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Intervista a Fabienne Agliardi

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Fabienne Agliardi è giornalista, ha collaborato per dieci anni con Mondadori ed è tra gli autori satirici di «Prugna». Dopo due lustri alla Bocconi ha spezzato le catene: ora è consulente in comunicazione e relazioni esterne e si dedica alla scrittura. Vive a Milano, ma quando può si rifugia in Valle d’Aosta e non dimentica certo le sue radici lucane. La incontriamo a Più Libri Più Liberi 2023, presso lo stand Fazi.



Il tuo romanzo Appetricchio parla anche un po’ della tua storia personale e familiare?
Ogni autore ha una repository, o contenitore o archivio, che si chiama “primo magazzino”, dove confluiscono aneddoti personali, personaggi che incontra, che gli piacciono, che lo affascinano. E in un certo modo, quando scrive, vede tipo Matrix se può usare quegli aneddoti e quelle storie all’interno del romanzo che vuole costruire. Chiaramente sì, io andavo in vacanza da piccola… perché le vacanze da piccoli le fai in un posto solo, dai nonni. Adesso noi, figli dei figli degli emigrati cominciamo a fare le vacanze diversamente, però noi da mia nonna facevamo le vacanze: si arrivava a luglio e si andava via a settembre, quindi in un certo qual modo quella era la mia seconda casa. Com’era la mia seconda casa la casa della mia nonna della provincia di Cremona, mi dividevo un po’ tra le due nonne. Due mondi diversissimi: benché entrambe lucane, una era a nord ormai da un sacco di anni e l’altra invece è rimasta a sud con tutte le dinamiche del sud. Ho amato tantissimo il posto in cui andavo in vacanza, da cui mi sono distaccata per vari motivi… poi in un momento di difficoltà ho avuto un richiamo e avrei voluto tantissimo essere in quel posto, era marzo 2020. E mi sono detta “Perché non ci sono più andata in quel posto lì?”, “Cosa ci fa innamorare di un luogo?”, “Perché ce ne distacchiamo?”, da questi ragionamenti è nato un po’ il seme di Appetricchio. Il periodo storico in cui lo ambiento è un po’ il mio, quindi quei viaggi interminabili in macchina, dove c’era solo la quarta, non c’era il cambio automatico né l’aria condizionata… tutta una serie di dinamiche che moltissimi di noi hanno vissuto.

Come mai la scelta di mantenere all’interno quel tipo di vernacolo?
Perché potevo raccontarla solo così, quella storia. È una storia anche di emigrazione, e gli emigranti quando se ne vanno all’estero l’italiano se lo dimenticano, si ricordano il dialetto. È un paese che si è autoembargato per decenni: è impensabile che possano parlare un’altra lingua. Secondo me ci sono delle parole – e alcune sono inventate, non è solo dialetto lucano – che rendono meglio in dialetto, hanno più senso, calore, danno più contesto. Nell’incipit io metto “C’erano migliaia di cicale che sembravano l’allarme di un’auto arrùbbata”, mentre se avessi messo “l’allarme di un’auto rubata”, vedi che “scende”, che perde forza? Sarà poi che io sono una grande appassionata di Camilleri, ho amato sempre leggere quella lingua. Secondo me ha molto senso a volte usare dei termini, dei gergalismi: danno più contesto, sono più credibili, soprattutto nei dialoghi. Facciamo un altro esempio banale: a Milano si usa tantissimo inserire parole inglesi. Anche quello è un modo di contaminare la lingua: “faccio la call”, “devo deliverare”. Alla fine non è tanto dialetto, è plurilinguismo, che è una delle cose che teorizzava già Dante – e Sciascia molto dopo. La Divina Commedia è plurilinguismo a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda il dialetto sono d’accordo con te. Ma il sostituire l’italiano con l’inglese non è dato dalla convinzione che la lingua italiana sia meno efficace?
Dipende da chi lo fa. C’è chi lo fa perché vuole sembrare più fico. A volte c’è veramente un abuso: “deliverare”… ma cos’è “deliverare”? L’italiano è una lingua estremamente efficace, non è come l’inglese che è una lingua sintetica. Noi abbiamo almeno otto sinonimi per ogni parola. Però su alcune cose è meglio il dialetto: una volta ho detto “Mi passi il cuoppo?” perché non mi veniva il termine in italiano perché è un oggetto familiare. Ma quando lo usiamo il dialetto? Nei momenti di grande intimità, confidenza, quando siamo arrabbiati.

In un’intervista che hai concesso al “Quotidiano Nazionale” veniva citata la parola “restanza”. È una parola che risuona con quelli che erano i tuoi intenti? O anche resilienza…
No! Resilienza è una parola che è talmente abusata che la toglierei dal vocabolario. Oggi sono tutti resilienti, ma non è così. Restanza… forse qui bisognerebbe utilizzare l’inglese stay… però è un dato di fatto lo spopolamento di tanti piccoli borghi, non solo al sud. Però c’è un trend inverso che nasce dalla pandemia di COVID-19, che è stata un propulsore al turismo di prossimità e all’uscita dalle città con i lavori digitali. Tante persone, soprattutto nella prima fase della pandemia, sono rientrate nei borghi. Adesso tanti sindaci mettono all’asta i casolari a un euro. Sui giornali raccontano spesso le storie di questi ex manager… la vera verità è che chi è abituato in città fa fatica. Io sto bene nel mio paesino della Valle d’Aosta perché so che poi torno in città. Appetricchio non è l’apologia del paese e la denigrazione della città, perché il posto del cuore può essere anche una città. Sicuramente c’è questo manipolo di resistenti, che resiste e non se ne va. E non so se non se ne va per mancanza di coraggio, per pigrizia… però ci sono, ne conosco tantissime di persone che non sono mai andate oltre il lannànz.

Ritornando al libro… solo a un certo punto Mapi e Lupo riescono ad andare al mare, prima no. Perché? C’è un significato sotto?
No, è quello che ti dicevo prima… il “primo magazzino”. Quando scrivo non mi faccio troppe domande a parte le macro-cose di struttura. Però mia figlia quando la mettevo in macchina, appena nata, vomitava. E io uguale… c’erano diversi tornanti, non centoventitre, ma ti facevano comunque venire il mal di stomaco. Qui ho molto esagerato, ma volevo proprio che fossero loro quattro ad andarci e rendergli la vita proprio “petricchiosa” e dire “vedete che fate qui in questi tre mesi senza neanche svagarvi al mare”. Quindi volevo dargli la connotazione del locus horridus.

Mi sembra di capire che tua figlia abbia avuto una buona influenza nel libro, anche per cosa scrivi sugli unicorni nell’incipit…
Lei ha avuto una buonissima influenza perché mi ha fatto riaffiorare la lingua materna, perché quando aveva diciotto mesi e iniziava a chiacchierare faceva come fanno tutti i bambini, e io le dicevo “Ma che strolichi, che nammacchi?” – ma che cosa stai blaterando? Lei sicuramente è una grande fonte di creatività perché, diventata madre, ho cominciato a rivedere le cose, i posti, la genitorialità da un’altra prospettiva. Mi sono rivista piccola e ho fatto anche un po’ pace con la mia Petricchio, dove ora non tornerei mai più a fare le vacanze. Però ci sono tornata due volte negli ultimi sei mesi e le persone del posto mi hanno chiesto “Quando la porti la criatura?”. E io capisco che è una richiesta-rituale, per dire: “Fai vedere a tua figlia questo posto, faglielo vedere”.

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