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Intervista a Enrica Ferrara

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Enrica Ferrara, napoletana residente da più di due decenni in Irlanda, è un portento: scrittrice, traduttrice, critica letteraria, professoressa di lingua e letteratura italiana al Trinity College di Dublino. Dopo tanti anni ha sentito la necessità di mettere per iscritto la storia di suo padre, Angelo Ferrara, che si intreccia con quella dell’Italia degli anni di piombo e del periodo immediatamente successivo. Il risultato è un romanzo semi-autobiografico che cattura, commuove e lancia tanti spunti di riflessione. Non potevo non approfittare del Salone Internazionale del Libro di Torino 2024 per incontrarla e scambiare quattro chiacchiere con lei.



Mia madre aveva una Cinquecento gialla è un libro che nasce da una storia sia personale che sociale. Quando e perché hai sentito il desiderio di mettere per iscritto questa vicenda e quanto è labile il confine tra finzione – fatti e persone – e realtà?
Iniziamo con una bella domanda! Dunque, ho deciso di scrivere questa storia adesso probabilmente perché è ormai passato tanto tempo, tante persone e politici dell’epoca nel frattempo sono venuti a mancare e poi perché venticinque anni fa sono partita proprio con l’idea di scrivere. E quindi, dopo tanto tempo, mi sono resa conto che questo romanzo io non lo avevo ancora scritto. Il romanzo che volevo e dovevo scrivere, dentro di me lo sapevo, era proprio quello sulla storia di mio padre. Il primo, almeno, doveva essere questo. In realtà, non c’è stato un vero e proprio evento scatenante, piuttosto direi una serie di eventi che mi hanno portata finalmente a prendere questa decisione. All’improvviso ho proprio visto davanti ai miei occhi le prime parole del romanzo, ho ascoltato questa voce e alla fine ho scritto il tutto molto rapidamente, per poi passare a rivederlo varie volte. Per quanto riguarda il confine tra realtà e finzione direi che potremmo dividerlo in percentuale: un buon 70% è basato sulla realtà, su ciò che ho e abbiamo davvero vissuto; poi c’è un 30% che si basa su fatti romanzati, dialoghi inventati e personaggi che sono ispirati a persone reali ma che ho rielaborato con la mia fantasia. In effetti posso dire che nessuno dei personaggi è davvero inventato. Sono tutti realmente esistiti ma, chiaramente, il filtro della finzione era necessario per poter maneggiare questo materiale che, per me, è anche così doloroso.

Come abbiamo appena detto, il tuo romanzo è per gran parte autobiografico. Voglio chiederti, quindi, quanto Enrica Ferrara ha in comune con Gina Carafa e con il suo alter ego Enrica Coffey?
Enrica Ferrara ha davvero molto in comune con Gina Carafa perché chiaramente condividono una storia. Grazie al cielo, però, Enrica Ferrara ha ormai superato tante paure, è cresciuta. Questo si vede anche nel rapporto con la madre, perché la bambina del romanzo rimprovera alla madre di aver spezzato la famiglia e di non volerla tenere in piedi. Ha un rapporto piuttosto conflittuale con questa donna, salvo poi riconoscerne la forza alla fine del romanzo. Si ha la percezione che questa ragazzina non abbia un grande affetto verso la figura materna, mentre poi crescendo questo rapporto è cambiato radicalmente... io adoro mia madre! Quello che voglio dire è che sicuramente la Enrica bambina ha molto in comune con la Gina bambina e ragazza, ma la Enrica donna che ha scritto questo romanzo si è ormai lasciata questo personaggio alle spalle per tante ragioni, prima tra tutte un grande percorso di lavoro sul trauma. E poi c’è un argomento che affronto sempre un po’ in sordina, ma che ricorre come un filo conduttore attraverso tutto il romanzo: quello della formazione dell’identità di scrittrice di Gina. È un sogno che abbiamo in comune, perché entrambe abbiamo sempre fortemente voluto diventare scrittrici, ma non è una cosa così semplice. Si sa che diventare scrittori è qualcosa che desiderano in tanti, ma bisogna lavorare davvero duro, avere alle spalle chi ti supporta, tanto tempo a disposizione e anche le possibilità economiche per poterlo fare, questo è innegabile. Io stessa per tanto tempo ho dovuto mettere questo desiderio nel cassetto e rinviarlo, vuoi per il discorso lavorativo, vuoi per quello familiare. E questo mi porta al cognome dell’alter ego di Gina, Coffey, che poi è il cognome di mio marito: questa scelta è stata un po’ come dare un tributo all’Irlanda e alla mia famiglia irlandese, che sicuramente mi ha accompagnata e aiutata a trovare una nuova identità.

Quanto è stato difficile per te scrivere questo romanzo? Leggendolo si ha l’impressione di vivere un po’ una sorta di catarsi, un buttare tutto fuori per liberarsi dei fantasmi del passato e, magari, comprendere o scoprire qualcosa di più su ciò che la tua famiglia ha vissuto durante gli anni Ottanta…
Sicuramente la scrittura è terapeutica, è impossibile affermare il contrario. Anche chi scrive solo per se stesso, come le tante persone più o meno giovani che tengono un diario (cosa che ho fatto anche io per moltissimi anni), lo fa per liberarsi delle proprie paure, dei propri traumi. Ma, chiaramente, quando si va a scrivere un romanzo si deve avere un estremo rispetto per il lettore. C’è una grande differenza tra un diario personale, una memoria autobiografica destinata alla pubblicazione e un libro di pura finzione. Sicuramente ho vissuto un processo liberatorio, oserei dire catartico, nello scrivere questo romanzo e nel liberare queste emozioni. Allo stesso tempo, però, ho anche dovuto controllare determinate emozioni e magari pensare di più a quello che poteva essere l’interesse della trama e renderla avvincente.

Perché la scelta di questo titolo e cosa rappresenta – o meglio, chi – la Cinquecento gialla che, anche arrancando, riesce sempre ad arrivare a destinazione?
Dunque, non ti nego che il titolo sia nato quasi involontariamente. A ogni modo, la Cinquecento per mia madre ha sempre rappresentato un simbolo dell’emancipazione. Negli anni Ottanta le donne raramente guidavano e, quando lo facevano, era solo su queste macchinette piccoline. Questo, ovviamente, perché erano considerate un pericolo al volante. Quindi la Cinquecento gialla rappresenta certamente l’universo femminile, ma quell’universo femminile che non si accontenta, che spinge per cercare di liberarsi dal giogo del patriarcato, da quella definizione che vuole le donne piccole, deboli, sgargianti, frivole e con una marcia in meno, che non permette loro di arrivare nei luoghi raggiungibili dalle macchine destinate agli uomini, come l’Alfetta del padre. Quindi da un lato rappresenta un po’ l’universo femminile che spinge, ma dall’altro credo sia anche un po’ un’immagine di Gina, quella ragazzina recalcitrante che non vuole identificarsi con queste definizioni riservate alle donne, che idoleggia il padre e la sua Alfetta. E, ora che ci penso, potrebbe benissimo rappresentare tutte e tre le donne Carafa – Sofia, Betta e Gina – unite insieme.

Parliamo ora del personaggio di Mario Carafa. Chi è “Papaone” per Gina?
Papaone è un uomo che è stato idealizzato, che sicuramente è una persona potente e importante nella vita di Gina, ma che lei non vede in maniera chiara e nitida. Lo ha sempre idealizzato, ma ora lo ha perso. Quindi, da un certo punto di vista rappresenta quell’amore incondizionato che una bambina prova verso suo padre. Ma, d’altro canto, è anche associato al dolore e al trauma dell’abbandono, perché lui si assenta praticamente fin dall’inizio del romanzo e anche nei momenti cruciali della vita di Gina, come durante il terremoto dell’Irpinia, non è presente. Papaone è contemporaneamente una ferita da risanare e un affetto da riconquistare, da tenere stretto. In fondo, una bambina abbandonata dal padre è una bambina traumatizzata. E Gina sente fortissima la necessità di recuperare questo affetto perduto.

Innegabilmente il tuo è un romanzo di formazione: quale credi sia il momento in cui Gina smette di essere una bambina e inizia davvero a crescere?
Questa è davvero una bella domanda, ma anche un po’ complicata. Fammi pensare... Ecco, probabilmente posso dire che Gina smette di essere una bambina durante la fuga con la sua amichetta. È il momento in cui si rende conto che deve recuperare l’importanza della figura femminile per ritrovare una sua identità. È lì che comprende che cercare a tutti i costi un padre che l’ha abbandonata non è una cosa sana, mentre dovrebbe tornare a rivalutare l’importanza delle figure femminili che la circondano, cioè la madre Sofia e la sorella Betta, che non l’hanno mai abbandonata e le hanno sempre dimostrato affetto. E proprio durante questa fuga si troverà a gestire una situazione piuttosto particolare che dimostra quanto stia crescendo. Tra l’altro, in una versione precedente del romanzo, avevo descritto Gina molto più come una figura “guida”. Però, effettivamente, questa sua caratteristica di riuscire a salvare la situazione anche durante un momento piuttosto critico per l’amica dimostra quanto sia davvero un personaggio in grado di gestire problemi “da grandi”. Se ci pensi, questo è anche un momento di particolare comprensione delle differenze tra le donne e non solo un recupero delle figure femminili della sua famiglia: è in quel frangente che Gina capisce che non occorre necessariamente essere amica di tutte le donne, perché esistono differenze sostanziali tra di loro. Questo è un altro passaggio importante per me all’interno del libro: troppo spesso le donne vengono accomunate semplicemente in quanto tutte appartenenti al sesso femminile. È fondamentale che Gina comprenda quante sfumature abbiano le diverse donne e, al contempo, che scopra la concreta possibilità dell’amicizia tra uomo e donna.

Ecco, visto che abbiamo appena toccato l’argomento “donne”, voglio proprio parlarti di questo. All’interno del romanzo, infatti, ho trovato molti elementi che richiamano la narrativa femminista. Quanto è importante questa componente in Mia madre aveva una Cinquecento gialla e, più in generale, per te sia come autrice che come donna?
È un argomento fondamentale all’interno del romanzo e, soprattutto, è tutto vero. Ciò che intendo è che, lavorando in un ambiente come quello universitario innegabilmente molto patriarcale, mi sono resa conto che per riuscire ad avere una mia personalità e a fare un buon lavoro dovevo necessariamente creare una rete con altre donne. Questa consapevolezza entra molto nel romanzo dal punto di vista della costruzione dell’identità di Gina e credo che sia davvero di vitale importanza. Lo abbiamo detto prima, le donne non sono in nessun modo tutte uguali, ma sono certa che l’innesco di una rete di solidarietà tra di loro diventi estremamente importante per la concreta realizzazione dei progetti di tutte. Gina stessa riesce a vedersi e a vedere davvero se stessa solo attraverso l’identificazione con le altre donne. In un mondo dominato dal patriarcato, invece, una donna riuscirebbe soltanto a vedere le proprie debolezze. In particolare, mi viene in mente un concetto di Luisa Muraro, filosofa e figura di riferimento del femminismo italiano: l’affidamento. È proprio il senso di affidarsi a un’altra donna che vorrei emergesse da questo romanzo: la pratica dell’affidamento per me non è solo da figlia a madre, ma avviene anche tra amiche, tra donne. E credo che questa sia una delle teorie femministe più potenti di sempre.

Le parole e il linguaggio per Gina sono fondamentali. La troviamo continuamente alle prese con nuovi termini (“latitante”, “brigatista”, “capro espiatorio”), tanto da arrivare a trascriverli e rappresentarli sulla sabbia per apprenderne il reale significato. Qual è il ruolo di queste parole nella storia della protagonista?
Beh, le parole sono sicuramente un momento di comprensione: generando una sorta di straniamento fanno fermare Gina, ma anche il lettore, per rifletterci sopra. In questo romanzo io gioco con le parole e le smonto a prescindere dal loro significato corrente per far sì che anche chi legge le veda per la prima volta. Ho lavorato su questo processo grazie al mio lavoro di traduttrice: mi sono messa davanti al linguaggio italiano con gli occhi di un anglofono che si trovi a scoprire questi termini per la prima volta. È un meccanismo che mi è risultato facile proprio grazie al mio background di traduttrice e, in realtà, l’ho fatto anche nell’ottica di possibili lettori stranieri, nella speranza che il romanzo venga presto tradotto in inglese per renderlo fruibile anche alla parte irlandese della mia famiglia.

Nel tuo romanzo racconti molti avvenimenti della politica italiana degli anni Settanta e Ottanta, degli Anni di piombo. I personaggi, sia giovani che adulti, sembrano essere estremamente coinvolti, a differenza di quello che accade oggi. Perché, secondo te, in questo momento storico sempre meno giovani si interessano alla politica o, se vogliamo rigirare la domanda, cosa manca alla politica odierna per farli interessare e coinvolgerli?
Ecco, questa è davvero una domanda interessante: che cosa manca alla politica per far interessare le persone? Dunque, diciamo che da un lato sembra che la politica oggi sia davvero alla portata di tutti, perché tutti abbiamo opinioni e possiamo esprimerle ormai ovunque. Però credo che la cosa davvero importante sarebbe coinvolgere le persone e dare loro la possibilità di incidere sulla realtà. Sarebbe importante che i partiti politici coinvolgessero i giovani, magari anche attraverso l’attivismo giovanile, che sono tutte cose che all’epoca esistevano per praticamente tutti i partiti e anche per la Chiesa cattolica. Io sono convinta che i giovani oggi non credano nella loro possibilità di incidere sulla realtà, nonostante ormai sembri che tutti possano parlare con tutti, soprattutto attraverso i social media. Ma, a mio avviso, le campagne social possono fare ben poco. C’è stato il Movimento 5 Stelle che inizialmente aveva dato la sensazione che si potessero cambiare le cose. Ma poi, forse proprio a causa del declino del Movimento 5 Stelle, quel definitivo senso di disfatta si è fatto sempre più dilagante proprio tra i più giovani, inizialmente convinti di poter fare attivamente qualcosa per cambiare le cose. Poi si sono resi conti che in realtà poco o nulla è cambiato davvero e quindi, forse, proprio per questo ormai ci si chiede quale senso abbia impegnarsi davvero in politica.

Prima parlavi della tua famiglia irlandese e infatti so che vivi da molti anni in Irlanda e che insegni lingua e letteratura italiana al Trinity College di Dublino. Ma cosa continua a rappresentare, per te, l’Italia e come trasmetti l’italianità ai tuoi studenti?
Per me l’Italia è soprattutto quello che si scrive in Italia e, proprio per questo, circa sedici anni fa presso l’Italian Cultural Insitute di Dublino ho creato un circolo di lettori. Ti spiego cosa intendo tornando indietro a parecchi anni fa, a quando studiavo in Spagna grazie a una borsa di studio del Progetto Erasmus. Quando sono arrivata in Spagna, infatti, io non conoscevo praticamente per nulla lo spagnolo. Il modo in cui ho iniziato ad apprenderlo è stato leggendo in lingua originale. Andavo all’università, ascoltavo le lezioni e poi leggevo, leggevo, leggevo. Questo mi ha dato la chiave per capire che imparare una lingua senza arrivare a possedere un vocabolario sufficiente per esprimere correttamente un concetto complesso lo rende un processo del tutto sterile. Io accompagno sempre l’insegnamento e lo studio della lingua italiana con la lettura di testi, generalmente di genere narrativo. Con il book club dell’Istituto abbiamo letto più di cento libri in italiano negli ultimi anni, con cadenza di uno al mese. Per quanto riguarda il Trinity College, poi, ho chiaramente un programma istituzionale da seguire, ma anche lì cerco sempre di inserire un corso monografico su qualcosa di contemporaneo. A questo proposito abbiamo fatto corsi sulla letteratura di genere, quest’anno ne ho organizzato uno su Elena Ferrante. Il mio intento è sempre quello di proporre testi letterari coinvolgenti, stimolanti e che possano dare ulteriore materiale per ragionare ad esempio sul contesto sociale del romanzo e così via. Per me è fondamentale variare i temi, gli autori e bilanciare i generi dando sia autori donne che uomini. È chiaramente un impegno importante ma ne vale la pena perché, in fondo, è ciò che davvero mi appassiona.

I LIBRI DI ENRICA FERRARA