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Intervista a Evgenij Vodolazkin

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Considerato il più importante tra gli scrittori russi contemporanei - i suoi libri sono tradotti in molte lingue e ricevono spesso riconoscimenti internazionali - lo studioso e scrittore Evgenij Vodolazkin è nato a Kiev quando la città faceva ancora parte dell’URSS e vive a San Pietroburgo. Laureato in filologia, ha pubblicato diversi romanzi in cui si affrontano tematiche delicate che raccontano la vita e le sue diverse espressioni. Cogliamo l’occasione della sua partecipazione a Pordenonelegge per metterci in contatto con lui attraverso la sua casa editrice italiana, che ringraziamo per la disponibilità. Ecco che cosa ci ha raccontato.




Cosa spinge un filologo e storico di letteratura russa medievale ad intraprendere la carriera di scrittore?
La scienza è un modo per conoscere razionalmente l’uomo e, più in generale, il mondo. Ma l’uomo non è fatto solo di razionalità, ha anche i sentimenti, e in questo senso la scienza ha dei limiti ben precisi. A un certo punto ho deciso di andare oltre e mi sono rivolto alla letteratura che, a mio parere, è quell’ambito in cui principi razionali ed emotivi si uniscono nel modo più armonico possibile.

Sei stato spesso definito “l’Umberto Eco dell’Est.” Come ti poni di fronte a questa definizione?
Una volta - ero a Pordenone - mi presentarono a quello scrittore straordinario in qualità di “Umberto Eco russo”. L’autore de Il nome della Rosa aveva un senso dell’umorismo eccezionale. Mi diede la mano e mi disse: “Le faccio le mie condoglianze”. Gli risposi che ero un suo ammiratore, ma lui ed io ci occupavamo di cose diverse: a lui interessava la storia, a me “la storia dell’anima” (l’espressione è di Michail Lermontov).

Nel romanzo L’aviatore il protagonista, risvegliato anni dopo esser stato ibernato nell’azoto liquido, non ricorda quasi nulla del passato e tiene una sorta di diario nel quale scrive la memoria delle piccole cose che gli ricordano il periodo trascorso. Quindi hai sfruttato uno spunto fantastico all’interno di una narrazione storica. Qual è il motivo di questa scelta?
In letteratura amo sperimentare mescolando i diversi generi. Ho preso una trama tipica della letteratura fantastica, quella che vede un uomo che si addormenta e si sveglia dopo alcuni decenni, ma l’ho arricchita con una problematica che le è generalmente estranea. Nel romanzo non si parla di crionica, ma di un sentimento di pentimento per il quale il protagonista si risveglia a distanza di molti anni. Questi esperimenti di commistione di generi hanno una lunga tradizione. Per esempio, Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, se si guarda alla forma, è un giallo. Ma in quel libro vengono affrontate problematiche di tutt’altro genere. Nel romanzo L’aviatore si affrontano argomenti di tipo storico, certamente, ma questi non sono al centro dell’attenzione. È un romanzo sulla responsabilità personale e sul pentimento.

In Lauro, facendo leva sulla forza di volontà del protagonista, l’impressione è che tu voglia indicare la strada spirituale al popolo russo, tormentato dalla storia, dimostrando che solo attraverso un vissuto di sofferenza sia possibile dare un senso alla tragicità dell’esperienza umana. È così?
Nonostante la forte connotazione russa, in Lauro sono presenti questioni che riguardano l’umanità intera. Quello del protagonista non è il semplice cammino che conduce al pentimento. Uso questa parola per la seconda volta, ma non vorrei darvi l’impressione di essere un predicatore che scrive operette edificanti. La predica è un genere che stimo, ma la letteratura ha un compito diverso. I miei romanzi riflettono la vita in tutta la sua molteplicità, e sono pieni di umorismo, dato che ne è piena anche la vita. Per quanto riguarda la sofferenza, anch’essa fa parte della nostra esperienza di vita e la sua causa non è per forza il trauma. La sofferenza può non avere cause apparenti come, per esempio, quella legata al pensiero della morte. A proposito, non tutto nella vita diventa esperienza, che è formata dagli avvenimenti, sia positivi che negativi, a cui abbiamo dato un senso. Se rimangono incompresi, allora non si fa esperienza. Ci sono persone piene di lividi, che non trasformano i traumi in esperienza.

In Brisbane la musica è un po’ il filo conduttore di tutto il romanzo. Si tratta di una scelta che rispecchia il tuo modo di essere o è esclusivamente un espediente narrativa?
Ho un rapporto del tutto particolare con la musica, perché anche la parola ha i suoi limiti. A volte con la musica si può dare voce a ciò che le parole non riescono ad esprimere. Al contempo bisogna ricordare che la musica esiste solo perché esiste la parola.

Brisbane è il luogo che si trova al termine dei sogni ed è quindi irraggiungibile. Ritieni davvero che i sogni siano qualcosa che difficilmente si può raggiungere?
Nel romanzo, Brisbane non è semplicemente un sogno impossibile da realizzare. È essenzialmente un modo sbagliato di pensare. La protagonista vuole andare dall’altra parte del mondo pensando ingenuamente di trovarvi la soluzione a tutti i suoi problemi. La soluzione si trova sempre all’interno delle persone e il tentativo di trovarne una all’esterno è per sua stessa essenza destinato al fallimento. Quando i lettori mi chiedono di firmare il libro, mi capita di scrivere: “Brisbane è dentro di noi!”.

Sei nato a Kiev e, come il protagonista di Brisbane, lì hai trascorso la tua infanzia. Che legame hai con l’Ucraina e come vedi oggi la situazione di questo Paese?
Io sono russo, ma sono stato cresciuto nel rispetto profondo verso la cultura ucraina. Vi dirò di più: la mia famiglia mi mandò in una scuola ucraina, e non russa, affinché conoscessi la lingua e la cultura del paese in cui vivevo. E si trattava di un periodo in cui tutti a Kiev cercavano di frequentare le scuole russe. Ancora oggi provo un sentimento d’amore verso l’Ucraina e sono addolorato per il fatto che i rapporti tra Russia e Ucraina siano tanto complessi. Ciò che rende la situazione ancora più tragica è il fatto che russi e ucraini hanno vissuto la maggior parte della loro storia come un unico popolo. In un certo senso, sia per i russi che per gli ucraini si tratta di un dramma familiare. Se fosse un conflitto localizzato, allora forse si potrebbe risolvere velocemente. Il guaio è che è diventato parte dei processi geopolitici mondiali, quindi una soluzione semplice non esiste. L’Ucraina è diventata l’oggetto del feroce contendere tra forze diversissime. Non vedo altra via d’uscita se non la riconciliazione tra Oriente e Occidente. Nonostante la situazione attuale sia difficile, io credo in questa riconciliazione, e non vedo l’ora che arrivi. A mio modo di vedere io, così come molti altri russi, mi sento fortemente europeo. Ora che la civiltà europea sta attraversando grandi difficoltà, ha bisogno di essere consolidata. Penso che, presto o tardi, i paesi che la rappresentano – sia l’Europa, che gli Stati Uniti d’America e la Russia – inizieranno a parlare la stessa lingua. Hanno un gran bisogno gli uni degli altri. È in gioco la sopravvivenza della civiltà europea.

Che cosa rappresenta per te la scrittura e quali sono gli autori che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?
Uno stesso scrittore scrive per motivi diversi a seconda dell’età. Quando sei giovane la ricerca della popolarità ha un grosso peso. Ho iniziato a scrivere piuttosto tardi, quando la questione della realizzazione personale non era più così importante: a quel punto mi sentivo già realizzato come ricercatore. Per me la popolarità ha significato solo nella misura in cui permette ai miei libri di essere letti da un gran numero di persone. In generale la prendo con tranquillità e ho una vita piuttosto ovattata. Ciò che mi spinge a scrivere è la speranza che i miei libri possano essere d’aiuto a qualcuno. Per lo più li considero come miei bigliettini a Dio. Sono stato influenzato da una gran quantità di scrittori. Penso che capiti a qualsiasi autore. Se dovessi elencarli tutti potrei scrivere un libro. In letteratura per me sono particolarmente significativi Dante, Puškin, Gogol’, Dickens, Dostoevskij, Tolstoj, Proust, Thomas Mann, Bunin, Nabokov, Solženicyn, Brodskij.

Che cosa legge Evgenij Vodolazkin? Ci sono generi o autori che ami particolarmente e altri, che invece, proprio non ti piacciono?
Le mie letture sono condizionate dal fatto che sono entrato a far parte della giuria del premio Jasnaja Poljana (Premo Tolstoj) e in un anno devo leggere più di cento romanzi. Direi che la cosiddetta letteratura di genere (romanzi storici, fantasy e così via) non mi entusiasma troppo. Ma in letteratura è sbagliato fare generalizzazioni. Un’opera profonda va oltre il proprio genere, perciò si può parlare seriamente solo di testi specifici.

Stai già lavorando a un nuovo romanzo? Vuoi anticipare qualcosa ai lettori di Mangialibri?
Sto scrivendo un libro sulla memoria umana, che esiste tra due poli: il timore di perderla e il desiderio di dimenticare molte cose. Come nei romanzi precedenti, intendo la memoria in senso lato, da quella storica a quella personale. La seconda è particolarmente importante per ogni persona, perché la memoria storica è, in sostanza, solo una parte di quella personale.

I LIBRI DI EVGENIJ VODOLAZKIN