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Intervista a Emiliano Pianini

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Carrarese classe 1974, da oltre sedici anni svolge la professione di avvocato. Ha una passione per la storia e per l’Inter. Quella per la scrittura risale al primo anno di scuola media, quando l’insegnante di italiano organizzò una piccola biblioteca. Colpiti dal suo romanzo d’esordio, un noir ambientato nella Toscana occupata dai nazisti del 1944, lo abbiamo intervistato per voi.



I lettori non possono non innamorarsi del tuo protagonista, un eroe novecentesco, un carabiniere di altri tempi, un personaggio robusto in grado di reggere l’intera narrazione. A chi ti sei ispirato per Ermanno? Hai incontrato realmente qualcuno come lui? E perché ha un nome che ricorda vagamente il tuo?
Ti ringrazio, forse ambire all’innamoramento è troppo. Mi piacerebbe che i lettori s’immedesimassero nei miei personaggi, vorrei che si lasciassero trasportare nella realtà che ho costruito. Per Ermanno mi sono ispirato all’individuo travolto dagli eventi. Certo, si tratta pur sempre di un individuo migliore di altri, ma nel contempo è molto distante dallo stereotipo dell’eroe. Sarebbe facile risponderti che ho preso spunto dalla figura di Salvo D’Acquisto o da quella di Vincenzo Giudice, un maresciallo maggiore della guardia di finanza che, pur prestando servizio a centinaia di chilometri dal luogo in cui era nato, non ha esitato a offrire la propria vita per salvare quella di civili innocenti, ma la realtà è che probabilmente ho cercato di immaginare come fossero questi uomini prima che il gesto estremo li consegnasse all’immortalità. Ho incontrato molte di queste persone, gente piena di difetti e contraddizioni, ma comunque capace di distinguersi dalla massa per qualità morali non comuni. Il nome è un omaggio a due persone che hanno incrociato il mio cammino e se ne sono andate troppo presto.

Ho ucciso è tutto sommato un giallo classico, ma lo sfondo storico potrebbe far pensare a qualcosa di vero, a qualche racconto che magari hai sentito da piccolo, tramandato dagli anziani del luogo come succede solitamente per le storie di un certo fascino. È così o è così solo in parte?
Per anni, dalla terrazza di casa dei miei nonni, ho osservato la villa descritta nei primi capitoli del libro, quella nella quale avviene l’omicidio dei conti Bigotti. Si stagliava nitida su una collina, con le cascate di marmo delle Apuane sullo sfondo. Ogni volta in cui mi sedevo su una piccola sedia di legno accanto a mia nonna intenta a rammendare all’ombra di una tenda sdrucita, la domanda era sempre la stessa: “Mi racconti la guerra?”. E lì, dopo le prime timide proteste (“La guerra è brutta, perché vuoi sentir parlare di una brutta cosa?”) iniziava la narrazione. Diciamo che anche mia nonna, come la Sora Lella di Carlo Verdone, aveva il suo “soldato tedesco”.

La linea Gotica, le alpi Apuane, i borghi isolati e gli abitanti degli stessi. Location di indubbio fascino da inserire in un romanzo. Quanto ti ha aiutato essere nato e cresciuto nei paraggi?
Mi ha aiutato tantissimo. Come ho già avuto modo di dire, Carrara, per quanto negli ultimi anni si sia conformata come i grill sull’autostrada, è stata a lungo una città “diversa”. Qui l’ideale anarchico è piuttosto radicato. Si tratta dell’unico posto, credo al mondo, in cui non esiste un monumento al re ma ne è stato fatto uno al solo regicida che ha agito senza l’intenzione di prendere il posto della propria vittima. La geografia poi ha fatto il resto. La decisione di costruire la Linea Gotica è frutto della posizione strategica della città e dei piccoli borghi che la circondano. Le antiche popolazioni che abitavano la zona, sfruttando le gole e le difese naturali offerte dalle Apuane, hanno inflitto pesanti sconfitte all’esercito romano, quindi dire che le alte sfere del Terzo Reich non si sono inventate nulla.

Assodato che il brigadiere Luci è un personaggio riuscitissimo e straordinario, se dovessi trovare un’unica pecca al tuo romanzo è che non c’è nessun personaggio femminile forte a fargli da controcanto. Perché?
A dire il vero credo che Bianca sia una figura piuttosto forte, in grado di tenere testa al brigadiere. Certo, lo spazio che le ho dedicato è senza dubbio minore, ma ciò non significa che lei sia meno importante. Tra i primi “addetti ai lavori” che hanno letto il libro, qualcuno ha criticato il ruolo di spicco assegnato alle donne nell’organizzazione della Resistenza cittadina, ritenendolo poco realistico, addirittura eccessivo. In realtà Bianca è un omaggio alle donne che si sono battute contro il bando di sfollamento emesso dai tedeschi che intendevano evacuare Carrara, al tempo rifugio di oltre centomila persone, per fortificare le difese della futura Linea Gotica. L’11 luglio del 1944 alcune mie concittadine decisero di rovesciare le ceste al mercato di Piazza delle Erbe attaccando, in primis, il loro ruolo nella società (la donna che distrugge il cibo sotto gli occhi di tutti). Si recarono sotto il comando tedesco, protestarono, cantarono, inveirono e si fecero arrestate, fino a che gli occupanti furono costretti a rivedere i propri piani. Direi che il personaggio femminile esiste eccome.

Spesso si dice degli avvocati che hanno una bella “parlantina” ma a leggere le tue pagine è evidente che anche la tua scrittura non ha nulla da invidiare a romanzieri più esperti. E quindi, fare lo scrittore è sempre stato il tuo sogno nel cassetto? E ora che ci sei arrivato possiamo sperare di leggerti ancora con nuovi lavori, stai già scrivendo altro?
Grazie. Sì, fare lo scrittore è uno dei miei sogni, uno degli obiettivi che ho continuamente bisogno di pormi. Nel mio cassetto ci sono altri due romanzi: un giallo ambientato tra la costa toscana del 1974 e la Milano del 1944, e la storia di un avocato che, deluso dalla professione, imbocca una strada “alternativa”. Diciamo che nel secondo caso mi sono divertito a prendere di mira il mio ambiente lavorativo, compresi quelli con la “bella parlantina”, come diresti tu.

Se dovessi dare un solo colore e una colonna sonora per Ho ucciso quali sarebbero e perché?
Grigio, per la luce e l’ombra che lo contraddistinguono. Siamo abituati a pensare al grigio in un’accezione negativa, molte locuzioni negative fanno riferimento a questo colore, ma in realtà spesso la nostra anima è in bilico, è grigia, appunto. Per quanto riguarda la canzone, direi Wild World di Cat Stevens, per la malinconia del pezzo.

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