Intervista a Diana Chuli

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Scrittrice e giornalista, con alle spalle un importante impegno politico, (sebbene la definizione di “donna politica” le stia stretta), l’albanese Diana Chuli (la grafia originale è Çuli), classe 1951, è tra le più importanti autrici del panorama letterario contemporaneo balcanico. Una penna poliedrica la sua, che ha dato i natali a racconti, romanzi, gialli e opere teatrali. Una vita impegnata nella scrittura e nel sociale quella di Diana: encomiabile il suo impegno nella lotta per i diritti delle donne ed emotivamente coinvolgente il suo apprezzamento nei confronti del nostro Bel Paese. I contatti con Diana, se pur non di persona, mi hanno permesso di conoscere una scrittrice eclettica e una donna fortemente sensibile, proprio come lo è il legame che ha con la sua Nazione, amorevole, sognante e in parte sofferente. Ve la presento in questa intervista, che Diana ha gentilmente concesso a Mangialibri, invitandovi a leggerla con calma e a soffermarvi sulle parole, per poter attingere a tutta la grinta e la forza, di chi crede e mai smetterà di credere, di chi ha fiducia e mai smetterà di averne. Buona lettura.




Sei scrittrice, ma anche giornalista, traduttrice e politica. Quanto questi ultimi tre ruoli influenzano la tua scrittura?
Il mio primo impiego, subito dopo l’università, è stato presso il giornale letterario e culturale “Drita”, che vuol dire “Luce”. Qui ho svolto il mio primo vero lavoro da giornalista, che è andato avanti per anni. In realtà, qualche piccolo impegno lavorativo, l’ho anche avuto durante gli anni universitari, scrivendo per il giornale Lo Studente, ma nulla di particolarmente rilevante. Credo che il giornalismo abbia influenzato tanto la mia scrittura. Il contatto continuo con la gente, i reportage nelle zone più remote e più lontane dell’Albania, i dibattiti culturali, la conoscenza da vicino di grandi scrittori e del loro pensiero, hanno costituito per me un grande insegnamento. Il mio impegno politico, invece, arriva molto più tardi, nel periodo tra il 2005 e il 2009, quando sono stata membro del Parlamento albanese. In quel periodo ho potuto vedere le cose da un’altra prospettiva: ho conosciuto da vicino un mondo, che fino ad allora, avevo visto solo da fuori. Sicuramente è stata un’avventura molto importante per me, ma non posso definirmi “politica”, perché non sono andata oltre la mia esperienza di parlamentare, tornando così al giornalismo e alla scrittura. È però innegabile, che una tale competenza costituisca fonte di arricchimento culturale per uno scrittore. La traduzione? È tutt’altra storia. Quando traduco mi sembra di dialogare con lo scrittore del libro, ed è veramente un processo estremamente interessante e di profonda collaborazione.

Il tuo Scrivere sull’acqua è una storia di buoni sentimenti e di desideri da voler realizzare, ma anche di accuse contro il mal governo. Sembra quasi che tu voglia offrire la speranza, come lente di ingrandimento e arma di battaglia. Sbaglio?
Alla storia di questo romanzo fa da sfondo un’Albania appena uscita dal regime totalitario, nel pieno della fatica per potersi riprendere. La società albanese passa bruscamente da una lunga dittatura di quasi 50 anni a un regime che tenta di diventare democratico e da un sistema economico statale a un sistema di economia di mercato. Un procedimento improvviso, che avviene senza il supporto di leggi adatte e senza che le istituzioni possano essere in grado di gestire degnamente questo cambiamento. La popolazione vive nella totale povertà, continuando a sognare l’Occidente e una vita migliore, lontano dalla propria Patria. L’incontro con l’Italia è agognato da tanti, ma si rivela diverso da quello immaginato. Sembra essere complicato, ma non impossibile. Nel frattempo le religioni proibite per decenni cominciano a rinascere, ma ci si rende conto che anche questa non è qualcosa da poter realizzare velocemente. Su questo terreno, non facile, ho voluto che si muovessero i miei personaggi. Correndo verso il futuro, verso la speranza, fuori e dentro l’Albania, verso se stessi, ma senza sapere bene come. Correndo verso un’Itaca, pur avendo spesso la sensazione di restare fermi al punto di partenza.

Da sempre nei tuoi libri narri delle storie e delle evoluzioni dell’Albania. Qual è il sogno che vorresti si realizzasse per il tuo Paese?
Sì, può essere. Forse, perché ho vissuto momenti di grandi cambiamenti e questo costituisce una manna per uno scrittore. Il lato negativo, a volte, è dato dal coinvolgimento, che in qualche modo impedisce di vedere le cose con lucidità e obiettività. In un altro mio romanzo, pubblicato sempre da Besa, Angeli armati, sono tornata indietro, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, non per raccontare degli eventi storici ma per penetrare nell’animo umano, nei gesti e nei pensieri degli uomini, che si ritrovano a vivere situazioni estreme. Una storia d’amore ai tempi del terrore e della guerra più cruenta. I due protagonisti, gli altri, i pregiudizi, le invidie, la passione, il fuoco, le armi, ecc. Ritornando ai sogni per il mio Paese, il desiderio più importante di tutti si è realizzato: l’Albania è stata liberata dalla dittatura e io ho vissuto questo momento. Si è ripresa, ha superato le difficoltà enormi del primo e secondo decennio del dopo regime e adesso ha problemi simili a quelli delle nazioni vicine. Un altro sogno? Che un giorno l’Albania faccia parte dell’Europa Unita. Dico spesso, che l’entrata nell’Unione, sarebbe come ritornare a casa, dopo una lunga mancanza. E per tante altre ragioni, decisamente più pratiche.

Come descriveresti il tuo percorso di scrittrice dal regime a oggi?
Ho pubblicato due o tre romanzi negli ultimi anni del regime e ho scritto anche la sceneggiatura per film artistici. La censura dell’epoca proibiva a tutti gli scrittori, di descrivere situazioni atte a criticare il regime, anche se l’ultimo periodo è stato un po’ diverso. La forza e l’autorità della censura si indeboliscono parecchio e i redattori dell’unica casa editrice statale esistente in tutto il Paese diventano senza dubbio meno rigidi. Dopo la caduta del regime, improvvisamente ci siamo sentiti liberi. Non abbiamo più sentito il peso della censura e dell’autocensura gravare sulle nostre spalle. D’altra parte la libertà costituisce una grande responsabilità. Negli anni successivi, infatti, gli scrittori, me compresa, hanno prodotto molto poco. Il periodo di cambiamenti radicali, la necessità di lavorare su altre cose, per ricostruire il Paese rovinato dal regime, hanno sicuramente contribuito a un fermo della produzione letteraria, che, però, ha poi ripreso a pieno ritmo. Ho pubblicato racconti e romanzi, ho scritto pièce per il teatro, romanzi gialli e adesso una nuova avventura: ho pubblicato anche due libri per bambini.

Due parole sul Forum delle Donne Indipendenti, che ti vede a capo di un movimento tutto al femminile...
Il Forum delle Donne Indipendenti dell’Albania è stato fondato nel 1992, subito dopo la caduta del regime. È un’associazione di donne, simile a tante altre nate più tardi. Il Forum si è sempre battuto per i diritti delle donne, per il rispetto delle leggi contro la violenza e altro. Ancora è in piena attività, anche se adesso sono le altre generazioni che ci lavorano. Sono molto felice che da noi ci sia un forte movimento femminile e che abbia già perseguito tanti degli obiettivi prefissati. Oggi abbiamo al governo diverse donne, tante donne direttrici e responsabili presso i dipartimenti statali più importanti. Il trenta per cento dei membri del Parlamento è costituito da donne, un’altissima percentuale del sistema giudiziario è formato da donne, che in quello sanitario ed educativo, hanno ruoli nella dirigenza e nell’amministrazione. Personalmente non sono così attiva come prima, perché, come ho detto, sono le donne giovani a doversi battere e anche perché penso, in questo modo, di avere più tempo per la scrittura.

Tre parole, anzi no, tre concetti: razzismo, solidarietà e rapporti con l’Italia. Che mi dici?
Abbiamo imparato molto dall’Italia, su come non essere razzisti ma essere solidali. L’Italia è il Paese che ci ha aperto le porte e ci ha aiutato quando siamo stati in grande difficoltà, nel 1991 e nel 1992. Ancora ci ha supportato nel 1997, quando si sentiva l’olezzo della guerra civile ed è da sempre il Paese amico, dove tantissimi albanesi si sono ben integrati, come tanti italiani si sono ben inseriti in Albania. Oggi le nostre relazioni sono ottime, tra scambi culturali, politici ed economici. Nei rapporti con l’Italia ci sembra di essere davvero privilegiati.

Un’ultima domanda, come si conviene a Mangialibri. Cosa legge Diana Chuli?
Ultimamente ho letto diversi autori giapponesi come Ishiguro e Murakami. Leggo Claudio Magris, ma anche altri scrittori italiani. Amo i libri di Pierre Lemaitre e rileggo spesso gli autori che traduco, come Sartre, Eco e Thomas Hardy, riscoprendo cose che il lavoro di traduzione non mi ha dato possibilità di vedere. La lettura è qualcosa d’infinito, anche se ti sembra sempre di non avere mai tempo di leggere tutto quello che ti piacerebbe. Credo non esista magia più grande della lettura ed è per questo che mi piace molto e visito spesso il sito di Mangialibri. Leggo le interviste, le recensioni e le ultime novità. Mi sento onorata di rilasciare un’intervista al vostro importantissimo magazine.

I LIBRI DI DIANA CHULI



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