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Intervista a Emma Adbåge

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È una delle più brillanti illustratrici svedesi di nuova generazione. Ha vinto il premio Sven Rydén nel 2011, il premio Elsa Beskow nel 2013 e nel 2018, il premio Lennart Hellsing insieme alla sorella gemella Lisen Adbåge nel 2017. Con La buca ha vinto nel 2018 il premio August, il più importante premio svedese ai libri per bambini, oltre al Deutscher Jugendliteraturpreis in Germania e al Premio Andersen in Italia come Miglior libro 6/9 anni. La incontriamo alla Bologna Children’s Book Fair 2026.



I tuoi libri sono “ad altezza bambino”. Pensiamo a La buca, Il sacco, La ferita, tutti editi in Italia da Camelozampa... riesci realmente a metterti dal punto di vista del bambino e a raccontare la sua prospettiva. Sembra quasi che tu trascriva dialoghi di bambini reali, utilizzando il loro linguaggio e le loro emozioni. Come fai, parti da un argomento e ci costruisci intorno la storia o ti lasci ispirare dalla vita reale?
Sono, da sempre, un’osservatrice e quando esco di casa mi piace raccogliere materiale semplicemente osservando ciò che mi circonda. Colleziono conversazioni, parole, modi di relazionarsi, dialoghi, argomenti: cose che mi rimangono impresse, mi seguono e mi accompagnano. A volte ciò che raccolgo lo paragono ai semi che poi cerco di piantare e mi chiedo se potrà nascerne qualcosa. Non è una scelta consapevole, è più una curiosità personale che ho sempre avuto. Voglio ritrarre la vita ed essere il più possibile vicina alla realtà.

I tuoi adulti sono presenti, affettuosi, a volte persino accoglienti, ma spesso incapaci di capire i bambini e tutti accomunati dal fatto di commettere errori nei confronti dei bambini. Anche ne Il sacco i due genitori commettono uno sbaglio grandissimo quando cercano di fare pulizia gettando vecchi giocattoli delle figlie. In questo modo dai diritto di esistere anche ai desideri e ai misteri dei bambini, che spesso gli adulti annullano (gettano) semplicemente perché gli sono sconosciuti…
Penso che non si tratti sempre di una questione di due mondi in termini di età, adulti e bambini: forse a volte è più una questione di diverse personalità. Proprio come i bambini, nemmeno gli adulti sono un gruppo omogeneo. Sono interessata alla “norma” e alla “minoranza” e a come queste realtà si relazionano tra loro. Ebbene, spesso gli adulti sono la norma e i bambini sono la minoranza, dato che sono gli adulti a stabilire le regole.

Il panorama editoriale specializzato per bambini è sempre più ampio, la scelta infinita; in Italia si pubblica molto ma i lettori sono sempre meno. Da autrice di libri per bambini, come immagini diventeranno da adulti i bambini di oggi, grazie anche a questa infinita possibilità di letture?
È una domanda complessa a cui rispondere, dovrei poter consultare un oracolo per trovare una risposta! Mi chiedo però se il problema per la prossima generazione sia davvero l’elevato numero di titoli di libri disponibili, o se sia più probabile che il nodo centrale risieda nella mancanza di lettura in sé e in molti altri fattori che competono per influenzare la vita e il futuro dei nostri figli. Tuttavia, può essere difficile gestire una selezione così vasta; si può andare in panico anche solo dovendo scegliere tra venti tipi di yogurt e quindici canali televisivi! Ma ci sono anche aspetti positivi, come un maggior numero di voci e storie da ascoltare, più spunti di riflessione. È una domanda molto ampia e complessa, che può avere risposte diverse a seconda del punto di vista.

Ogni tuo libro è pieno di ironia, a volte sottile, a volte più esplicita, ma comunque non manca mai. È la conseguenza del tuo modo di vedere la vita o pensi che i lettori più piccoli abbiano bisogno di umorismo anche nelle loro letture?
Credo che il mio senso dell’umorismo e il mio modo di vedere il mondo finiscano inevitabilmente col permeare i testi che scrivo. Non tutti hanno il mio stesso senso dell’umorismo e la mia stessa visione, ma forse qualcuno sì! Ci deve sempre essere qualcosa che mi diverte e mi interessa personalmente per farmi venire voglia di scrivere. Non penso mai agli altri (al pubblico di riferimento) quando lavoro, perché questo mi ostacolerebbe.

Le tue illustrazioni sono tutte un po’ spigolose, storte, non perfette, ma assolutamente realistiche, molto oneste (il sangue dal naso, le croste sul ginocchio, le dita nel naso...), in linea ancora una volta con i bambini e con il testo. Come le realizzi?
Il lavoro sulle immagini avviene dentro di me mentre scrivo, e molto spesso c’è un luogo reale in cui penso che si svolga il testo: ecco perché conosco la scena, l’atmosfera e come ci muoviamo nella stanza. Conosco anche il tono delle voci e le persone di cui sto scrivendo. Colori e linguaggio del corpo crescono, a partire dal seme che è l’idea iniziale. Sapete, proprio come un fiore: tutto è già nel seme, le informazioni sulla specie, il colore, la forma, le dimensioni! Si dispiega davanti a me, mentre scrivo. Per fare un buon ritratto, devi conoscere la persona o la cosa che stai ritraendo, almeno un po’, e devi aver studiato un volto in modo che non diventi solo “un naso e due occhi” - quindi passo parecchio tempo con il mio testo prima di creare le immagini. A volte va più veloce, ma sono spesso molto “immersa nel testo”.

Si dice che il bambino sia lo specchio della società, perché l’ambiente in cui cresce, la cultura che assimila e l’educazione che riceve contribuiscono a formarlo e a renderlo un “buon adulto”. La Svezia e il nord Europa in generale sono considerati modelli per quanto riguarda l’educazione dei bambini e il rispetto ambientale e sociale. Concordi con questa affermazione? Che tipo di bambina sei stata?
Sì, sono d’accordo, pur non essendo un’esperta di editoria mondiale; quando visito altri paesi e culture noto quello che descrivete, ed è bello vedere questo sistema. Da bambina, ho avuto a che fare con la natura, i libri, la scuola e l’asilo, con tutto ciò che ne consegue. Ma ogni cosa all’interno di questo sistema ha anche dettagli e angoli in cui non tutto va bene per tutti. Ovviamente. Sono stata inserita nel gruppo dei “timidi” fin da piccola, cosa su cui da adulta mi sono interrogata e che mi ha fatto arrabbiare parecchio. Cosa significa esattamente “essere timidi”? Viene spesso confuso con l’essere silenziosi o codardi, e non so se sia vero. Ero anche una bambina che passava molto tempo nella natura, con la mia famiglia e nella stalla con il mio cavallo. E inoltre sono una gemella - un dettaglio non da poco - quindi l’infanzia è sempre stata legata a mia sorella gemella: ho sempre avuto la compagnia di qualcuno molto simile a me.

Astrid Lindgren, Barbro Lindgren, Selma Lagerlöf, Katarina Taikon...la Svezia è patria di grandi scrittrici che hanno influenzato notevolmente la letteratura per bambini e ragazzi, più di tanti altri Paesi. I bambini e soprattutto le bambine protagoniste delle loro storie hanno personalità forti, immaginazione e hanno incoraggiato generazioni di lettrici e lettori in tutto il mondo. Cosa leggevi da bambina? C’è una scrittrice o uno scrittore che ha influenzato il tuo stile o ti ha incoraggiata a intraprendere questa professione?
Tra quelle che hai menzionato, Barbro Lindgren è probabilmente la più importante per me, ma Astrid Lindgren è stata quella presente dall’inizio e in maniera più costante. Da bambina ero completamente immersa nelle sue storie, e ascoltavo persino le audiocassette in macchina con le registrazioni audio dei film. Tante le emozioni e le espressioni, i luoghi, le epoche e i personaggi che ho conosciuto grazie a lei. Barbro Lindgren è stata interessante anche per un altro motivo: oltre che per i suoi libri, naturalmente, anche come editrice della piccola casa editrice Eriksson & Lindgren, che è diventata la mia prima casa editrice. Più tardi, da adulta, molti dei suoi libri sono diventati ancora più significativi per me e abbiamo persino realizzato un libro insieme, scritto da lei e illustrato da me. Ma nel complesso è probabilmente la biblioteca ad aver avuto l’influenza più personale: era molto frequentata da tutta la mia famiglia e i miei genitori ci leggevano molto. Quindi, tornando alla quantità di pubblicazioni nell’editoria, dico sempre che è la cosa più importante poiché serve per capire cosa ci piace, ma anche ciò che non piace. Per poter immergersi nei libri, nelle immagini e farli propri.

Nelle tue storie i personaggi hanno una forte e viva immaginazione e riescono a ribaltare situazioni di noia, di proibizione da parte degli adulti grazie alla fantasia e soprattutto al gioco condiviso. Nel libro Facciamo che io ero un supereroe edito in Italia da Beisler, Pia e Nils, in una stanza piena di oggetti, giocano ai supereroi, usando semplicemente la fantasia. Viviamo in una realtà in cui ai bambini e alle bambine non manca nulla: giochi, attività sportive, tecnologia... hanno sempre meno tempo di annoiarsi o di occupare le ore giocando con “niente”. Perché questo aspetto invece nei tuoi libri non manca mai?
Sì, è vero, non ci avevo mai riflettuto molto, ma leggendo la vostra domanda sorrido e mi rendo conto che è così perché il “tempo vuoto” è stato un elemento importante per me. Qualcuno una volta ha detto che “se continui a calpestare i sentieri della tua testa, non può crescere nulla”, e penso che sia la stessa cosa con le impressioni, gli stimoli esterni e le distrazioni. Se ci nutriamo costantemente di impressioni, i nostri pensieri e le nostre idee non possono crescere su quei sentieri. È come se la nostra testa fosse sempre occupata. Ecco perché dobbiamo avere il coraggio di annoiarci, di aspettare, di ascoltare i nostri pensieri, fare le nostre riflessioni, essere presenti nella nostra vita. E avere il coraggio di lasciare che lo facciano anche i nostri figli. Ci vuole molta fatica da parte nostra per coltivare la noia, il vuoto e il silenzio, ma è importante.

L’ambiente naturale è molto presente e gran parte dei tuoi libri è ambientata all’aria aperta. Che rapporto hai con la natura?
Quel legame è forte, affettuoso e duraturo, fin dall’infanzia. Per me la natura è evidente, naturale, come il cibo, la famiglia, i suoni o... le scarpe! La natura è sempre stata nelle mie immediate vicinanze e quindi è presente anche in ciò che faccio. La conosco anche perché la percepisco dentro di me, la sento quando viene influenzata e cambiata, come quando conosci qualcuno a cui tieni e di cui hai bisogno.

Come è cambiata (se è cambiata) la tua visione del mondo dopo aver scritto tanto per bambini?
La mia visione del mondo sarebbe stata diversa se avessi vissuto una vita diversa, ma avrei vissuto una vita diversa solo se avessi avuto una visione diversa del mondo fin dall’inizio? Diventa un po’ un paradosso, una sorta di risposta impossibile. La visione del mondo cambia e si rafforza certamente per tutti, con il passare del tempo e con l’avanzare dell’età. Sono felice di aver potuto dedicare così tanto tempo alla creazione, che mi ha permesso di esprimermi e scoprire così tanto. Ma una cosa la so per certo: non scrivo per bambini, ho sempre scritto per me stessa.

I LIBRI DI EMMA ADBÅGE