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Intervista a Enrico Franceschini

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Enrico Franceschini, giornalista e scrittore, è uno storico corrispondente estero de “la Repubblica”, quotidiano per il quale ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, dove oggi risiede. Ha seguito: due elezioni presidenziali americane, il crollo dell’Unione Sovietica, la seconda Intifada palestinese, l’ascesa e il declino di Blair in Gran Bretagna, la Brexit. Anche se il lavoro lo porta in giro per il mondo, appena può torna alla sua adorata riviera romagnola e se non è lì fisicamente lo fa attraverso i suoi libri. Questa volta, nella veste di intervistato, Franceschini condivide con Mangialibri pensieri e ricordi. La foto dell’autore è di Musacchio & Ianniello.




Parliamo di tempo. Quello del giornalista è diverso da quello dello scrittore, dicono. Come li gestisci, dando per scontato che qualche ora devi dormire?
Il mio primo libro è del 1988, da allora ne ho pubblicati una ventina tra romanzi e saggi, e nel frattempo ho sempre continuato a fare anche il giornalista, per cui in effetti ho dovuto imparare a sdoppiarmi. Fino a un po’ di anni fa risolvevo il duplice mestiere scrivendo di giorno per il giornale e di sera, di notte, nei weekend di riposo dal giornale e in ferie. Invecchiando, faccio più fatica a scrivere di notte. In compenso sono andato in pensione, per cui pensavo di avere più tempo di giorno per i libri, ma continuo a scrivere per il giornale quasi come prima. Morale: devo ringraziare che scrivo in fretta, sia per il giornale che per i miei libri!

Molti dei tuoi romanzi traggono ispirazione dalle sedi in cui hai lavorato. È un modo per fissare i ricordi e le esperienze fatte, in maniera più estesa e libera?
In parte sì, è un modo di raccontare quella parte della mia esperienza di inviato giramondo che non entra negli articoli di giornale. Quando incontri la gente, è raro che ti chiedano cosa intendesse Gorbaciov, com’era Reagan, che soluzione può avere il conflitto israelo-palestinese o cosa significa il blairismo: vogliono sapere com’era la vita a New York, come sono le donne o gli uomini a Mosca, se in Israele si mangia bene e quanto costa affittare una casa a Londra, insomma hanno la legittima curiosità per la vita vera e nei miei libri, saggi o romanzi, posso metterne quanta ne voglio. Ma per quello che riguarda i romanzi, attingo dai miei ricordi di giornalista, ci metto dentro i luoghi in cui ho vissuto, anche per seguire l’insegnamento di Hemingway: scrivere di ciò che conosci, di quello che hai provato sulla tua pelle, perché l’autenticità è necessaria se vuoi rendere credibile una storia di fantasia. E poi, da quando Flaubert disse “Madame Bovary sono io”, è chiaro che tutti i romanzi sono autobiografici.

Parliamo di sport: oltre al basket, che pratichi e di cui hai scritto, quale altro sport ti affascina?
Dopo il basket, mi affascina il baseball, che è un misto di un duello con il fioretto e di una partita a scacchi, in cui quando sei all’ultimo tiro dell’ultimo secondo puoi ancora rovesciare le sorti dell’incontro. E dopo un libro sul basket, Vinca il peggiore, che ho pubblicato qualche anno fa, l’anno prossimo uscirà un mio libro sul baseball: sarà un romanzo e ho fatto di tutto per affascinare anche chi non capisce niente di mazze e guantoni.

Andrea Muratori, il protagonista dei tuoi ultimi romanzi gialli, è tornato alla sua Riviera romagnola. Tu come la porti sempre con te?
Da 40 anni vivo all’estero, ma pur essendo nato e cresciuto a Bologna, la mia casa adottiva è la Romagna: ci ho trascorso le prime venti estati della mia vita e poi le prime venti estati di mio figlio. Il mio sogno neanche tanto inconscio era ritirarmi un giorno a Cesenatico: dall’Odissea in avanti, il ritorno alle radici è un classico per chiunque abbia lasciato la propria terra. Però io ho il sospetto che Ulisse, ritornato a Itaca, dopo un po’ si sarebbe annoiato: così mi piace tenere i piedi in due staffe, continuare a vivere a Londra ma ritornare con la fantasia in Romagna, dove faccio vivere il mio alter ego Andrea Muratori in Bassa marea e in Ferragosto, giornalista in pensione come me. Anche lui un po’ si annoia, gli manca l’adrenalina del giornalismo, per questo finisce per diventare un detective per caso e si ficca di continuo nei guai.

Concludo con una curiosità. Da giornalista esperto quale sei, con l’occhio allenato a cogliere i particolari e l’orecchio attento alle sfumature del non detto, riesci a guardare un panorama e/o parlare con una persona senza farti troppe domande?
No, confesso che non ci riesco. Dovunque vado, chiunque incontro, faccio una domanda dietro l’altra, come se stessi conducendo una intervista. La curiosità è lo strumento di cui ogni giornalista non può fare a meno e fa molto comodo anche quando devi scrivere un romanzo.

I LIBRI DI ENRICO FRANCESCHINI