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Intervista a Dido Sacchettoni

altCome nasce Nero giubileo? Ero in un bar nel quartiere romano di Prati, a fine novembre 1999, faceva un caldo sciroccoso e dal tavolino sentivo crepitare la tenda del bar a causa delle deiezioni degli storni che sorvolavano la zona. Ricordando la mia infanzia mi risultava che in quel periodo dell'anno avrebbero dovuto andarsene dalla città, migrare, e invece niente, non si smuovevano da Roma. Ecco che allora mi comincia a girare nel cervello questo romanzo qua, semi-comico se non grottesco. Nei giorni seguenti andai sempre più spesso in quel bar e iniziai ad osservare i clienti, la gente, ad indovinarne il ridicolo. Tutti alla continua ricerca dell'eterna giovinezza, dell'eterno benessere. Viviamo una stagione di oblio, senza interessi se non la vuota estetica. Avrei voluto ammazzarli tutti lì, all'istante. Non potendo, ho inventato un assassino che lo facesse al posto mio. "Bovary c'est moi", come diceva Flaubert. Il noir diventa quindi un metodo di critica sociale, pare di capire... Il noir è un pretesto per descrivere quello che a volte mi fa orrore, a volte invece tollero, e in cui sempre sono coinvolto in prima persona. Come tutti. Succederà così anche nel tuo prossimo libro? Io sono purtroppo vittima di un vizio capitale: l'invidia. Quindi più mi succede di leggere scrittori che mi soddisfano e più mi passa la voglia di scrivere. Mi spiego: quelli bravi mi gettano in uno stato di profonda depressione. Mi dico: Questo è bravo. Tu saresti capace di scrivere così? Mi rispondo: No, ma che c'entra. Non è il mio genere. E poi: Eh no, devo essere in grado anche io! Per esempio, avevo in animo di scrivere un libro sulla morte, ma ho scoperto che quel libro l'ha già scritto Philip Roth. E allora? Allora ci rinuncio. [david frati]