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Intervista a Davide Van de Sfroos

altChe rapporto hai con la lingua? Ho un rapporto diretto, totale con il dialetto, in fondo è l’unica lingua che ho sentito fin da piccolo. Ho masticato e ascoltato le cose che accadevano in dialetto, il mio mondo parlava così. Il dialetto beninteso non di carattere unicamente folkloristico, umoristico, non un ripiego naif per fare qualcosa di diverso, ma una lingua reale che ancora oggi viene parlata e che dà voce agli eventi, dall’informazione alla bestemmia alla preghiera. Sei stato insignito del Premio Tenco 2008 per l’album Pica come miglior album in dialetto... ...e questo mi fa molto piacere, perché credo che questi riconoscimenti non debbano rimanere solo medaglie da tenere in un cassetto, ma siano la dimostrazione di come un prodotto che era stato profetizzato come fallimentare e il dialetto visto come qualcosa di passato, mette sull’avviso che forse c’è un pubblico che non si accontenta di essere quello che si aspettano le case discografiche. Il dialetto è spesso un punto di incontro tra padre e figlio, un terreno neutro lontano dal trend e dalle mode. In fondo io è dal 1999 che faccio questo tipo di musica, passando attraverso esperienze diverse, e la cosa bella e che anche quando vado in Sicilia non cambia l’interesse verso un dialetto e una musica così distante dalle loro tradizioni. Certo è giusto mantenere anche un’identità nazionale, per carità, ci mancherebbe, ma proprio per questo occorre fare in modo che le differenze anche linguistiche siano un bene di tutti. Insomma mi è piaciuto raccontare a un bambino della Valtellina che suo nonno e suo padre erano qualcosa di più di un Power Ranger. Il dialetto è un'opportunità o limite? Sicuramente usare il dialetto - soprattutto all’inizio - ha richiesto un maggiore sforzo, molte radio anche importanti si rifiutavano di passare i pezzi in quanto difficili da collocare, però è anche vero che non c’era concorrenza al di là dei grandi… io continuavo ad essere un ragazzo passato dall’esperienza rock a quella metal, punk e non potevo certo essere folkloristico, tradizionale, rassicurante, né iper-realista. Cosa pensi dell’introduzione della cultura delle musica nelle scuole? Ne penso solo bene, sono stato chiamato molte volte a parlare di questo nelle scuole, i ragazzi hanno l’iPod ma nel loro iPod hanno anche tanta musica d’autore, per fortuna. Trovo che sia giusto che i più giovani conoscano i testi delle canzoni di Fabrizio De Andrè o Paolo Conte nello steso modo in cui devono studiare Guido Gozzano e Giovanni Pascoli. Oggi la poesia si è spostata nelle canzoni, tutti dovrebbero conoscere l’opera omnia di Giorgio Gaber, dalle sue canzoni più superficiali come Torpedo Blu fino a Io se fossi Dio, si vedrebbe quale indagine preziosa sul nostro tempo ci sia contenuta. Purtroppo oggi si tende ad identificare la canzone come canzonetta, ma quella d’autore ha avuto una grandissima importanza sociale. È inutile far conoscere ai ragazzi Leopardi se non conoscono i nostri grandi o anche i testi di Bob Dylan o Springsteen, ma senza andare troppo lontano conoscere Francesco Guccini, Ivano Fossati. Dovremmo anche ascoltare il nuovo rap italiano, non solo quello americano, meravigliosa testimonianza della cultura metropolitana urbana. Nella tua musica ci sono influenze letterarie? Sì e si vede, da ragazzo sono stato stregato dal periodo della Depressione, ho amato John Steinbeck e il suo Furore, Erskine Caldwell con La via del Tabacco e Fermenti di luglio. Ho amato il mondo agricolo americano della periferia, i personaggi che andavano dall’Oklahoma alla California in cerca di qualcosa. Poi c’è un piccolo aneddoto che mi va di raccontare ai lettori di Mangialibri: sono cresciuto in una villa dove mio nonno faceva il giardiniere e dove mia madre vedeva tutti i giorni Elio Vittorini (ospite in quella casa) mentre scriveva Uomini e no nella stanza di mio zio… quindi capirete bene che quel nome mi è stato sin da piccolo. estremamente familiare. [elena torre]