Intervista a Farhad Bitani

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Farhad Bitani è uno scrittore afgano, figlio di un generale, che ha servito come ufficiale nell’esercito durante il conflitto contro i Talebani e al-Qaeda. Dopo aver preso congedo dall’esercito nel 2012 ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro, un testo molto coraggioso che getta luce, attraverso le sue vicende personali, sulla storia recente dell’Afghanistan. Da anni l’impegno di Farhad è quello di promuovere il dialogo tra culture e religioni diverse, anche per mezzo delle attività del Global Afghan Forum di cui è socio fondatore. Grazie all’ufficio stampa di Neri Pozza in occasione di BookCity Milano 2020 raggiungiamo Farhad al telefono, per una intervista in cui ci parla del suo percorso di cambiamento personale e di come vede il futuro dell’Afghanistan.




Nella prefazione al tuo libro L’ultimo lenzuolo bianco scrivi che “solo la verità può liberare l’Afghanistan”. Poi dici anche che pronunciare la verità è un piccolo gesto, la vera sfida è accettarla. La verità, soprattutto quella che tu descrivi, però può fare male. Dove si può trovare il coraggio per guardare in faccia la verità?
Io ho fatto un lungo percorso nella mia vita prima di arrivare alla verità. Ho visto tante ingiustizie nel mio passato, fin da quando ero piccolo. Sono cresciuto con una ideologia in base alla quale l’altro, il diverso, era il nemico. Ho visto tanto odio attorno a me, ad esempio al tempo dei mujaheddin, quando da piccolo uscivo in strada e vedevo i cadaveri buttati per terra, o al tempo dei talebani con le lapidazioni, il taglio delle teste. Quando poi sono arrivato in Italia, un paese che per me in teoria era un paese di infedeli, ho visto che le persone avevano nei miei confronti tanti piccoli gesti di umanità e questo ha fatto sì che tutto il dolore del passato diventasse la forza del mio presente. E la forza del mio presente è diventata raccontare la verità, anche la verità sul fondamentalismo. Il fondamentalismo è un potere molto forte in Afghanistan, più di qualsiasi mafia. Quando ho scritto il mio libro avevo solo ventitré anni. Non è una cosa da tutti, per un ragazzo di quella età, andare contro il potere del fondamentalismo. Mi sono messo contro la mia stessa famiglia, ho ricevuto anche una condanna a morte nel mio paese. Il coraggio per esprimere tutto questo l’ho trovato nel bene che ho ricevuto. Io sono un ex capitano dell’esercito, se avessi continuato nella mia carriera a quest’ora sarei diventato un colonnello. A un certo punto della mia vita ho capito però che continuare a combattere con le armi non avrebbe risolto niente. L’unica cosa che poteva aiutare il mio popolo, aiutare i bambini che hanno sofferto e che ancora stanno soffrendo, impedire che questi bambini continuassero a crescere come sono cresciuto io, è la testimonianza. È per questa cosa che ho iniziato a scrivere la verità. Io non ho scritto il libro per combattere l’altro. Io ho dovuto combattere prima di tutto con me stesso. E questo cambiamento interiore è stata la verità più grande per me.

Nel tuo libro dici che se non sei diventato un fondamentalista è perché le parole di tua madre ti hanno impedito di gettare la tua vita dietro falsi ideali. Questa fiducia nel potere della parola è forse quello che ti ha motivato a scrivere questo libro? La speranza che possano essere le tue parole, ad essere un’ancora di salvezza per altri?
Mia madre è stata ed è una figura importantissima per me. Non è un caso che i fondamentalisti vadano sempre contro la libertà delle donne. Ogni volta che il fondamentalismo conquista il potere in un Paese, come prima cosa attacca due cose: la libertà delle donne e l’istruzione. La presenza della madre è fondamentale nella vita di ogni uomo. Per questo motivo i talebani costringevano le donne a portare il burqa e a non uscire di casa. Io mi ricordo che quando ero piccolo, avevo dodici anni e vedevo i talebani che frustavano le donne per strada, a volte dicevo a mia madre: “Mamma, quando sarò grande anche io mi comprerò una frusta”. Allora mia madre mi faceva vedere i figli di quelle donne e mi diceva: “Guarda quei bambini che piangono. A te piacerebbe se io venissi frustata?”. Quelle parole all’interno del mio percorso sono state molto importanti. Quando vedevo tante ingiustizie intorno a me, lo spreco dei soldi, gli abusi del potere, quando vedevo i capi anziani dei mujaheddin che avevano cinque mogli e si sposavano con ragazzine di quindici, sedici anni, io chiedevo a mia madre se anche noi fossimo così cattivi come queste persone. E lei mi rispondeva: “Non è importante il buono o il cattivo. L’importante è il tuo cuore. Ognuno di noi ha un punto bianco nel cuore”. Queste parole sono state fondamentali per me, ma è la presenza stessa della donna che è molto importante, anche dal punto di vista della religione se ci pensiamo bene, basti pensare a come Gesù per esempio nasca da una donna. Anche nel Corano si dice che il Paradiso si trova ai piedi della madre. Per questo i fondamentalisti attaccano la libertà delle donne, perché in questo modo possono acquisire il controllo sui loro figli. Non è un caso che molti kamikaze siano ragazzini piccoli, di dodici, tredici, quattordici anni.

Mi sembra che il bianco abbia un ruolo molto importante nel tuo libro. È un colore che incute terrore, perché era il simbolo dei talebani, ma in un contesto diverso è anche il colore della purezza e della speranza. Come a dire che non esiste un unico punto di vista, ma solo prospettive diverse...
Certo. Io ero convinto che il bianco fosse il colore della violenza, perché la bandiera talebana è bianca. Io sotto quella bandiera ho visto teste tagliate, lapidazioni, frustate, violenze di ogni genere. Quando sono arrivato in Italia, la prima volta che ho visto il colore bianco mi sono spaventato. Mi tremavano i piedi. L’autista che era con me mi chiese perché fossi così terrorizzato e fu lui poi a spiegarmi che il bianco è il colore della pace, non della violenza. Purtroppo viviamo in un mondo in cui per troppi bambini il bianco è ancora il colore della violenza.

Tu scrivi che hai imparato ad amare fino in fondo la tua fede musulmana grazie all’incontro con alcune persone che ti hanno fatto scoprire il cristianesimo. È solo grazie al confronto con ciò che è diverso da noi, quindi, che possiamo costruire la nostra identità?
Nel mondo in cui io sono cresciuto, i fondamentalisti non si sono mai preoccupati di insegnarmi il vero Corano. Quando avevo dodici anni, sotto i talebani, dovevo alzarmi alle cinque di mattina per andare nelle scuole coraniche. Il fatto è che il Corano è scritto in lingua araba. Il settanta percento del mondo mussulmano non parla la lingua araba. Io da piccolo memorizzavo il Corano in una lingua di cui non capivo nulla. Se chiedevo ai mullah il significato di una espressione che non capivo, loro lo traducevano come piaceva a loro. Quando sono venuto in Italia, all’inizio ero pieno di odio verso il cristianesimo e verso coloro che non accettavano la fede mussulmana. Poi ho iniziato a vedere che quando incontravo delle persone che per me avrebbero dovuto essere degli infedeli, dei nemici, loro mi trattavano come un essere umano. Per questo motivo è importante il dialogo con chi è diverso da noi, perché quando entri nel dialogo con gli altri ecco che puoi arrivare al famoso punto bianco che ognuno di noi porta nel cuore. Nella mia storia personale, a un certo punto mi sono chiesto come fosse possibile continuare a portare odio verso persone che invece erano così gentili con me. Allora ho cominciato a chiedermi chi fossi, a pormi domande sulla mia identità. Per tanti mussulmani l’identità viene dalla religione. Ma come potevo continuare ad essere mussulmano, se non avevo mai letto il Corano? Erano stati gli altri a leggere il Corano per me. La prima volta che ho preso davvero in mano il Corano ero in Italia, a Torino, ed era scritto in persiano, una lingua che io conosco perfettamente. Ho impiegato otto mesi a leggerlo. Quando ho finito, ho scoperto che tutto quello che mi era stato insegnato nel passato non si trovava in nessun passaggio del Corano. Il problema più grande del mondo mussulmano non è l’Islam, è il fatto che non essendoci una figura che possa svolgere il ruolo che per il Cristianesimo è svolto dal Papa, abbiamo tante interpretazioni e usi diversi del Corano, spesso a fini politici.

Il tuo paese, l’Afghanistan, sfugge da sempre alla comprensione degli occidentali. Secondo te da dove nasce questa nostra incapacità di comprendere la tua terra?
Le potenze internazionali, Europa compresa, hanno sempre visto l’Afghanistan solo dal punto di vista del suo valore strategico e degli interessi economici. L’Afghanistan viene da trentacinque anni di guerra. Abbiamo avuto due milioni e mezzo di morti e nessuno si è mai interessato del problema. Solo dopo il 2001 le potenze internazionali hanno detto che bisognava “portare la pace” in Afghanistan. Di quale pace stiamo parlando? Gli Stati Uniti sono in Afghanistan per motivi strategici, perché l’Afghanistan è il cuore dell’Asia. C’è una guerra fredda in corso, tra Arabia Saudita e Iran, tra Iran e Israele, tra Pakistan e India, tra Russia e Stati Uniti, senza dimenticare l’influsso economico della Cina. L’Afghanistan è un grande campo da calcio per tutte queste potenze internazionali. Chi conquista l’Afghanistan ha il controllo di uno snodo strategico importantissimo. Ma il problema dell’Afghanistan non si può risolvere in questo modo. Gli Stati Uniti hanno fatto una guerra per vent’anni e adesso vogliono arrivare a un accordo di pace con i talebani. Ma come è possibile, se i talebani non accettano la Costituzione afgana e vogliono tornare alla sharia? L’Afghanistan è una terra molto complicata. È una terra che non può essere conquistata con la violenza e con le armi. Nessuno è riuscito a conquistare l’Afghanistan, da Alessandro Magno fino ai giorni nostri. Se c’è una possibilità per l’Afghanistan, questa passa per la cultura e per l’educazione di quel popolo. L’Afghanistan va lasciato al popolo afgano. Noi afgani ci siamo stancati della guerra. Bisogna fare in modo che i finanziamenti internazionali ai fondamentalisti cessino, dobbiamo chiudere le scuole coraniche che sono fucine di kamikaze. Questo potrebbe essere un primo passo per poter avere la pace in Afghanistan.

Come vedi adesso il futuro dell’Afghanistan, ora che le truppe occidentali si apprestano a completare il ritiro?
Il governo afgano non è ancora in grado di procedere con le sue sole forze. Se l’Occidente lascia l’Afghanistan e ritira il supporto economico e militare al governo afgano, scoppierà una nuova guerra civile, proprio come accadde dopo il ritiro dei russi. Moriranno di nuovo milioni di persone e il sangue tornerà a scorrere per le strade, perché il governo afgano da solo non è in grado di mantenere la pace.

I LIBRI DI FARHAD BITANI



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