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Intervista a Davide Cossu

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Dopo il premio Selezione Bancarella 2023 vinto con il suo romanzo d’esordio, Davide Cossu ritorna con il suo secondo giallo storico, pubblicato anche questa volta da Newton Compton. Abbiamo avuto l’opportunità, per mezzo di un pratico scambio di mail, di intervistarlo per l’occasione. Davide è una persona di profonda cultura, il cui amore per la ricerca e la scrittura è palpabile. E chissà che non ci sia la possibilità di incontrarci di persona in occasione di future pubblicazioni!



Il castello delle congiure è il tuo secondo romanzo con al centro la figura di Leon Battista Alberti. Da dove nasce l’idea di rendere questo personaggio storico protagonista dei tuoi libri?
Leon Battista Alberti è una figura che incarna perfettamente il suo tempo. Oggi lo definiremmo un “tuttologo”, un artista che ha approfondito ogni campo della conoscenza dall’architettura alla matematica fino alla crittografia, un vero figlio del Rinascimento con tutte le sue grandezze e le sue contraddizioni. Ciò che colpisce di più in lui è la sterminata curiosità nel comprendere cause ed effetti di ogni singolo evento, una qualità che lo rendeva particolarmente adatto per il ruolo dell’investigatore.

L’ambientazione del romanzo nella Ferrara degli Este deve aver richiesto un certo impegno di ricerca. In che modo hai impostato la tua attività?
Il primo passo è stato partire dalle opere scritte dall’Alberti, per tentare di carpirne la “voce” insieme ai pensieri che lo muovevano. Per l’ambientazione ho beneficiato della grande varietà di ricerche compiute negli ultimi quarant’anni sul Rinascimento ferrarese, la maggior parte delle quali è accessibile anche ai non addetti ai lavori, oltre agli studi sulla vita quotidiana nel Quattrocento.

Ho notato che sei stato molto attento nel non tralasciare alcun dettaglio che permettesse ad un lettore più attento di giungere alle stesse conclusioni di Leon Battista Alberti. Mi ha ricordato le regole per scrivere un romanzo giallo di S.S. Van Dine. Hai seguito gli stessi principi, per cui il lettore deve avere le stesse possibilità dei protagonisti di risolvere il caso?
Il principio è stato quello di seguire il più fedelmente possibile il viaggio di Leon Battista, vedere attraverso i suoi occhi. È buona pratica del giallo dare al lettore tutti gli indizi necessari ma è ancora più importante avvicinarlo alle emozioni vissute dal detective, in un certo senso alla “fatica” dell’indagine, attraverso le incertezze e le false piste sparse lungo il cammino. Credo che il fascino di un buon giallo non stia tanto nella risoluzione del caso, quanto nell’insinuare il dubbio nel lettore che una risoluzione sia davvero possibile.

Margherita Pio a un certo punto dice “Fece l’errore che prima o poi tutti commettiamo. Prese un libro”. La leggenda di Tristano e Isotta, peraltro molto in voga presso la corte estense, è centrale nel romanzo e influenza in vario grado diversi personaggi. Al contempo, la tragedia di Parisina e Ugo è il motore fondamentale dell’intera vicenda. È venuto prima il fatto storico o è stata la leggenda a fornirti materiale nella concezione del romanzo?
Il primo spunto è stato l’amore proibito di Parisina e Ugo, tragicamente simile a quello di Paolo e Francesca cantato da Dante nella Divina Commedia e riscoperto da Byron nell’Ottocento. Durante le ricerche ho scoperto la passione delle corti rinascimentali per i romanzi d’amor cortese, così ossessivo che era comune battezzare i nuovi nati con nomi che richiamavano l’epopea cavalleresca come Rinaldo, Isotta o Ginevra. Da qui l’associazione tra fatto storico e leggenda si è sviluppata naturalmente. Sono sempre affascinato dal potere che i libri, in questo caso un romanzo d’amore, hanno sugli esseri umani, rendendoli capaci delle azioni più impensabili. A volte magnifiche, a volte tremende.

Citi, in apertura del romanzo, il dialogo Sofrona, il cui autore è Alberti stesso. La Sofrona del testo ti è stata di ispirazione per la caratterizzazione del personaggio di Margherita Pio (di cui, in quanto figura storica, si sa ben poco se non in qualità di “moglie e figlia di”)?
Alberti ha trattato nel dialogo e in altri scritti il rapporto tra uomini e donne in cui affiorano i preconcetti, la mentalità e, francamente, la misoginia del tempo. Le pochissime informazioni che possediamo di Margherita mi davano la possibilità di creare un personaggio che esplorasse il lato femminile dell’epoca e sfidasse Leon Battista ad affrontare i propri pregiudizi e le proprie debolezze. Le donne del Rinascimento sono tutt’altro che oggetti passivi nelle mani degli uomini: resistono alla società patriarcale che le opprime e ne è un esempio l’amor cortese, in cui la donna diventa soggetto protagonista e vive l’amore come un’unione carnale liberamente scelta tra pari.

La comunità ebraica di Ferrara svolge un ruolo chiave nella risoluzione del caso. Qual è stata la tua fonte di ispirazione a tal proposito?
Avendo scelto di ambientare la storia a Ferrara, il pensiero più immediato è andato ovviamente ai romanzi di Giorgio Bassani. La comunità ebraica ferrarese ha una storia antichissima e il Quattrocento, nonostante sia percorso da una forte vena di antigiudaismo, è un secolo di prosperità per gli ebrei di Ferrara, protetti dalle politiche illuminate degli Este e ancora lontani dall’epoca dei ghetti che avrà inizio nel secolo successivo. La loro presenza ha reso possibile un punto di vista laterale con cui osservare la storia, dando più profondità all’affresco della società del tempo.

Continuerai con le indagini di Leon Battista Alberti o ti vorresti cimentare in altri progetti, se ne hai in programma?
Il bello della Storia è che in realtà è una miniera inesauribile di storie e sono fortunato a poter narrare un’epoca come il Rinascimento così complessa e ricca di fascino. Non so cosa riserverà il futuro ma certamente continuerò a scrivere. Che siano ambientate nel passato o meno, l’importante è non essere mai a corto di buone storie.

I LIBRI DI DAVIDE COSSU