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Intervista a Fabrizio Silei

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Fabrizio Silei è scrittore, artista, scultore, illustratore e designer. Autore pluri-premiato di albi illustrati, romanzi e giochi si distingue per la sua produzione ampia e capace di muoversi con disinvoltura fra registri narrativi molto diversi e per sapersi rivolgere con efficacia sia ai più piccoli che agli adolescenti ed infine agli adulti. Dopo averlo rapidamente incontrato alla Bologna Children Bookfair 2023 dove presentava il suo ultimo albo illustrato, lo abbiamo raggiunto per quattro chiacchiere sul suo nuovo libro e sul suo percorso professionale in generale.



Scorrendo il tuo percorso professionale è evidente come tu ti muova in scioltezza tra attività da scrittore, artista, illustratore e designer. A fare da filo conduttore, trasversalmente a queste diverse modalità espressive, l’amore per il raccontare storie. Vuoi raccontarci da dove proviene questo amore e se c’è in particolare una modalità espressiva che preferisci?
Amo le storie, amo la parola e amo le immagini: direi la parola nella sua capacità d’evocare immagini e le immagini nella loro capacità di evocare la parola e dar vita alle storie. Non potrei smettere di raccontare senza soffrirne e in questi ultimi anni è tantissimo il tempo che dedico al disegno come forma di crescita, conoscenza (di me stesso e del mondo) e modalità narrativa. Sono entrambe queste attività, come la lettura e l’ascolto di storie, legate a una dimensione di salute e di equilibrio, non solo per me ma per tutti noi esseri umani. Siamo animali simbolici e metaforici che danno senso alla propria vita e al mondo attraverso le storie e la parola. Siamo scimmie disgraziate, consce del proprio destino, in bilico sul nulla, e l’unico modo di non precipitare è continuare a lanciarsi di liana in liana, di storia in storia, di albero in albero, dando senso al mondo e individuando percorsi possibili. Faccio un lavoro antico, il lavoro più importante, quello che fanno i bambini: disegnare, raccontare e cercare storie, giocare. Quel che hanno fatto i nostri antenati dipingendo un’antilope sulla parete di una caverna o lasciandovi l’impronta della propria mano. Ma anche scolpendo e dando forma alla materia, anche semplicemente scheggiando una pietra picchiandovene sopra un’altra perché, come spiega con splendida intuizione Italo Calvino nell’intervista all’uomo di Neanderthal, tutto quel che c’è stato dopo era già in quel gesto e forse c’era più allora di quanto non lo ci sia oggi. Da qui l’importanza di ricercare l’essenza di gesti antichi, la consapevolezza dell’esserci, l’esattezza della parola, le storie che davvero vale la pena raccontare e vengono dal nostro io più profondo.

Hai fondato L’Ornitorinco Atelier, un laboratorio creativo in cui lavori con i bambini e, sempre per loro, hai ideato libri e cofanetti creativi come L'inventastorie, L'inventamostri, L'inventacittà in cui li inviti a lavorare con le mani e a sperimentare i materiali. Un modo alternativo per renderli a loro volta narratori anziché semplici consumatori di storie?
Gianni Rodari ha usato una bellissima espressione che è al centro del mio lavoro: “Il bambino come fine”. Tutti noi pensiamo che sia così, naturalmente, ma non lo è affatto, il bambino è spesso un mezzo, uno status symbol, un soggetto di consumo, su cui proiettiamo le nostre speranze, le nostre ansie e paure, i nostri giudizi, coinvolgendoli in dinamiche che hanno molto a che fare con il presunto bene degli adulti e ben poco con quello dei bambini. È il grande tema dell’educare e dell’educarsi, del porci in ascolto e di operare per dare la parola al bambino, renderlo espressivo e libero. Per sottrarlo a una protezione asfissiante che lo segue fin nelle storie, nella scelta delle parole e lo allontana da esperienze fondamentali di incontro con le grandi tematiche e domande della vita che il bambino deve affrontare per poi procedere verso la propria autonomia d’essere umano e sociale. All’Ornitorinco Atelier, così come nei miei libri, si incontrano la fragilità, la malattia, la morte, si attraversano tramite le storie e si superano, si impara a digerire il male attraverso il potere magico della parola, del sapersi dire, si sperimenta cosa significa darsi una martellata su un dito per sbaglio nell’impresa anacronistica di mettere un chiodo sul proprio totem, e così via. Non lo si fa da soli ma con la propria famiglia, si lavora insieme sulla narrazione e sulle dinamiche familiari educando all’ascolto. Noi vediamo, invece, tanti adulti educatori confusi e troppo spaventati, che rifiutano le parole dei libri di Dahl perché “cattive” dimenticandosi di quanto fossero necessariamente crudeli le novelle della nonna. Adulti che nascondono il nonno morto al bambino e non lo portano al funerale, salvo poi raccontargli della Shoah a scuola in terza elementare. Roba da matti! Ci sarebbe veramente bisogno di una grande riflessione collettiva, come dico nei miei corsi, di mettersi ”alla ricerca di un senso perduto” perché sempre di più questo smarrimento del senso, dei fondamentali, sta creando tanta sofferenza. Una parte importante della mia vita è dedicata a questo e a incontrare, parlare e progettare insieme ad altri adulti educatori, genitori, insegnanti, nonni, di buona volontà.

A fianco delle tue proposte di creatività giocosa troviamo molti libri in cui, attraverso gli occhi di protagonisti bambini o adolescenti, tratti tematiche forti come guerra, ingiustizia, razzismo, dolore, paura. Come fai, da adulto, ad adottare il punto di vista di un bambino/bambina o ragazzino/ragazzina e a risultare così credibile?
Questo è il vero mistero della scrittura, il piccolo miracolo per il quale attraverso le storie noi attingiamo a una parte di noi che è molto più di ciò che siamo, e che è conoscibile solo quando si entra in quel determinato stato di coscienza alterata che io chiamo con i bambini: covare le storie. Non solo, inevitabilmente, scrivere e lavorare con i bambini e con gli adolescenti significa fare i conti e rimettere in campo il proprio bambino interiore o il ragazzino che siamo stati, ma anche rendersi conto, dover ammettere, che i nostri personaggi, maschi e femmine, sanno molto più di noi. Se la voce narrante è convincente, se io riesco a diventare la voce di una ragazzina di quattordici anni, allora saprò anche come ama e quel che sente. Lo si può fare anche a tavolino, con l’intelligenza, ma di solito poi si sente leggendo, a crederci sono solo lettori di bocca buona, per capirsi. Non ho scritto molti romanzi in vita mia, ma li ho sempre attesi nel loro accadere come una benedizione, spinto da un’urgenza a volte patetica e perfino difficile da spiegare. La finzione sociale secondo la quale un autore dovrebbe sapere un sacco di cose sulla sua storia è francamente un’illusione. Oscar Wilde diceva: “Voler conoscere l’autore perché ci è piaciuto un romanzo è come voler conoscere l’oca perché c’è piaciuto il paté”. Conosco e so qualcosa dell’emozione, l’urgenza, la rabbia, la passione, il pensiero e più spesso l’immagine, che fa sorgere i miei romanzi, ma poi accadono mentre scrivo, senza taglia e incolla, trame e scalette. Per questo per me scrivere è bellissimo. Credo che i veri scrittori scrivano e allo tesso tempo siano in qualche modo scritti dalle storie che covano. Per me funziona così, la prima volta che incontro i miei lettori so pochissimo di quel che ho scritto, poi, incontro dopo incontro, dalle loro domande, comincio a capire e piano piano divento esperto delle mie storie grazie a loro. Quando sento scrittori che sanno tutto dei propri romanzi, esegeti, storici, psicologi, li smontano e li rimontano come Pinocchi, scuoto la testa. O mentono, o, poveretti, scrivono troppo di testa.

Anche La principessa Lucciola, l’albo illustrato realizzato con Edizioni Corsare che hai presentato a Bologna Children Book Fair 2023, non sfugge a questa tensione verso le tematiche importanti viste con gli occhi del bambino. Vuoi raccontarcelo?
No, nel senso che se si potesse raccontare in altra forma e ottenere lo stesso risultato non avrebbe senso averlo scritto. Posso raccontare lo spunto narrativo, quel che apparentemente vi accade, ma tutto ciò, la storia della bimba che vede finire l’estate dalla nonna e va a salutare tutti gli animali e ha una grande domanda che le pesa sul cuore, non è la storia. O meglio è solo la buccia della storia. La vera storia è nella sua forma e nella sua voce, e dice cose, crea una materia e un suono (anche visivo grazie al lavoro con Serena Viola) che sono di per sé indicibili al di fuori di quella forma. Tentare di dirlo è come catturare la lucciola per metterla sotto il bicchiere e aspettarsi il soldino. Si scopre piuttosto che il mistero di quella luce nel bosco, la sua poesia, una volta catturata, una volta spiegata e esposta, reclusa sotto al bicchiere, illuminata a giorno nel tentativo di carpirne il mistero, scompaiono e ci troviamo di fronte solo un insetto che zampetta, magari anche un po’ repellente. Si scopre che una volpe intravista durante una passeggiata, vale più di un intero zoo e mille animali fotografati.

Nonostante i temi delicati (la lontananza del papà, la morte della mamma, l’ineluttabilità del cerchio della vita) il tono della narrazione è permeato da un forte senso di pace e tranquillità, di accettazione per quanto accaduto e a tratti di gratitudine per ciò che si è avuto. Si intravedere un approccio “zen” alla vita che non è così comune, c’è qualcosa del tuo modo di sentire in questa narrazione?
È quel che stavo appunto dicendo nella risposta precedente: la forma del racconto, il suono del racconto, il suo ritmo, comunicano che il dramma non è tale se non per noi, che forse niente di quel che è stato si perde, che tutto scorre e questo è meraviglioso, che è stupendo esserci ed essere parte del tutto, fosse anche solo per un minuto. Ma ancora una volta parlare di Zen, spiegare quella sensazione che il racconto lascia, è un tentativo della mente razionale e ordinatrice, che contrasta con l’esperienza di incontrare la storia. La nostra mente è sempre pronta a chiedersi “Cosa vuol dire?”, “Cosa voleva comunicare?”. Con questo racconto il rischio che si corre così facendo è enorme. Dando una lettura delle cose rischiamo che si appiattiscano le mille letture possibili, nate dall’incontro di ogni singola persona con la storia e l’albo. Questa forma è fatta così per accogliere le vite, le biografie e le interpretazioni possibili di un lettore infinito che sta dall’altra parte. Capace magari di arrivare e di aggiungere cose che io stesso non ho provato o immaginato. Proprio come ha fatto Viola con le illustrazioni. Non ho detto a Viola la parola zen, né ho spiegato alcunché, perché così facendo avrei ucciso la mia storia e anche la sua. Quindi a chi legge questa intervista mi viene da dire: è una storia che parla di noi, della nostra condizione, ma chissà che storia sarà per te sotto la buccia delle facili classificazioni se mantenendoti in ascolto fai tacere la mente e la incontri davvero con la pelle, per capirsi. In questo senso un atteggiamento meditativo, che moltiplica le immagini, una sospensione del giudizio, possono aiutare ad entrare nella storia. Senza la conoscenza che deriva dalla pratica meditativa forse io stesso non avrei mai scritto una storia così.

La bambina protagonista de La principessa Lucciola ha un vuoto nel cuore che prova a colmare perdendosi nell’onnipresente natura dei dintorni di casa. Pensi che la natura possa davvero essere consolazione?
Non v’è dubbio. Ieri per esempio ero in un’oasi verde, che bellezza vedere volare le spatole e gli ibis reali, il vento faceva vibrare i pioppi tremuli argentati e altissimi, il cielo era azzurro, i narcisi imbiancavano i campi intorno. Pace, consolazione, gratitudine per quel momento. Sedersi nell’erba, fermarsi a respirare, e sentirsi qui ed ora parte di tutte le cose è davvero bellissimo. La natura conosce solo il presente. La paura della fine sta nella maledizione dell’uomo che vive sempre rivolto al futuro.

La principessa Lucciola è uno splendido esempio di albo illustrato in cui testo poetico e magiche illustrazioni si compenetrano e completano vicendevolmente creando un’alchimia perfetta. È stato difficile trovare un illustratore/illustratrice capace di trovare la “chiave” giusta per interpretare le tue parole?
È stata una fatica incredibile aspettare Serena, abbiamo atteso anni e fatto tante tante prove con Giuliana Fanti delle Edizioni Corsare. Quando è arrivata però l’abbiamo riconosciuta subito e lei si è riconosciuta nella storia. Per i miracoli, anche piccoli piccoli come quello che consiste in un albo illustrato, ci vuole pazienza.

Oltre alla tua prolifica produzione dedicata al pubblico dei bambini e dei ragazzi, negli ultimi anni hai anche esordito nel mondo degli adulti con la serie di gialli che vede protagonisti il detective contadino Pietro Bensi ed il commissario Vitaliano Draghi, appena uscita nelle librerie con il suo terzo capitolo (Gli occhi del serpente). Quando hai sentito che era giunto il momento di dedicarti a un romanzo per adulti e perché hai scelto il genere giallo e la serialità?
Dino Buzzati diceva che scrivere per ragazzi è come scrivere per adulti solo che è più difficile. Io amo le cose difficili, i territori inesplorati e le vite possibili. Potrei passare il resto della mia vita a fare una sola delle tante cose che faccio, ma alla fine sempre di storie si tratta. Anche quando realizzo una trottola, o una scultura, per me c’è dietro sempre e prima di tutto una storia. Ho iniziato a raccontare storie sentendo l’urgenza di raccontarle ai più giovani perché per me da bambino e da ragazzo le storie erano state veramente importanti, e poi per l’amore per libri che mettevano insieme immagini e parole. Col passare degli anni però mi sono sempre più reso conto dell’importanza e della necessità di parlare con gli adulti e avevo già scritto romanzi al limite fra ragazzi e adulti (i cosiddetti young adults). A un certo punto mi è venuta voglia di fare i conti con la mia storia famigliare, la mia vena da romanziere, anche da giallista e la mia passione per le storie piene di intrecci e di sapori. Lo scopo era scrivere senza limite alcuno, divertirmi, e dire qualcosa sull’oggi parlando del nostro passato recente e degli anni Trenta, ma anche riferire di storie vere e persone e racconti raccolti nel corso della mia vita da mio padre, mia madre e altri anziani. Il genere mi ha permesso di entrare in un mercato che, per quanto saturo, è ancora alla ricerca di buone storie. In realtà i miei gialli sono molto altro, sono romanzi multigenere, storici, sociali, che a tratti si fanno drammi o commedia. Ho anche scritto romanzi storici privi dell’elemento di genere, ma per quelli sto ancora cercando l’editore e so anche che non sarà facile trovarlo. Perché anche se per me esistono solo le belle storie e le brutte storie, il mondo editoriale è fatto di etichette, etichette alle quali ho sempre cercato di sfuggire facendo semplicemente e forse ingenuamente solo quel che mi andava di fare, ma nei lacci dei quali si finisce poi, inevitabilmente, per restare imprigionati.

Quest’anno ti vedremo in libreria con qualche altra nuova pubblicazione? Ed esaurito quello che è pianificato, sei già al lavoro su qualche altro nuovo progetto di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Sì, il 6 di giugno esce per Einaudi Ragazzi - con il quale siamo già in libreria con il romanzo Hikikomori, una storia d’amore che parla anche del fenomeno del ritiro sociale - un libro di narrativa, Prime letture a colori, a cui tengo molto perché mi ha visto nella duplice veste di illustratore e scrittore per i più piccoli. Ho spesso illustrato albi e progettato cofanetti e giochi come illustratore e designer, ma qui faccio proprio i disegni veloci su un testo di narrativa, un’esperienza nuova per me e di grande soddisfazione. Si intitola Il grande discorso di Cocco Tartaglia, ed è nato proprio dal vedere quanto alcuni bambini facciano fatica a parlare in pubblico. Una storia di coccodrilli e di tanti altri animali. Una storia sul “dare la parola”. Che altro dire? Questa estate finalmente spero che riuscirò a scrivere un po’ del libro sul mio lavoro di formatore e di “educatore”, sull’educare con le storie, e sulla mia idea de “Il bambino narratore” che nasce dall’incontro con centinaia di insegnanti e genitori e dai miei corsi di formazione e si basa su un percorso di ricerca ormai ventennale, ma anche e soprattutto dall’esperienza dell’Ornitorinco Atelier che compirà dieci anni nel 2024. Poi ho in cantiere due romanzi, uno per bambini e uno per ragazzi, sui quali però è troppo presto per dire di più.

I LIBRI DI FABRIZIO SILEI