Intervista a Elvis Malaj

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Elvis Malaj (classe 1990) è nato in Albania ma vive in Italia dall’età di 15 anni. Ha debuttato nel 2017 con una raccolta di racconti arguti e imprevedibili. Lo abbiamo contattato in occasione del Passaggi Festival di Fano del 2020. Ci incontriamo in una piazza assolata e la nostra è da subito una conversazione amichevole, in cui con naturalezza risponde alle mie curiosità e ascolta e sollecita le mie impressioni di lettrice. Ecco cosa mi ha raccontato per Mangialibri.




Quando hai deciso o hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Nel periodo in cui è scattato l’amore per la letteratura avevo le treccine da rasta, ascoltavo musica rap e frequentavo un ambiente artistico totalmente diverso rispetto a oggi. Quando a scuola abbiamo studiato i poeti maledetti, la loro rottura con la letteratura realista e la possibilità di descrivere un universo interiore hanno attecchito in me. Altri testi che mi avevano colpito sono racconti come La carriola di Pirandello, in cui c’è una situazione terribile che però il protagonista vive in modo non convenzionale, e in cui sembra non provare niente… Ho iniziato a scrivere timidamente, cercando soprattutto di diventare un buon lettore – prima non lo ero per niente – poi ho fatto qualche tentativo un po’ più serio. La nuova classe è un racconto di quel periodo.

Da dove prendi spunto per le tue storie?
Devo dirteli uno per uno? Ogni storia è diversa: alcune vengono dalla vita vera, come Il televisore, altre sono scritte per soddisfare un bisogno del momento, come completare un gruppo di racconti o vengono da progetti diversi, come Morte di un personaggio, che avevo in mente come romanzo e invece è diventato un racconto lungo.

I tuoi racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia e il romanzo Il mare è rotondo hanno molto in comune…
È vero, anche nel romanzo l’indipendenza dei capitoli ha maggiore importanza della linea complessiva. Poi tra il romanzo e i racconti c’è una penetrazione quasi fisica: ci sono personaggi e situazioni che si incontrano, come l’uomo con la cravatta a fiori, che compare in entrambi i libri. Prima di Dal tuo terrazzo si vede casa mia avevo già scritto dei racconti e sembrava che un grosso editore li volesse pubblicare. Quando, poi, la cosa non è andata, ho voluto scrivere un romanzo in cui mettere tutti gli stereotipi e i filoni narrativi che in quel momento il mercato editoriale chiedeva: ho giocato a metterli in pratica per poi stravolgerli.

È ancora attuale il tema dell’emigrazione dall’Albania, secondo te?
Sì, nel romanzo l’ossessione per la partenza è enfatizzata, ma si parla anche di tutt’altro. Ma se guardo ai miei coetanei, molti di loro, come me, sono in altri Paesi. Ho letto un’inchiesta che raccontava proprio questo: l’Albania è uno dei Paesi in cui, pur non essendoci grandi crisi sociali o guerre, i giovani hanno più voglia di andare. Dal punto di vista letterario, non volevo diventare uno “scrittore di migrazioni”, devo essere libero di scrivere nel modo più emancipato dalle mie origini, senza essere inquadrato o confinato in una definizione ristretta. Inizialmente tendevo a scrivere evitando del tutto l’argomento, ma in quel modo mi stavo comunque facendo influenzare da questa “etichetta”. Ora, semplicemente, ne parlo liberamente, come di tutto il resto.

E l’episodio dell’ambasciata italiana?
Non l’ho scelto perché fa parte della storia albanese, ma perché racconta molto della condizione umana: è donchisciottesco, è una risposta a una situazione apparentemente senza via d’uscita che in questo caso è di emigrazione ma che potrebbe crearsi in qualsiasi contesto. È una storia che meritava di essere raccontata.

La via d’uscita creativa è una costante in quello che scrivi…
È vero, ma cerco sempre di raccontare solo quello che posso raccontare, è anche per questo che amo la brevità. Di fronte all’impotenza di dare risposte o soluzioni o di scegliere soluzioni narrativamente possibili ma non “appropriate”, preferisco lasciare un senso di sospensione.

Dal punto di vista della lingua, cosa ricerchi nel tuo stile?
Semplicità e ricchezza di immagini. Alcune vengono dal mio vissuto, altre probabilmente anche dalla lingua albanese. Mi hanno fatto notare che l’espressione “ascoltava la festa che era esplosa nella bocca di Ujkan” ne Il mare è rotondo probabilmente non sarebbe venuta in mente a chi parla solo italiano, ma io non ci avevo pensato. Sono espressioni che fanno parte del mio bagaglio linguistico, quello che cerco è la spontaneità.

I LIBRI DI ELVIS MALAJ



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