Intervista a Eva Baltasar

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Eva Baltasar per 15 anni ha scritto solo poesia. Poi un giorno si è seduta davanti a una psicologa che le ha consigliato di buttar giù la storia della sua vita. Eva è tornata a casa, ha iniziato a scrivere… e ha smesso di andare in psicoterapia. Oggi sta ultimando l’ultimo romanzo della sua trilogia: l’abbiamo incontrata a Più Libri Più Liberi per parlare intanto del primo, edito in Italia da Nottetempo.




Il tuo Permafrost è inaspettatamente divertente. L’ironia ha una funzione letteraria in questo romanzo? Avvicina il lettore o lo tiene alla larga dal suo nucleo che altrimenti sarebbe troppo doloroso?
Allora, innanzi tutto bisogna dire che Permafrost non è un libro ragionato, nel senso che non c’è stato dietro un piano, non ci sono state strategie, è un libro che è fluito, diciamo che è “venuto da sé”. Senz’altro io mi sono identificata molto nella protagonista per il suo particolare sguardo sul mondo, per il fatto di essere un’outsider, una persona che non riesce a trovare un suo posto all’interno della società e che nello stesso tempo ha un modo tutto suo di criticare la società stessa. Questa protagonista soffre quindi un vuoto esistenziale, quello che cerca di fare è di sopravvivere, e lo fa ricorrendo all’ironia. Anche il modo di approcciare il tema del suicidio con un certo sarcasmo è il suo tentativo osservarlo e mostrarlo. Ma la protagonista è capace anche di godere e di sfruttare la vita, di abbandonarcisi: ama molto il sesso, ama molto la letteratura, ama molto l’arte… Quindi in fin dei conti l’ironia è lo strumento che le permette di salvarsi un po’ dalla morte e di avvicinarsi alla vita. In seguito, mi è poi capitato di parlare con dei lettori e realizzare che questo approccio ironico è piaciuto molto, i lettori si sono ritrovati in questa caratteristica che permea così tanto la protagonista, lo hanno trovato divertente.

Permafrost mi ha ricordato un altro libro: quello di Ottessa Moshfegh (Il mio anno di riposo e oblio): si tratta di due personaggi letterari femminili simili per una certa crudezza. La scelta di uno stile così forte e preciso ha qualcosa a che fare con la questione femminile di questi anni?
Non ti so dire effettivamente: se ci rifletto probabilmente è così, però bisogna anche dire che tutti noi apparteniamo a un’epoca, nel senso che io come donna posso dire di sentirmi libera di scrivere quello che voglio proprio perché dietro di me ci sono state tante altre donne che me l’hanno permesso, ma bisogna dire anche un’altra cosa: io vengo dalla poesia e nella poesia ogni parola deve essere, appunto, limata, bisogna essere molto concentrate, il mio è uno stile conciso per cui ci vogliono poche parole per esprimere molte cose e va detto che probabilmente questo tipo di stile nasce dalla fusione di questi due aspetti.

Cosa significa per un poeta scrivere un romanzo? Prima di iniziare a scriverlo avevi mai sentito questa voce narrante dentro di te?
Ho scritto solo poesia per 15 anni e prima di adesso non mi era mai capitato che ci fosse un’urgenza, un’istanza, una voce narrativa che mi chiamasse. L’approccio, l’esordio nella scrittura di prosa è legato a un fatto molto preciso nella mia vita: a un certo punto ho avuto il bisogno di andare da una psicologa. Dopo la prima seduta la psicologa mi ha detto “Noto che sei molto destrutturata, quindi fai una cosa, ora tu te ne torni a casa e scrivi quattro pagine in cui racconti un po’ qual è stata la tua vita, la tua infanzia”. Quindi, io sono tornata a casa e dopo dieci minuti mi sono accorta di due cose: in primis che tutto quello che stavo raccontando era molto noioso e poi che stavo inserendo delle piccole bugie per rendere la cosa molto più divertente, interessante per la psicologa. È andata a finire che ho lasciato la terapia e, visto che questa voce di donna era nata, ho deciso di portare avanti il romanzo. Quindi si può piuttosto dire che è stata la narrativa che mi ha chiamato non che io abbia fatto particolari passi verso di lei. Quello che poi è successo è che mentre scrivevo mi sono resa conto che ne volevo di più, nel senso che mi sono divertita talmente tanto che non solo ho continuato a scrivere un romanzo ma ho proprio deciso di scrivere una trilogia.

Continui comunque a scrivere anche poesie?
Si può dire che io stia continuando a lavorare un po’ alla poesia, ma con alcune sfumature. Non sto scrivendo poesia al momento perché mi sto dedicando ai successivi due romanzi della trilogia (uno uscirà tra pochi mesi sia in spagnolo che in catalano, l’altro lo sto scrivendo adesso). Però, nonostante io abbia lasciato il genere, non posso dire di aver smesso di lavorare sulla poesia perché per me è molto importante, anche nella narrativa, nella prosa, limare lo stile, stare attenta al ritmo, stare attenta alla musicalità, lavorare molto con gli endecasillabi (cerco di finire ogni capitolo con delle parole acute o con delle piane). Quindi non mi sento di dire a tutti gli effetti di aver lasciato la poesia.

I LIBRI DI EVA BALTASAR



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