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Intervista a Elisabeth Åsbrink

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La giornalista e scrittrice svedese Elisabeth Åsbrink ama le sfide e non teme di scompigliare l’opinione altrui attraverso le sue indagini giornalistiche. Rivelare la verità per lei è una vocazione. Figlia di un esule ungherese scampato all’Olocausto e di una donna inglese, ha affrontato temi come identità e appartenenza, attingendo alla sua personale esperienza. La capacità di analizzare la storia con uno sguardo lucido e la scrittura diretta e sincera le hanno fatto conquistare riconoscimenti importanti. Schietta, ironica e profondamente consapevole delle dinamiche del periodo storico in cui viviamo, ha accettato con grande disponibilità di rispondere a qualche domanda.



Giornalista, narratrice, autrice per il teatro… in quale ruolo ti senti più a tuo agio?
Sono completamente felice come scrittrice di saggistica! Essere una giornalista è un lavoro grande e importante, ma il modo in cui funzionano i programmi di notizie e i giornali, mi ha sempre dato la sensazione di essere limitata dal formato. In televisione e alla radio hai una certa quantità di minuti per raccontare la tua storia e sulla carta hai una certa quantità di segni. Ho sempre voluto adattare il formato al contenuto, non il contrario. Ecco perché ho scritto il mio primo libro: dovevo essere in grado di raccontare la storia fino alla fine.

Quali sono i criteri di selezione che hai utilizzato per scegliere gli argomenti del tuo libro Made in Sweden?
Prima di tutto ho pensato a centinaia di espressioni che in qualche modo simboleggiassero la Svezia e l’immagine di sé svedese. Ma non tutte erano interessanti da scrivere. Ho capito che se questo libro non voleva essere come un libro di scuola, dovevo divertirmi. Anche i lettori devono divertirsi un po’, almeno essere sorpresi. Quindi le scelte si basano su questo: che cosa rappresenta questo strano paese e ha anche una storia affascinante da raccontare?

Ci sono eventi o personaggi che rimpiangi di avere escluso?
Dunque, il libro è stato pubblicato in Svezia nell’agosto 2018, praticamente la stessa settimana in cui Greta Thunberg ha iniziato a manifestare fuori dal parlamento svedese. Sicuramente l’avrei inclusa, se ne avessi avuto la possibilità. Includerei anche l’atteggiamento svedese nei confronti della pandemia di Coronavirus, a cui è stato molto interessante prendere parte (e deprimente).

Hai parlato di natura, di come sia presente in molti inni svedesi. Qual è il tuo rapporto con la natura?
Adoro camminare. Elimina lo stress, specialmente se cammino attraverso un paesaggio rurale o lontano da città e auto (e talvolta persone). Mio padre mi portava sempre a fare passeggiate nei boschi quando ero bambina, e in seguito mi ha introdotta alle camminate in montagna. Siamo stati nelle Dolomiti diverse volte. Camminare nella natura, ascoltarla, viverla con tutti i sensi, trovare un lago nel bosco e fare una nuotata... tutto questo è molto svedese, ma anche abbastanza universale. Sono una ragazza di città, vero, ma è stressante, e trovare il tempo per pensare è inevitabilmente legato al mare, al cielo, al ritmo del cuore e dei piedi quando cammino per qualche chilometro.

Hai trattato argomenti scomodi come il legame tra Ingvar Kamprad e il nazismo o le sterilizzazioni forzate dei Sami. È stato difficile documentarsi e confrontarsi con questa parte del passato svedese?
Quando si parla della sterilizzazione e dei Sami, il problema non è proprio la mancanza di documentazione, ma che questi argomenti sono ancora tabù. Diversi ricercatori e scrittori hanno fatto un ottimo lavoro nel chiarire questa parte della storia svedese, ma sembra sempre scivolare di nuovo nell’oblio, perché è sgradevole. Agli svedesi piace pensare che il loro paese sia buono, senza ombre. Il mio compito è ricordare loro la verità. Per quanto riguarda la storia di IKEA, trovando i documenti che rivelavano che Ingvar Kamprad era sotto la sorveglianza della polizia segreta nel 1943 perché era un membro del partito nazista estremista, ho fatto del mio meglio per analizzare tutti i documenti disponibili all’interno degli archivi. Come giornalista investigativo questa è la prassi. Ma ciò non mi ha resa molto popolare! Gli svedesi amano il loro simbolo di successo più famoso, IKEA, e ho ricevuto molte reazioni rabbiose alla mia esposizione del passato di Kamprad.

Ti consideri una che va a caccia di verità?
Una che cerca verità complicate.

Hai scritto che la lingua è potere e le parole sono importanti. Quali parole sceglieresti per descriverti?
Le mie parole preferite sono i nomi delle quattro persone che amo di più: David, Jonas, Joakim e György. Ovvero, i miei due figli svedesi, mio marito danese e mio padre ungherese. Poi vengono lavoro, amici, silenzio, musica e (buon) vino. Anche danza e mare sono davvero meravigliose parole. E la vaccinazione anti COVID-19!

C’è un luogo in Svezia che ti è particolarmente caro e a cui ti senti legata in modo speciale?
Sono affezionata a luoghi in cui ho vissuto forti esperienze emotive. Ecco perché io, per esempio, amo il municipio svedese di Stoccolma, mi sono sposata lì. Adoro anche la spiaggia di pietra di Hovs Hallar a Båstad, nel sud della Svezia, dove Ingmar Bergman ha girato la famosa scena della Morte, dal film Il settimo sigillo. È un posto meraviglioso. Mio marito ed io ci andiamo almeno una volta ogni estate.

Potresti parlarci del tuo prossimo progetto letterario?
In questo momento sto lavorando alla biografia di una scrittrice svedese vissuta nella seconda metà dell’Ottocento. Qui in Scandinavia questo è stato il periodo in cui la modernità ha fatto irruzione e cambiato le società fin dalle fondamenta. Il potere della religione dovette ritirarsi e la scienza e la tecnologia fecero un passo avanti. Era anche il momento di mettere in discussione la morale riguardante il matrimonio, l’amore e la sessualità. La scrittrice svedese Victoria Benedictsson visse e lavorò proprio al centro di questi cambiamenti. La sua è stata una vita breve, ha vissuto solo 38 anni, ma era una persona estremamente interessante – con amici come August Strindberg e Henrik Ibsen - in un’epoca estremamente interessante. Il libro sarà pubblicato in Svezia l’anno prossimo, e il titolo provvisorio al momento è Letteratura, sesso e morte. La biografia di Victoria Benedictsson.

I LIBRI DI ELISABETH ÅSBRINK