Intervista a David Lopez

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Giovane, comunicativo e un fisico da boxeur, a più Libri Più Liberi 2019 David Lopez incanta il pubblico intervenuto alla presentazione del suo primo romanzo, mentre spiega e dà mostra con movenze sicure e fluide della postura più stabile per sganciare un potente jab. La tentazione di dare a Jonas, il protagonista del libro, il visetto da adorabile canaglia del suo autore è forte. Ma si sa, mai identificare lo scrittore con il suo personaggio…




Tra racconti di boxe e scazzottate con i fighetti del quartiere “bene”, il tuo romanzo Il feudo dà prova di una certa conoscenza di come si fa a botte. Ti è mai capitato di trovarti coinvolto in una rissa?
Assolutamente sì. Quando ero bambino balbettavo e a scuola, non appena notavo un ghigno o qualche espressione dei miei compagni che mi facesse supporre di essere dileggiato, sentivo forte l’istinto di rivalermi, di darle di santa ragione. Nel capitolo intitolato Periscopio però descrivo una scena a cui ho personalmente assistito e ho voluto immortalare nel racconto la volta in cui ho visto tutti i miei amici prendersi a botte. Ho cercato di dare evidenza alla dinamica in uso tra le bande per regolare i conti. Solitamente, si fa il cosiddetto gioco del “piccolo ponte del massacro”, in cui bisogna resistere alle botte che ti arrivano.

Come è nata l’idea della storia che racconti?
La storia del romanzo è legata alla mia concezione della scrittura che, inizialmente, era qualcosa di lontano da me, intendo la scrittura letteraria. La stesura del romanzo è stata anche una ricerca della mia personale scrittura, di un’espressione linguistica tutta mia. In un certo senso è come se il romanzo io lo abbia incontrato per strada, in corsa. Avevo accumulato molto materiale testuale, che ho poi riunito insieme, dandogli una linea di coerenza. Ed ecco che è nata la storia.

Tu hai una formazione sociologica. Questo ha avuto un ruolo nello studio dei personaggi e nella scelta del contesto?
In verità, la risposta è no. Se il romanzo fosse stato dettato dai miei studi in sociologia, sarebbe stato conseguenza della constatazione dell’assenza di questo tipo di territorio in letteratura. Un tale presupposto avrebbe determinato la mia intenzione rispetto al testo. Cioè, avrebbe voluto dire che avrei avuto intenti didattico-esplicativi ossia, mi sarei trovato nella posizione di chi dice “adesso vi spiego cosa succede in questo ambiente, in un tale contesto”. Molto più semplicemente, quello che descrivo è il mio ambiente, quello che meglio conosco. E posso entrare pienamente dentro quella realtà perché sono già dentro e questo mi legittima a raccontarla. Devo dire comunque, che la mia formazione in sociologia è uno strumento fondamentale, una lente per leggere e comprendere il mondo che mi circonda.

Non dici mai il nome della città in cui ambienti Il feudo. È un luogo indefinito. Ma forse, ti sei ispirato a una cittadina reale…
Ho immaginato Nemours, la mia città, nel Sud della Francia, a circa un’ora e mezza di treno da Parigi. Ma non l’ho mai voluta nominare perché ne esistono tante di cittadine come Nemours in Francia e altrove. Il carattere essenziale di questo luogo indefinito è la lontananza dalla metropoli. C’è anche l’aspetto della natura, la campagna, i boschi che vengono descritti nel libro. Ma non c’è bisogno di dare un nome alla cittadina per individuarne le caratteristiche. L’approfondita conoscenza del luogo mi ha consentito di forzare l’idea di entre deux, ossia di un ambiente posto tra due mondi - la campagna e la metropoli - ed è stata fondamentale nella creazione dei personaggi propri di quel luogo.

Jonas e i suoi amici, i protagonisti del tuo romanzo, si caratterizzano per un orgoglioso e ostinato immobilismo. Non intendono uscire dal loro feudo, dalle loro sicurezze senza futuro. Cosa li tiene bloccati?
Mi sono interrogato a lungo su questa domanda e sostanzialmente, tutto deriva dall’avere recepito dai miei amici, che poi sono anche i personaggi del mio romanzo, un forte desiderio di andare via, di partire. Lo dicevano, ma poi rimanevano sempre nello stesso posto. Assolutamente fermi dov’erano. Mi sono quindi chiesto se fosse davvero una loro aspirazione o piuttosto, un’idea a cui conformarsi per corrispondere a ciò che la società si aspetta dai giovani. Io sono molto legato a Nemours, ma mi sono reso conto di amarla solo quando ne sono venuto via. Jonas, il protagonista del romanzo, si concede degli alibi per rimanere, che legittimano il suo immobilismo all’interno del feudo. Attraverso il romanzo, mi sono limitato a constatare e riprodurre una realtà che ho conosciuto. E tutto ciò che di diverso potrei dire per rispondere alla domanda sarebbe soltanto una speculazione successiva, come per esempio, il fatto che Jonas abbia trovato una sua rispondenza nella natura di Nemours. Ma questa, appunto, è solo un’ipotesi a posteriori.

Il romanzo srotola la storia come se fosse un diario di Jonas, che riporta i dialoghi con un passo rap. È un discorso in forma di monologo che ha la vivacità e il ritmo del parlato dialogico. Come sei arrivato a questa tecnica narrativa?
Inizialmente, volevo rispettare le regole e utilizzare tutti i dispositivi formali del testo, virgolette, trattini, a capo etc. Presto mi sono reso conto che tali mezzi rendevano il testo pesante e soprattutto, davano peso a parole pronunciate sì dai personaggi, ma senza avere davvero valore. I protagonisti infatti, si interrompono spesso tra loro, dicono frasi buttate lì senza avere effetti sulla storia, sciocchezze che contribuiscono a rendere l’oralità del testo e che si perdono ben presto nel flusso narrativo. La forma dialogica classica rendeva troppo traballante il racconto ad una prima lettura. Ecco perché sono stati eliminati i dispositivi formali. In seguito mi sono chiesto in quale punto nella linea del tempo si posizionasse il racconto di Jonas e la risposta è che Jonas narra i fatti a distanza di anni dal loro verificarsi. Questo si comprende nel modo in cui lui utilizza il presente nella narrazione.

Da quali autori hai tratto ispirazione nella genesi de Il feudo?
Voglio citare in particolare due scrittori, Louis Calaferte e Marcel Jouhandeau, perché entrambi hanno un modo speciale di penetrare nella psiche di personaggi che soffrono, ma che allo stesso tempo ridono proprio di quella sofferenza. C’è una frase di Jouhandeau che amo molto, “passeggiare lungo la vita con orrore e calma” e si intende che dobbiamo attraversare il mondo orribile, in cui avvengono fatti spaventosi, accettandolo e comprendendolo, ma senza fretta. Mi piacciono i narratori che hanno una certa crudeltà, ma che per me equivale a lucidità.

Quale libro non può mancare nella tua libreria?
Settentrione di Calaferte.

I LIBRI DI DAVID LOPEZ



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