Intervista a Elif Shafak

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Incontriamo via Zoom assieme ad altri giornalisti Elif Shafak, scrittrice turca residente a Londra, in occasione della X edizione del Premio Lattes Grinzane. Bellissima e sempre sorridente, Elif si concede di buon grado alle tante curiosità e nonostante la modalità virtuale non tarda a crearsi un’atmosfera piacevole e del tutto informale. La foto è di Zeynel Abidin e concessa con licenza Creative Commons.




Sarà una banalità dirlo, ma la città di Istanbul è davvero uno dei tuoi personaggi migliori. Che rapporto hai con questo luogo magico?
Nella mia scrittura ho sempre cercato di combinare aspetti contrapposti, di conciliare e unire l’aspetto più surreale, più magico dell’esistenza con le contingenze sociali e politiche. Cerco di unire la tristezza con la felicità, il sogno e la realtà. Molto spesso questi aspetti si combinano in maniera incredibile e felice proprio nella città di Istanbul: una città enorme, ipnotizzante, tremendamente affascinante, grande fonte d’ispirazione e piena di storie che non sono ancora state raccontate. Una città che ha una storia lunghissima, ma non per questo i suoi abitanti ne hanno memoria: la nostra memoria ha tanti buchi e di momenti che abbiamo volontariamente o involontariamente cancellato. E così Istanbul è preda di una grande amnesia collettiva, mi piace sottolineare infatti quando ne scrive sottolineare la dualità tra memoria e dimenticanza che abita questa città.

Da molti anni vivi a Londra, lontana dalla tua patria, che spesso non è stata accogliente con te: quanto ti manca la Turchia?
È una domanda emozionalmente complicata per me, questa. Sono molto attaccata al popolo turco, alla sua cucina, alle sue canzoni e alla sua storia: sono anche le mie, e questo mi fa desiderare di tornare nella mia patria. Ma in questo momento non mi è possibile tornare in Turchia, per quanto sia difficile ammetterlo. Leggendo i miei romanzi si capisce il mio amore per Istanbul, ma nello stesso tempo sono vicina ai Balcani, ho tante cose in comune con bulgari, romeni, greci e allo stesso modo sono legata al medio oriente e agli iraniani, ai giordani, ai libanesi. Ancora: sono nata in Europa e sono diventata una cittadina londinese. A differenza di quanto sosteneva l’ex premier britannico Theresa May - e cioè che i cittadini del mondo non appartengono a nessun Paese - io credo profondamente ad una appartenenza multipla e non a una unica identità nazionale.

I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo parla di morte, in buona sostanza. Ma anche di vita, paradossalmente. Come hai governato questo apparente contrasto?
I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo è un romanzo che si occupa di argomenti abbastanza delicati come le molestie, le discriminazioni sessuali, il sesso in genere. Io credo profondamente che sia un libro che celebra la vita, l’amicizia, la gioia, la solidarietà, la sorellanza e le piccole gioie che condividiamo con quelli a cui vogliamo bene. Per chi non ha avuto una vita comoda non è facile orientarsi nel mondo. Io distinguo due tipi di famiglie: la famiglia di sangue quando ci accudisce, ci accoglie, ci ama è la più grande benedizione. Ma non tutte le persone hanno la fortuna di avere una famiglia così: soprattutto le persone rifiutate dalla propria famiglia e dalla propria comunità devono avere coraggio e fiducia perché potranno costruirsi una nuova famiglia, quella che io chiamo la famiglia d’acqua, composta da persone che noi ci scegliamo. Ne ho viste di famiglie così, esempi di sorellanza e solidarietà che sono profondamente importanti per chi vive ai margini.

Parlaci un po’ invece di Non abbiate paura: in questo libri spieghi che la cultura deve costruire ponti, non muri…
Il titolo originale è molto diverso da quello italiano, suona pressappoco così: Come rimanere sani in un’epoca di divisioni. Viviamo in un’epoca di divisioni, muri, conflitti: cosa possiamo fare? Ci sentiamo inutili, schiacciati, proviamo un profondo senso di ansia. In questo pamphlet dico che non c’è niente di sbagliato a sentirsi così, la nostra è un’epoca di complessità, confusione, paura e rabbia. Ma soprattutto c’è un pericolo incombente, quello dei demagoghi, dei politici che dicono “Seguitemi, risolverò tutto in poco tempo”. Questa è una illusione, queste persone – che sono portavoce di mere istanze populiste – rispondono in modo falso a problemi veri. Le loro promesse non sono reali, non risolveranno i problemi anzi li peggioreranno. Intanto dal basso salgono nuove domande di giustizia da parte delle minoranze razziali, delle donne, dei giovani: vedo un grande potenziale politico intorno, ma per ora le voci della protesta vengono soppresse da un potere cieco e brutale. Come sarà il mondo dopo la pandemia di COVID-19? Vedo un mondo con muri più alti e disuguaglianze economiche molto peggiori, con incertezza e disoccupazione dilaganti. Tutto terreno fertile per ancora nuovi demagoghi, purtroppo. Ecco perché a maggior ragione chiunque ha qualcosa da dire, chiunque voglia costruire ponti anziché muri in questo momento deve far sentire la propria voce più forte che può.

Hai parlato di Istanbul come di una città liquida e “femmina”. Cosa intendi esattamente ed esistono dunque città “maschio”?
Ho sempre definito Istanbul in questo modo perché ha una forte energia femminile. Ai tempi dell’impero bizantino Costantinopoli era considerata una divinità femminile e si credeva fosse popolata da spiriti, ninfe e creature mitologiche femminili; anche durante la dominazione ottomana veniva descritta dai poeti come una donna. Questo è l’aspetto che con la mia scrittura voglio far tornare alla luce. Oggi Istanbul è una città in mano agli uomini. Negozi, caffè, tutto è dominio degli uomini e per le strade si vedono soprattutto uomini. Vorrei riportare più donne nelle piazze di Istanbul. Un esempio di città “maschio”? Per restare in Turchia, Ankara. Squadrata, logica, burocratizzata, fredda, logica. Istanbul ha una grande capacità di ricreare se stessa, come una donna attraversa diverse fasi nella sua vita così questa città sa reinventarsi.

Il pubblico dei lettori italiani è da sempre molto affezionato agli scrittori turchi, che segue con attenzione. Come mai questa vicinanza secondo te? E parlando di scrittori turchi, quali giudichi più interessanti?
Sono molto d’accordo. C’è indubbiamente un legame profondo tra Turchia e Italia, una simpatia. Ogni volta che vengo in Italia sento un grande calore, mi sento a casa e mi dico: “Se solo sapessi parlare la lingua sarei parte di questo popolo”. C’è qualcosa che ci unisce di molto naturale, di molto spontaneo. Perché questo succede? Perché gli italiani amano leggere scrittori turchi? È una domanda difficile ma forse accade perché gli scrittori turchi si fanno le stesse domande degli scrittori italiani: domande sul ricordo, sulla società, sulle diseguaglianze e sono ugualmente in grado di portare a galla le emozioni. Inoltre c’è la questione delle lettrici: in entrambi i Paesi il pubblico femminile è maggioritario tra i lettori: e le lettrici amano condividere le loro letture, non considerano un libro qualcosa di personale da riporre uno scaffale una volta letto ma viceversa qualcosa da trasmettere agli altri, di cui parlare. Quanto agli scrittori turchi contemporanei che giudico più interessanti, la scena letteraria turca è molto vivace ma consiglierei soprattutto di leggere gli scrittori curdi. Immaginate cosa possa voler dire essere di etnia curda in Turchia e scrivere di libertà, democrazia, passato e futuro.

Cosa si prova ad arrivare in finale (e poi a vincere) un premio letterario come il Premio Lattes Grinzane 2020?
Sono intanto stata davvero onorata di essere arrivata in finale, figuriamoci di aver vinto un premio così importante! Un premio con una giuria composta da giovani che lo rende unico. Mando i miei più affettuosi saluti agli studenti, è molto bello che vengano coinvolti in questo premio perché aumenta il loro amore per i libri, una cosa che in questo momento storico è più importante che mai.

I LIBRI DI ELIK SHAFAK



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