’Università della Florida. Fece il suo brillante ingresso nella scena letteraria statunitense a soli 23 anni con la raccolta di racconti Ballo di famiglia (1984), poi seguita, nel 1986, dal suo primo romanzo, La lingua perduta delle gru, il quale ebbe immediato successo internazionale, sia di pubblico, sia di critica. Successivamente, ha pubblicato numerosi romanzi, raccolte e saggi. Tutte le sue opere sono ora in corso di pubblicazione e ristampa presso la casa editrice SEM, con grande gioia, non serve neanche dirlo, dei suo numerosi fan in Italia. Leavitt stesso ha un particolare legame con l’Italia, dove ha vissuto a lungo. In occasione del Book City Milano, ha accettato una piacevole e stimolante chiacchierata su letteratura, società e politica. E molto altro.



Sei spesso stato descritto come un autore “minimalista” e, spesso, a partire negli anni Novanta, hai espresso il tuo disaccordo con questa etichetta. Purtuttavia, ancora oggi si leggono articoli o recensioni che ti descrivono così. E dunque mi chiedo cosa ne pensi ora, specie alla luce dell’evoluzione della tua scrittura…
Non mi interessa troppo ormai, si tratta di etichette e categorie che, in letteratura, vanno e vengono con estrema velocità. Ne ho viste tantissime. Quando ero più giovane, ci tenevo davvero molto, come se volessi mettere in chiaro quale fosse la mia identità di scrittore. Ma, a questo punto, credo che l’opera parli da sola. Ed è interessante notare come ora il termine “minimalismo” non si senta più così tanto… la parola chiave pare essere diventata autofiction. Quando insegno, ad esempio, i miei studenti utilizzano la parola autofiction continuamente. E immagino che i giovani scrittori di oggi possano infastidirsi se si sentono dire continuamente che scrivono autofiction, così come era per me quando mi chiedevano se fossi minimalista. Ora che ho sessant’anni, sono molto più rilassato e ci sorrido. Da un punto di vista storico, tuttavia, questi termini sono molto interessanti e descrivono specifiche tendenze. Utili da comprendere.

Un altro punto che mi ha colpito, leggendo una tua recente intervista, è il fatto che ti consideri sempre uno “straniero”. Quando ti sei trasferito in Florida, hai affermato che quello stato ti sembrava, appunto, una terra straniera, ma che questa condizione di straniamento è intrinseca all’essere scrittore. Mi ha dato l’idea di una condizione permanente di esilio, anche mentale, quasi in termini joyciani. È così?
Questa è proprio una domanda interessante. A dire il vero, ne ho discusso proprio durante uno dei miei ultimi workshop. Ero stato a New York la settimana precedente – il mio primo viaggio dal 2019 – ed ero andato a un party molto sfarzoso alla New York Public Library, ritrovandomi a cena tra Antonio Monda e Joyce Carol Oates. Anche la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie era lì. È stata assolutamente adorabile con me, incredibilmente dolce e carina. E invece ricordavo che, durante le mie lezioni, gli studenti mi dicevano che sembra sempre arrabbiata con tutti. E dunque ho detto loro che, secondo me, questo atteggiamento era dovuto al suo desiderio di rimanere un’outsider, nonostante il suo immenso successo. Il successo letterario, infatti, porta con sé il grande rischio di essere completamente assorbiti dalle istituzioni, dalle case editrici, dall’università, o da quello che potrei definire il “mondo letterario istituzionalizzato” di New York. E ho notato che molti scrittori si ribellano a questo, creandosi delle situazioni che permettano loro di essere di nuovo outsider. Un altro esempio di questo tipo è Jhumpa Lahiri che, improvvisamente, ha deciso che l’Italia fosse la sua “seconda patria” e ha iniziato a scrivere in italiano. Per molti, una follia. Non ho mai letto nulla dei suoi scritti in italiano, ma devo dire che ammiro la sua decisione. È stata molto chiara: era diventata talmente una “insider” in quel mondo – vincendo pure molti premi – che se ne è poi voluta allontanare. E, deliberatamente, ha deciso di auto-alienarsi. Credo che gli scrittori lo facciano spesso, è il loro modo di sentirsi vivi in quanto scrittori o scrittrici. Il rischio opposto è quello di ripetersi in ciò che si scrive, che equivale a una morte artistica.

Non posso non pensare a Samuel Beckett che decise di scrivere in francese per liberarsi dell’ingombro, addirittura, della lingua madre. E per alimentare, attraverso un altro idioma, il suo specifico sperimentalismo…
Sì, infatti. E penso anche alla mia giovane collega Camille Bordas, pubblicata in Italia da SEM, una scrittrice francese che scrive in inglese.

Sì lo so, è un’esperienza che ho condiviso. Usare un’altra lingua, da un lato, può ridurre quell’eccesso di “ornamento” che la lingua madre, col suo inevitabile bagaglio lessicale, potrebbe comportare. Dall’altro, la lingua straniera ti permette, a volte, di affrontare temi molto intimi come il trauma o la morte in maniera paradossalmente più facile, come se fosse un filtro di protezione…
A Sì, è un modo per assicurarsi di rimanere un outsider. Ci sono poi anche altri modi per farlo, ancora più difficili da misurare, come l’atteggiamento stesso dello scrittore, l’approccio alla scrittura, qualcosa che non si può facilmente classificare con certezza, ma che si vede direttamente nell’opera. O a volte ha a che fare col genere letterario. Ad esempio, in questo momento io scrivo non-fiction. E spesso posso magari arrivare a pensare che non scriverò più fiction. Ma chi può saperlo?

Ma speriamo che tu continui a scrivere entrambe! Parlando sempre di lingue, mi viene da chiederti se, visto che lo parli e lo leggi, ti è mai capitato di leggere le tue opere in italiano, e che effetto ti ha fatto “rivedere” i tuoi stessi libri in un’altra lingua. Ti sembra lo stesso lavoro, o forse diventa proprio qualcos’altro?
So di autori che hanno davvero reso difficile la vita dei loro traduttori e non voglio essere quel tipo di persona, ah ah! Ma a parte questo, è una domanda davvero intrigante. Credo proprio di sì, che l’opera diventi qualcos’altro. Ed è molto divertente. È anche un modo per imparare meglio l’altra lingua, perché in effetti uno già sa ciò che ha scritto, ed è più facile. E dunque rileggere le proprie opere, in questo caso in italiano, mi fa acquisire più familiarità con la lingua. È davvero interessante, potrebbe essere un ottimo tema per un saggio. Leggersi in un’altra lingua.

Ci sono autori o autrici italiani che apprezzi particolarmente?
Oh sì, moltissimi! Non saprei da che parte cominciare. Beh, Natalia Ginzburg sicuramente, e poi Carlo Levi, Pavese, Moravia, Saba…e adoro Antonio Tabucchi. Tabucchi è uno dei miei preferiti, e spesso insegno Sostiene Pereira. Ecco, anche Tabucchi è ibrido, uno scrittore italiano ma anche portoghese. Lo amo davvero, e ho letto tutti i suoi libri.

Mi hai citato Saba. Conosci il romanzo Ernesto? Lo hai apprezzato? Mi chiedo infatti se il libro sia popolare negli Stati Uniti…
Sì, l’ho letto e mi piace moltissimo. Non direi sia troppo famoso qui, ma è certamente conosciuto. Ernesto tende a essere insegnato come uno dei primi classici di letteratura gay.

Interessante. Qui è ancora stranamente considerato un’opera “minore”. Quanto alla cosiddetta “letteratura gay”, invece, mi chiedo se, a questo punto, possiamo davvero considerarla un “genere”. Te lo chiedo anche alla luce di The Penguin Book of Gay Short Stories che hai curato con Mark Mitchell nel 94. Per molti non si dovrebbe parlare di letteratura gay ma solo di “letteratura”, poiché il rischio sarebbe quello di auto-ghettizzazione. Che ne pensi oggi?
Credo che se un libro è considerato “gay”, questo non viene tanto da chi scrive, ma dal pubblico. I lettori gay, ad esempio, hanno sempre gravitato intorno a un certo tipo di libri. Libri che hanno una sorta di doppia identità. Quando io sono emerso, essere uno “scrittore gay” significava essere catalogato, classificato. E naturalmente questo limita il tuo pubblico che, automaticamente, diventa composto quasi solo da gay. Ora quel tipo di atteggiamento sembra superato e, se uno scrittore è gay, è gay e basta. E anzi, molti lo vogliono proprio. Un tempo pensavo che poter trovare i miei libri in certi negozi, che so, insieme pure a tanta pornografia, non fosse dignitoso. E ricordo un collega che mi disse “ma no, figurati! A me piace!”. Ora ho un po’ anche io questo atteggiamento, eh eh... Da un lato è un fenomeno positivo ma, dall’altro, potrebbe anche essere negativo perché potrebbe forzare gli scrittori a presentare una “narrativa personale” in quanto autori. Una giovane scrittrice che conosco ha ora un romanzo che fatica a pubblicare. Solo cinque anni fa sarebbe stato pubblicato senza problemi. Il motivo, ora, è che, in quanto scrittrice, non avrebbe lei stessa “una forte narrativa personale”. E questo per me è decisamente problematico.

Questo concetto di narrativa personale legata alla scrittrice in quanto “personaggio” mi porta direttamente a una domanda su autofiction e su autobiografia. In Arkansas, un personaggio apparentemente autobiografico esprime un concetto che tengo sempre a mente: “gli scrittori spesso travestono la loro vita in forma di romanzo. Quello che non fanno quasi mai è tramutare il romanzo nella loro vita”. Lo pensi ancora o, nel tempo, la tua opinione è cambiata?
Sai, credo che l’autobiografia “non digerita” non possa proprio essere chiamata letteratura. Gli scrittori o le scrittrici che sono riusciti in quel “genere” (e “genere” tra virgolette perché non è possibile definirlo in modo univoco) hanno scardinato delle regole, come il norvegese Karl Ove Knausgård. Il problema è che ora molti giovani imitano quello stile, ma non lo fanno molto bene. Così come quando apparve Carver. E tutti pensavano: “Oh! Ma questo è così facile”. Finendo poi per creare solo un brutto pastiche delle storie di Carver. Ora troppi giovani, ad esempio a 25 anni, decidono semplicemente di raccontare la propria vita. Ma non funziona così. Un’altra autrice che spesso viene erroneamente etichettata come scrittrice di autofiction, e che stimo moltissimo, è Rachel Cusk. Molti cercano di scrivere come lei, ma non ne sono in grado. Non attraversano quel rigoroso processo intellettuale che invece caratterizza la sua scrittura.

Mi fai pensare alle numerose teorie sull’autobiografia, a partire dalla scuola francese e da Philippe Lejeune col suo libro Il patto autobiografico. E al fatto che forse la vera autobiografia proprio non esiste, poiché solo il fatto di “riscrivere” la propria vita altera, in una certa misura, i dati reali. Anche solo la selezione dei fatti da raccontare è, in un certo senso, fiction, e fornisce un’angolazione prospettica. Un po’ come il montaggio di un film. Oppure, al contrario, potremmo affermare tutta la letteratura sia da considerarsi autobiografica, poiché chi scrive proietta se stesso/a nei personaggi che crea…
Sì, è vero, c’è una linea sottilissima di demarcazione tra memoir e autofiction, o autobiografia, e credo che abbia a che fare con quel vecchio, a volte fastidioso, patto con il lettore. Se presenti il libro come letteralmente “vero”, ci saranno diverse aspettative rispetto a presentarlo invece come fiction. Nella cosiddetta fiction autobiografica non sei obbligato ad attenerti esattamente ai fatti. E penso di nuovo a Natalia Ginzburg. Credo abbia a che fare con come ti immagini di essere scrittore o scrittrice, e come ti immagini che il tuo libro sia letto.

Ne Il linguaggio perduto delle gru citi molti autori e autrici: Milton, George Eliot, Spencer, Strachey, eccetera. Mi chiedo se ci fosse un particolare motivo di intertestualità, o altro…
Ah sì. Ero appena uscito dal college e avevo studiato i classici della letteratura inglese, a partire da The Faerie Queen. Libri per me importantissimi che studiai grazie a straordinari insegnanti. Appunto George Eliot (specie Middlemarch), Forster e Strachey, Ford Madox Ford e Virginia Woolf. Al tempo mi facevano spesso una domanda un po’ fastidiosa, ossia “Hai intenzione di scrivere il grande romanzo americano?”. Alla quale rispondevo “No, vorrei scrivere il grande romanzo inglese!”.

Sei stato a dir poco un faro per molti membri della comunità LGBTQI+, a partire dagli anni Novanta. E per questo ti siamo davvero grati. Hai proprio dato voce a tutti quegli adolescenti che sentivano di non avere una voce, o si vergognavano e temevano di usare la propria. Al giorno d’oggi, la situazione è certamente migliorata, e si sente tanto parlare di libertà, di gender-fluid eccetera. In certi contesti, pare quasi che non sia più un problema. Eppure il tasso di violenza omolesbotransfobica è in costante aumento. Da ultimo, in Italia, non è stato approvato un decreto contro questo tipo di violenza. Secondo la narrativa imperante, legata a chi si è opposto alla legge, esistono già pene contro la violenza, e l’aggravante legata al genere o all’orientamento sessuale sarebbe solo ridondante. È stato abbastanza scioccante. E mi sento in dovere di chiederti di esprimere il tuo pensiero…
Credo che sia semplicemente orribile. E che quelle argomentazioni siano ridicole. Ridicole. Al momento, mi preoccupa moltissimo la situazione delle persone transgender, qui sono quelle meno tutelate. E, allo stesso modo, non sopporto quella distinzione che si fa tra il “bravo gay” e il “cattivo gay”. Ossia, il bravo gay è quello che ha un compagno, lo sposa e fa figli, mentre il cattivo gay è quello che va a San Francisco per locali e conduce una vita dissoluta. Davvero non ha senso. Ognuno dovrebbe vivere la propria vita come vuole. E, inoltre, questa immagine del “bravo gay” è solo un ricalcare l’immagine dell’uomo eterosessuale, rimarcando l’etero-normatività del tutto. Quanto alla legge non approvata in Italia: in un certo senso, è un invito a compiere crimini di odio! Dire “Beh, questo già coperto dalla legge”, all’interno di un dibattito sul tema, è un modo cifrato per dire “Non è affatto coperto”. Richiama l’attenzione verso il gruppo di potenziali vittime e, implicitamente, ri-afferma che quel gruppo non è protetto. Questa è una classica tecnica fascista, o delle destre, simile a quella che si sta vedendo ora in Florida. Non solo in relazione alle questioni LGBTQI+, ma anche ad altro, come il Covid ad esempio. Basta davvero cercare in rete University of Florida e viene subito fuori tutta questa – chiedo scusa – merda.

Cosa intendi?
Credo ci sia una destra perniciosa che sta operando in modo molto subdolo e che cerca di minare tutti i traguardi raggiunti dai progressisti. Io mi aspetto, ad esempio, che entro cinque anni, l’aborto tornerà ad essere un crimine negli Stati Uniti, e non perché le persone non vogliano più l’aborto legale, ma perché la destra ha fatto un ottimo lavoro nel manipolare la gente e ottenerne il controllo, in un graduale processo strategico. È molto deprimente e mi fa molto arrabbiare. E capisco perché la gente in Italia sia indignata per quella legge. Anche io sono indignato. Credo occorra guardare il tutto nell’ottica del più ampio contesto di una battaglia culturale in atto. Negli ultimi dieci anni molte cose sono successe. Le istituzioni erano sempre state controllate da uomini bianchi etero. Ora invece questa loro supremazia viene contrastata e, molte persone – che non sono “uomini bianchi etero” – stanno ottenendo posizioni di potere. Quella maggioranza di prima, infatti, neanche si considerava una maggioranza, ma sentiva di rientrare, semplicemente, nella “norma”. Ora questi uomini si sentono minacciati e, dunque, si scagliano contro i progressisti. Solo per distrarre il pubblico dal fatto che l’intento principe di questi conservatori è quello di riconsolidare il loro potere. E, per raggiungere tale scopo, alimentano fortemente la rabbia nelle classi meno abbienti o meno istruite. Potrei citare il nostro detestabile governatore della Florida, Ron DeSantis. Tutto il suo programma politico, profondamente cinico, si basa sul coltivare la collera di quelle persone bianche che sono già colme di rabbia e odio perché sentono che qualcosa è stato loro rubato. Tutte quelle persone che sono furiose verso il movimento MeToo, ad esempio, o furiose persino contro la scienza (e per questo sono infatti no-vax). DeSantis è molto furbo e usa questa gente a suo piacimento. Per il suo potere. Al fine di ristabilire lo status quo. È un fenomeno molto deprimente e, onestamente, non so cosa succederà. Forse sarà rieletto o forse no. Io spero proprio di no, perché a quel punto avremo una governatrice democratica e le cose andrebbero a migliorare. Scusami, mi sono dilungato.

Assolutamente no, anzi. È fondamentale per noi riflettere su queste tematiche, anche legate al contesto statunitense, a partire dalle riflessioni di chi le vive in prima persona. Ad esempio, dopo la scioccante marcia su Capitol Hill e la successiva chiusura dell’account Twitter di Trump, il dibattito (già ampiamente acceso) sul confine tra freedom of speech and hate speech è davvero esploso…
Molte persone ne sono state sollevate. Quelli che urlavano contro la chiusura non erano poi così tanti. Moltissime persone si erano rese conto che Trump stava abusando di una piattaforma pubblica. Devo premettere, però, che io odio i social media. Assolutamente. Non ne ho mai usato nessuno. Ma ho un omonimo, un altro David Leavitt, che è un troll. È un folle. Mi scrive mail cariche di odio. Mi hanno chiesto di contattare Twitter personalmente per richiedere la cancellazione del suo profilo. In sostanza, credo che se una piattaforma cancella un profilo non sta negando a quella persona la libertà di parola, ma le starebbe solo negando quella piattaforma. Ci sono altri modi per comunicare. Anzi, credo proprio che queste piattaforme abbiano la responsabilità di considerare i mali sociali e morali che si possono perpetrare, specie se consideriamo il loro profitto. Zuckerberg non gestisce Facebook perché è un portavoce della libertà di parola, ma semplicemente perché vuole mantenere il suo patrimonio e il suo potere. Due concetti che cozzano con la libertà di parola, diciamo.

I LIBRI DI DAVID LEAVITT