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Intervista a Deborah Levy

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Deborah Levy è una scrittrice, una poetessa e una drammaturga. È nata in Sud Africa alla fine degli anni ‘50, in piena apartheid. All’età di nove anni ha dovuto lasciare il suo Paese e la sua casa per trasferirsi in Inghilterra con la famiglia, suo padre infatti era un attivista contrario alla politica segregazionista. Alla fine degli anni ‘80 la Levy ha iniziato a dedicarsi alla narrativa, con opere che sono state tradotte nelle principali lingue europee e non solo. In occasione di Book Pride 2022 raggiungiamo al telefono una gentilissima Deborah, che è riuscita a dedicarci qualche minuto nonostante la scaletta fittissima di impegni.



Partiamo da una curiosità. Nel tuo romanzo pubblicato da NN editore – L’uomo che aveva visto tutto – la storia inizia con un lieve incidente stradale in un luogo estremamente evocativo: le strisce pedonali di Abbey Road, rese note dalla copertina dell’omonimo album dei Beatles. Hai voluto rendere omaggio a un gruppo musicale che ha segnato un’epoca, oppure le ragioni sono altre?
Non si è trattato di un omaggio musicale, ho scelto questo luogo perché ero interessata a mostrare come il passato vive nel presente. Quando ho scritto questo libro mi trovavo a due passi dagli studi di registrazione della EMI di Abbey Road e vedevo costantemente turisti provenienti da tutto il mondo che camminavano imitando le pose dei loro artisti preferiti, come appunto se la storia continuasse a vivere nel presente. Fuori dagli studi di registrazione di Abbey Road, il muro è completamente ricoperto da graffiti, alcuni recentissimi altri invece ricordi di epoche passate arrivati fino a noi, come in un viaggio temporale, che poi si ritrova nel libro. Il romanzo segue la storia d’amore fra Saul e Jennifer, ma segue anche la Storia attraverso i decenni, dalla fine degli anni 80’, il periodo della Caduta del Muro di Berlino, fino al 2016.

Ritorniamo un attimo sulla figura del protagonista. Saul è descritto come un uomo bellissimo, il che lo rende musa perfetta agli occhi della sua fidanzata Jennifer, di professione fotografa. Questa qualità – la bellezza estetica – che si traduce poi in un’oggettivizzazione della persona, normalmente viene attribuita alle donne. Perché hai operato questa scelta “al contrario”?
È vero, nel libro ho messo in atto un capovolgimento dei ruoli tradizionali, ma il mio non vuole essere un gesto femminista, cerco infatti di dare uno sguardo a entrambi i mondi: quello maschile e quello femminile. Mi appassionano le relazioni umane, mi interessa indagare il modo in cui ci guardiamo gli uni con gli altri e dipingere la complessità che ritroviamo nelle nostre esistenze. Saul non è solo bellissimo, è anche una persona distante, che non si cura degli altri e che non riesce a impegnarsi fino in fondo, ha insomma tante altre sfaccettature, che Jennifer riesce a catturare solo attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. È attraverso le lenti della macchina fotografica che Saul comprende chi è veramente.

I tuoi libri sono stati tradotti in varie lingue, dal tedesco allo spagnolo, fino all’olandese e al portoghese. Qual è il tuo rapporto con i traduttori, che sono alla fine coloro che trasportano quello che scrivi in un altro mondo linguistico e culturale?
È un’ottima domanda, ti ringrazio. Per me è importante trovare quel traduttore che capisce e sente quello che scrivo, nel senso che lo percepisce e comprende il modo in cui lavoro con la lingua. Mi sono affidata ai miei editori in Italia, che sono dei professionisti capaci, e mi sono ritrovata a lavorare con Gioia Guerzoni, una traduttrice davvero talentuosa. Mi rendo conto che la narrazione del romanzo è difficile da comprendere e rendere, in quanto si svolge su più piani sovrapposti. Gioia è stata in grado di capire la poesia nel mio lavoro e l’ha fatta sua. Ogni volta che non afferrava qualcosa, o non era convinta, mi chiamava al telefono o mi mandava una mail.

I LIBRI DI DEBORAH LEVY