Intervista a Dragan Velikić

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Nato a Belgrado, classe 1953, Dragan Velikić dal 1994 al 1999 è stato direttore di Radio B92, “una boccata di ossigeno” durante il regime, come Dragan stesso la definisce. Scrittore dallo stile asciutto ed essenziale e dalla narrazione spesso suggestiva e poetica, oggi Velikić è considerato uno degli autori più potenti del panorama letterario serbo. Scrittore dall’umorismo amaro, anima i suoi romanzi con personaggi pronti a cercare l’occasione del riscatto e a partire per vie certe e razionali, pur facendosi guidare sempre dal cuore. Ve lo presento, attraverso questa intervista, che Dragan ha gentilmente concesso a Mangialibri.




Partiamo dal tuo La finestra russa. Rudi Stupar è un fallito, gli eventi della sua vita non sono degni di nota. A un certo punto subentra l’autoanalisi e si guarda dentro. Non si dedica all’azione, ma al pensiero. Mi chiedo se questo sia salvifico per lui o un’altra perdita di tempo nella sua vita…
Avere a che fare con noi stessi è un lungo processo, indipendentemente da quando se ne assume la consapevolezza. Accade generalmente dopo momenti dolorosi della nostra vita che segnano comunque una svolta, come la fine di una relazione amorosa, la morte di una persona cara o quando abbiamo importanti esperienze di vita alle spalle. Se non lo si affronta nella maniera giusta e nel modo più sensato possibile, può essere una perdita di tempo e non portare ad alcun risultato.

Tu fai perdere il lettore, usi un linguaggio sognante e fai in modo di mettere al primo posto, sempre, il cambiamento come costante. A volte però, ho avuto la sensazione che tu avessi quasi nostalgia di un mondo dilaniato dalle guerre. Sbaglio?
La nostalgia la si ritrova nell’album dei ritagli o nella pessima letteratura. Quello che ho fatto, in tutti i miei romanzi, è parlare della quotidianità del passato, e di quella del presente. Lo scrittore, in verità, decodifica il mondo che lo circonda e crea una versione della propria realtà, che se fatta bene, può risultare molto interessante per i lettori del futuro. La nostalgia si manifesta in relazione al fatto, che la gioventù manca, è ormai trascorsa. Certo, quando si è giovani, è tutto più semplice. Il cambiamento è la vera prova dell’esistenza. La vita senza cambiamento non esiste, è morte.

Parliamo del monologo di Danijel, decisamente colorito, ma inquietante. Vorrei focalizzare l’attenzione sulla descrizione dei fatti erotici, che sembrano avere una punta molto importante di perversione. Ti chiedo: quale mondo hai voluto rappresentare? Qualcuno accenna al fatto che hai voluto parlare della tua, di perversione. Possibile?
Quando qualcosa ci turba, significa che ci tocca, perché un cambiamento è iniziato in noi. La storia della vita di Danijel, la sua confessione, i suoi monologhi di per loro non sono affatto importanti, se il lettore non si riconosce in essi e non si identifica con Danijel. Il salto dalla vita reale alla fantasia e alla creatività, affinché questo accada, è molto importante. Non tutte le storie narrate nei romanzi hanno rilevanza letteraria. Tuttavia solo una storia di tale importanza ha il potere di identificarsi come esperienza del lettore. Bisogna saper distinguere, altrimenti qualsiasi confessione sarebbe letteratura. La perversione? Ritengo sia un termine molto ampio, spesso solo una conseguenza della timidezza.

Il tuo Astrakan è un altro viaggio a ritroso nel tempo. Pensi, quindi, che ripercorrere la propria esistenza, sia costruttivo per la propria crescita personale?
Bella domanda. Credo profondamente che il fulcro del romanzo, non debba essere costituito da personaggi ed eventi. Questi ultimi, sono solo un mezzo, sono proiezioni per esprimere la visione e la comprensione del mondo. Non si riesce, però, a vedere e a comprendere senza percepire la verità della propria vita. Perché una storia sia convincente deve crescere nel narratore, emergere dalla sua immaginazione, possedere una carica emotiva che attinge dall’esperienza personale. La prima condizione è essere onesti con se stessi, che non ritengo sia una qualità artistica. L’introspezione personale è un importante punto di partenza per poter vivere bene. Io mi ci aggrappo sempre, la tengo sempre a portata di mano. Ogni vita sono convinto sia composta da diversi strati che solo con la maturità, riusciamo a vedere attraverso i frammenti dei ricordi, come se fossero altre vite, altre esistenze, diverse da ciò che pensavamo.

Due parole su Radio B92...
Bei tempi. Non esiste più, ma all’epoca di Milošević costituiva una boccata di ossigeno.

Perché la scelta di vivere un esilio volontario?
Messa così sembra un po’ patetica, come cosa. Non è questione di decisione, ma conseguenza di una certa fisiologia - innata o acquisita - e poi di un senso di giustizia. La società serba era malata: la diagnosi non è stata patriottica, ma assolutamente indiscutibile. In simili situazioni, il primo passo è quello di affrontare la malattia, il secondo è quello di affrontare la terapia. Per quanto disperata possa essere la situazione, spetta a ogni individuo decidere se rimanere prigioniero della follia per sempre o provare a cambiare qualcosa di se stesso. La prima cosa da fare è abbandonare la prima persona plurale: il “noi” non esiste. Diventa necessario ricorrere a un’azione mentale, chiamata “pensare”. Quando ci si convince di questo, arriva sempre l’argomento su cui riflettere.

Cosa ha significato schierarsi contro il regime?
Cercare di mantenere il buon senso.

I LIBRI DI DRAGAN VELIKIĆ



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