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Intervista a Espérance Hakuzwimana

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Quella con Espérance Hakuzwimana - attivista e autrice, non necessariamente in quest’ordine - più che un’intervista è stata un’allegra conversazione, come se due amiche si fossero incontrate dopo tanto tempo e si stessero aggiornando sui temi che più stanno loro a cuore. Ecco, Espérance si presenta proprio come traspare dai suoi libri: dolce, sorridente e allegra, animata dal desiderio di raccontare qualcosa di sé, della sua esperienza personale a coloro che desiderano ascoltarla e viaggiare tra i legami e le emozioni delle persone. Lasciarsi conquistare dalla sua dolcezza è stato naturale, spontaneo e ascoltarla parlare delle sue storie è stato come ripercorrerle, ma questa volta con una guida speciale. Così, davanti a una fumante tazza di tè, ha inizio il nostro cammino a ritroso tra i temi e le emozioni dei suoi libri.



Qualche mese fa è uscito il tuo primo romanzo per ragazzi, La banda del pianerottolo: da dove arriva la scelta di scrivere un libro così dopo due storie destinate a un pubblico adulto?
È una cosa che ho sempre tenuto molto lontana, in un angolo, per il grande senso di responsabilità e rispetto che provo per una letteratura che mi ha letteralmente salvata. Se non avessi scoperto i libri da bambina, soprattutto nella fascia elementari e medie, probabilmente sarei una persona totalmente diversa. E poi sapevo che sarebbe stata la mia prima esperienza reale di narrativa in cui tutto ciò che avrei scritto, pensato e inserito, non avrebbe avuto a che fare con me. Il mio desiderio principale è sempre stato raccontare storie, ma mi sono anche resa conto che, un po’ per il panorama editoriale e un po’ per quanto accadeva nel mondo, sarei dovuta passare per il mio vissuto. Mentre la letteratura per ragazzi mi ha dato l’opportunità di sentirmi felice, ero avvolta dalla tenerezza e per la prima volta mi divertivo tanto nel momento in cui mi sedevo al computer a scrivere. Ho capito in quel momento quanto questo tipo di letteratura mi avrebbe portato gioia piena, anche se ricca di responsabilità legate al tipo di target.

Ecco, un target diverso da quello dei precedenti libri ma a cui dedichi comunque delle tematiche importanti come l’amicizia, la disabilità, che escono però in modo molto delicato. La storia rimane a misura di bambino: come sei riuscita a non rendere i temi troppo pesanti?
Io ho voluto fare due cose: una era quella di essere onesta ovvero potermi ascoltare sempre. Il fatto che i miei amici abbiano nove o dieci anni mi ha aiutato molto a instaurare un dialogo che per me è molto profondo, mentre magari per altri adulti è più superficiale. Proprio perché probabilmente una parte della mia infanzia l’ho persa, sono rimasta molto legata a questa fase della vita e il linguaggio dei bambini è molto aderente alla persona che sono e mi sta molto a cuore. L’altra volontà era di rifuggire il più possibile quel tipo di caratterizzazione dei personaggi che è stereotipata, parlando di cose reali oltre a ciò che si può vedere subito e che dà vita a un’etichetta. Nel pensare a Cami e Timo ho preso a riferimento bambini che conosco davvero e io volevo raccontarli dando loro la possibilità di rivedersi in un libro senza però che la loro esistenza tra quelle pagine fosse legata esclusivamente o comunque in modo eminente alla disabilità che appartiene loro. Quando ho capito che potevo giocare sulla trama, sulle loro passioni, sui loro caratteri che pian piano si scoprono, ho realizzato che potevo fare qualcosa di nuovo che non trovavo nel panorama editoriale italiano - a differenza dell’estero - ed era importante per me che questo progetto venisse alla luce. Il tutto però con leggerezza che non è superficialità, ma è dare ai bambini protagonisti dei colori diversi, reali, con tanto di argomenti tangibili, molto vivi rispetto all’attualità che stiamo vivendo. Per me l’intersezionalità è qualcosa di molto importante, bella a parole ma al tempo stesso non sufficiente, è un tema da trattare nella sua complessità anche in relazione ad altre cose con un’attenzione particolare all’onestà e su questo punto è stato fondamentale l’appoggio delle mie consulenti.

Nel libro i giovani protagonisti cercano di mettere in relazione quello che è il loro mondo con quello degli adulti attraverso l’espediente della magia, è una scelta dovuta un po’ al fatto che questo mondo “dei grandi” appare troppo lontano dal loro, magari meno entusiasmante?
Sì, perché lo era per me. Nel senso che ora che faccio delle presentazioni e sono a contatto con i bambini cerco sempre di mettere in evidenza il mio essere scocciata di essere nel mondo degli adulti perché è una cosa che mi rende molto distante dalla bambina che ho dentro. E appunto quando sono con i bambini vedo nei loro sguardi le stesse cose che provavo io, cioè come da bambina io guardando i grandi cercavo di trovare dei modi per farmi vedere e per capirli, scorgere che anche loro sono stati piccoli un tempo. Questa cosa mi permetteva di stare accanto ai grandi e allo stesso modo questo è un tentativo che fanno anche Timo e Cami attraverso il loro cercare di scorgere le emozioni che provano e capire i legami tra le persone. Anche perché quando io ero piccola ero sempre molto disorientata da questo mondo degli adulti quindi ripropongo nei miei personaggi, soprattutto in Timo che vive in un mondo con percezioni sensoriali diverse, il tentativo di placare questo mondo in cui si trova nell’attesa di crescere e quindi comprenderlo. Va anche ricordato che i bambini trovano sempre molti escamotage per stare al passo con un mondo che chiede loro di crescere troppo in fretta.

Ecco, un mondo che richiede di crescere in fretta. È un po’ ciò che accade ai ragazzini di Basilici, che si trovano in un ecosistema in cui diventare grandi velocemente è necessario...
Esatto, perché mentre scrivevo La banda del pianerottolo mi venivano spesso in mente i ragazzini di Basilici per quanto l’ambiente fosse diverso e sentivo molto in profondità le loro vite, anche se erano dei semplici personaggi inventati. Però pensando a quei personaggi - e ci sono tante pagine piene di informazioni su come parlavano o giocavano o cosa facevano durante il giorno, che però non sono venute fuori nella storia pubblicata - mi stava a cuore la loro infanzia, adolescenza e il loro viverla con proprio un’idea spudorata di vita che ti mette a disposizione solo un mondo in cui non sei visto e dove sei lasciato da parte. La mia volontà era raccontarli in modo sferzante come sanno essere gli adolescenti e i loro dialoghi. Andando nelle scuole a parlare di Tutta intera, ho scoperto quanto desiderassero gli studenti saperne di più di questi ragazzi che avendo un background migratorio spesso nella letteratura sono presentati carichi di stereotipi. Ma nella realtà ci sono tantissime sfumature di colore e sono contentissima di averli inseriti quasi come degli spot all’interno del libro. E sì, il mondo gli ha chiesto di crescere sin da subito, però mi piace che a un certo punto con il confronto con gli altri, con la scoperta dell’esistenza di un mondo dall’altra parte del mondo è solo rifiutandosi di crescere è permesso loro stare ancora un po’ all’interno di quell’infanzia che gli è stata negata, anche attraverso delle azioni che all’esterno non vengono apprezzate o comprese. Poi a me piace tanto vedere che i ragazzi di oggi questo diritto se lo prendono davvero a piene mani, senza chiedere permesso o scusa.

Tornando ai protagonisti di Tutta intera, Sara riesce davvero a entrare in sintonia con i suoi ragazzi? Lei la vediamo che ci tiene tanto, ma loro?
Io ho capito a un certo punto che non era quello il mio obiettivo e non era nemmeno quello di Sara, perché lei si presenta con la sua supponenza, armata delle sue caratteristiche e in più arrogante nel sentirsi come loro. Ciò che il mondo acculturato le ha insegnato è che può avere un potere rispetto agli altri grazie al sapere che ha appreso nel tempo. Sara quindi si approccia in questo modo che non si rende conto all’inizio essere sbagliato, visto che quando si cresce all’interno di un’ideologia è difficile vederla in un’accezione negativa. Ma poi crolla. Noi seguiamo Sara in questo processo di sfaldamento: tutto ciò che ha sempre saputo in realtà non vale nulla spostandosi di pochi chilometri, e questo le permette di cambiare il punto di arrivo e le proprie idee e obiettivi di successo. Secondo me Sara fuori dal libro certamente prenderà consapevolezza piena che a questi ragazzi lei non ha apportato quel sapere di cui era convinta, capirà che non è entrata così in sintonia con loro, non li ha conquistati. Questo secondo me è il più grande insegnamento che si può avere incontrando l’altro attraverso il dialogo e l’accoglienza del fallimento. Siamo cresciuti con i film degli anni Duemila nei quali l’insegnante bianco andava nel Bronx ed entrava in relazione coi suoi studenti attraverso il dialogo dopo episodi di rifiuto e violenza. Ma io volevo la realtà, volevo che fosse aperta questa finestrella in cui non c’è un lieto fine. Sara non poteva diventare migliore con un lieto fine, avrebbe avuto conferme per se stessa e invece lei aveva bisogno che il suo castello crollasse. Doveva trasparire che può accadere che la realtà non sia quella dei film, può succedere che le cose non vadano come si vorrebbe e per quanto doloroso è un fatto che va accettato, è una consapevolezza che serve.

Cami e Timo invece sono già consapevoli di essere unici e particolari rispetto agli altri, mentre Sara ha la tendenza di uniformarsi e assomigliare a chi crede esserle più simile nella realtà...
Sì, io credo che l’essere parte di una minoranza abbia tantissimi punti di vista da cui essere guardato. Esattamente come per l’adozione, ci sono diverse esperienze, diversi background alla base di tante storie e io credo che ci sia bisogno di riuscire a raccontare nella scrittura più sfumature possibili che siano anche lontanissime dalla mia personale. Specialmente nel caso di Cami, una così grande consapevolezza di se stessa a quell’età lì io non me la sarei sognata, avrei pagato per avere anche semplicemente qualcuno che sapesse verbalizzarmi cosa ero nel mondo. Io vorrei dare ai bambini di oggi per scontate le cose nello stesso modo in cui loro le danno per scontate, sapendo che quel libro però sarà letto insieme a degli adulti e quindi far loro sapere che ci sono già dei genitori che spiegano ai propri figli che quel termine non va usato, ad esempio, senza però accompagnare il tutto con delle spiegazioni lunghe e difficili. Ai bambini non servono dei “pipponi”, perché per loro certe cose sono ovvie, mentre agli adulti servono degli strumenti che ancora mancano. Quindi come diceva la mia editor, si tratta di un libro per bambini, ma in realtà si rivolge anche agli adulti. Mi rendo conto di quanto sia utile anche per me leggere libri per ragazzi, perché a quell’età si è delle spugne, ma io vorrei mantenere quell’apertura mentale anche da adulta. Mi piacerebbe che quegli adulti che ai tempi non hanno avuto modo di avere questa tipologia di libro che tratta della realtà con delicatezza possano ricostruirsi un passato e un modo di comunicare. Però ecco, la delicatezza è fondamentale perché la paura fa alzare i muri, mentre la dolcezza, la pacatezza aiutano a creare relazioni positive che aiutano a spiegare bene le frasi per renderle immediate. Per questi bambini alcune cose sono ovvie, ma è utile spiegare anche che il mondo potrebbe essere più indietro di loro a riguardo. Ciò che conta è fornire ai bambini le parole con cui spiegare, verbalizzare il loro essere figli di coppia mista, adottati o avere un background migratorio; loro lo sanno già, devono solo saperlo dire, sapere come affermare “Ehi, io esisto, io sono qua”.

L’adozione è un tema importante ne La banda del pianerottolo e in Tutta intera. Perché inserirlo in un libro per bambini quasi in modo più profondo che in quello per adulti?
Da piccola cercavo libri che trattassero di questo tema e non ne trovavo e quindi ora lo devo alla me bambina, di adempiere alla promessa di scriverne. Penso di avere un debito nei confronti di questa cosa che mi ha permesso di essere qui, in questo Paese ed è un modo anche per aiutare a riempire quello scaffale di libri che trattino di questa tematica. Poi è un tema che si riassume in pochissime frasi, però la cura che ci ho messo è stata grandissima, un lavoro soprattutto emotivo e di ricerca affinché fosse un messaggio chiaro, privo di sottotesti. Mi piaceva che nel libro ci fosse un personaggio non protagonista la cui crescita fosse legata alla scoperta di questo tipo di amore e legame con la sua famiglia di adesso e quella di prima. Trovo che il mio compito di autrice sia quello di trasformare la mia esperienza personale con l’adozione internazionale - che non è stata positiva - in qualcosa non necessariamente di positivo ma di utile per coloro che la stanno vivendo questa situazione. La mia vittoria più grande è sentirmi raccontare da una lettrice di essere stata adottata e di essersi rivista nelle mie parole, a prescindere da quale sia la sua esperienza personale. Poi certo ci sono altri temi importanti che ruotano attorno alla tematica dell’adozione, come la famiglia che non per forza è legata dal sangue ed è per me uno dei temi più importanti che mi aiuta a sentirmi bene nello scrivere. Spero che in futuro le mie capacità con la scrittura si accresceranno e continuerò a parlare di adozione e saprò parlarne sempre meglio, ma il mio punto di vista sarà sempre quello di qualcuno che l’ha vissuta in prima persona e ci convive.

Tornando invece a Tutta intera, c’è questa frase del “Saltare il Sele”, ma alla fine Sara riesce a saltarlo? Riesce a non sentirsi così divisa?
Guarda, io ho in mente questa scena dove mi immagino Sara sul Ponte della Pace che guarda il fiume. La immagino io lì perché scegliere nella vita, capire dove stare, spesso arriva da fuori e non da dentro, Sara dai ragazzini di Basilici capisce che si può essere il fiume e non una delle due parti di questo. Però la immagino sempre che sta nel mezzo ma è ancora protetta, guarda questo fiume da una prospettiva diversa, però ha bisogno ancora di tempo. Io ho voluto finire il libro nel momento in cui inizia la trasformazione di Sara, quando le sue certezze vanno a rotoli e lei si “disintegra”. Ecco, io sono per principio contraria ai finali aperti però questo è per me un lasciarla libera di scomporsi per ricomporsi. Noi non la seguiamo in questo processo così importante, ma solo fino al momento in cui capisce di star scomponendosi - che è una fortuna perché molte persone non riescono a capirlo finché la propria esistenza non è del tutto scomposta. Invece Sara è fortunata perché è consapevole di cosa le sta accadendo anche se poi è un’incapace totale nell’affrontare la cosa, visto che inizia a compiere delle scelte particolari come lasciare il fidanzato, allontanarsi dalla scuola - e mi piaceva l’idea che lei si prendesse tempo. Forse ci sarà un libro sul dopo, forse no, ciò che conta è che Sara aveva bisogno di una scossa da parte del mondo, l’ha avuta ed è piena di crepe e ora deve fare qualcosa per sistemarle.

Qualcuno che invece non si cura di queste crepe è il resto della famiglia di Sara, tranne i genitori…
Era troppo importante per me riuscire a raccontare l’incoerenza ma anche la complessità emotiva di vivere in un contesto in cui sei amato ma non sei visto: ed è una condizione in cui molti vivono a prescindere dal background. Quel vivere lì è un vivere estremamente doloroso perché obbliga a rinunciare a una parte di sé e molte persone ci vivono tutta la vita, in quell’ansia lì. Per me era importante scrivere di come sia vivere con quel tipo di incoerenza e conflitto costante nato nel momento in cui Sara si rende conto che suo zio non la vede per quello che è ma solamente in parte. Sara inizia a soffrire ed entrare in crisi da questo momento in cui si domanda se il problema sia lei, loro o la realtà che non dà gli strumenti per potersi riconoscere nel mondo. Ovviamente il libro racconta di una ragazza che è cresciuta negli anni Novanta, oggi le cose sono diverse perché gli strumenti sono di più, però è una questione di onestà intellettuale, di sensibilità e capacità di guardare e vedere e non sono cose che possono essere insegnate dai libri o da internet. Non sono gli strumenti a saper dare risposta a tutto, ma si tratta di impegno costante nel mondo e non è qualcosa che molti hanno voglia di fare. Ciò che voglio io è che una persona abbia consapevolezza di ciò che viene detto, ci deve essere un passaggio di coscienza, di presa di responsabilità e in mancanza di questo si generano incomprensioni. Lo stesso Paese è per Sara la conferma di come da una parte si è idolatrati perché “figli di” mentre dall’altra si è scambiati per immigrati. Una delle parti che volevo raccontare era proprio la domanda che sorge quando si vive una situazione di questo genere, ovvero: perché questa sensazione me la fa provare chi è parte della mia famiglia? In tanti - come me, come alcuni miei amici - hanno fatto finta di non vedere per anni dicendo di non aver mai subito episodi di razzismo finché un giorno non si può più far finta di nulla e si finisce a dover elaborare tanti accadimenti di questo genere; perciò ciò che volevo fare in questo libro era anticipare un po’ quella fase, permettere a chi si trova in questa situazione di rendersene conto e sapere che fa male come cosa però accade.

Parliamo di E poi basta. Prima uscita, subito un libro con temi importanti come razzismo e discriminazione. Era già un indizio sul tuo futuro come scrittrice?
Io dico sempre che quel libro non doveva esserci, solo che poi è arrivato il 2018 con tutti i suoi eventi e la paura che ho provato quell’anno è stata così grande che mi sono detta: devo fare qualcosa. E io so scrivere perciò è stato inevitabile, ma in grande linea con i tempi. Però in quattro anni (il tempo che è passato dall’uscita di quel libro) il mio approccio e rapporto con E poi basta è cambiato molte volte: all’inizio mi sembrava che quest’uscita mi allontanasse dalla mia idea di carriera di scrittrice di narrativa, mentre poi ho realizzato quanto sia stato un tassello salvifico per me porre quelle tematiche per iscritto perché sono state molto spontanee e dirette, oneste. Quel libro lì è proprio autentico, pieno di tutte le cose che sono perché ci sono passaggi che magari sistemerei e riguarderei ad oggi però quello è il mio stile, è la mia scrittura e riguardandolo vedo il mio inizio e sono tanto contenta di averlo scritto perché è stato l’inizio del mio percorso. È stato l’inizio di qualcosa che ha un fine molto lontano da quel libro e sono consapevole che quattro anni dopo esco con un romanzo per ragazzi che è su quella strada di E poi basta, ma al tempo stesso è completamente diverso, va in una direzione che è quella che ho sempre sognato. Infatti oggi quando i lettori me lo portano agli incontri da autografare capisco che per quanto sia stato scritto molto tempo fa in realtà è ancora attuale, è ancora vivo per molte persone con background migratorio che lo leggono oggi e lo sentono loro, lo percepiscono come io lo sentivo quando lo finivo di scrivere nell’estate 2019. E il fatto che quei temi presenti lì siano ancora inseriti nelle storie che scrivo oggi mi fa sentire molto entusiasta e molto aderente, sono molto contenta di quel mio primo figlio che come alcuni dei primi figli non era previsto ma… è proprio perfetto che ci sia stato.

I LIBRI DI ESPÉRANCE HAKUZWIMANA