Intervista a Federica Seneghini

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Genovese, giornalista del “Corriere della Sera” dal 2012, Federica Seneghini ha vissuto e lavorato in Inghilterra, in Finlandia, in Scozia e a Barcellona. Con il suo ultimo libro ha riportato alla luce una pagina di Storia che rischiava di finire dimenticata per sempre, una vicenda che ha il sapore del coraggio e della determinazione. Durante il Festival Passaggi di Fano 2020 ce ne parla volentieri, al telefono, mostrando il profondo affetto che la lega alle protagoniste del suo romanzo.




Come è nata l’idea di rendere giustizia al gruppo di ragazze protagoniste di Giovinette e ai loro sogni interrotti?
L’idea è nata lo scorso anno, poco prima dei mondiali femminili di calcio disputati in Francia, quando sono stata, a Milano, a casa della signora Grazia Barcellona, la bambina del romanzo (la figlia di Giovanna, la maggiore delle sorelle Boccalini, protagoniste della storia, n.d.r.), insieme a Marco Giani, che è l'autore del saggio di fine volume. La signora lo scorso anno aveva 91 anni, ma era ancora piuttosto lucida e ricordava bene le imprese calcistiche delle zie e della mamma Giovanna. Grazia, che era insieme ai figli, ci ha mostrato molte foto e ci ha fatto appassionare alla storia. Da quell’incontro è nato un articolo per Il Corriere della sera, ma era evidente che la storia andasse approfondita, perché c'erano comunque tanti risvolti, tante lettere, tanti testi di giornale; c'era, in poche parole, materiale a sufficienza per approfondire e per rendere giustizia a queste ragazze. Poi, tra l'altro, la famiglia Barcellona aveva una storia di antifascismo alle spalle (il papà di Grazia è finito al confino, episodio che viene raccontato anche nel romanzo, n.d.r.) piuttosto interessante da raccontare. Materiale per scrivere un romanzo ce n'era quindi a volontà e abbiamo preferito procedere con la doppietta “romanzo più saggio” piuttosto che realizzare soltanto un saggio, proprio per dare la possibilità ai lettori di avere diversi livelli di lettura: il romanzo è più divulgativo, più raccontato, più accessibile se non ai bambini, sicuramente ai ragazzi; invece il saggio va più in profondità e offre molti dettagli, come date, riferimenti e note.

Al di là della memoria diretta dei parenti delle protagoniste, quanta ricerca di fonti storiche c’è alla base del tuo lavoro e quanto è stato difficile reperirle, riordinarle e scegliere quali poi utilizzare?
Partivo già da una buona base, perché Marco Giani si era dedicato a questa storia da anni come ricercatore e come accademico; quindi avevo già materiale da cui partire, rappresentato innanzi tutto dagli articoli di giornale. Per quanto riguarda il resto, oltre alla signora Grazia- che è morta proprio tre mesi dopo il nostro incontro, ad ottobre- ho recuperato i contatti del nipote di Carlo Brighenti (il giornalista sportivo che seguì da vicino ed appoggiò l’impresa delle giovani calciatrici, n.d.r.) e soprattutto ho individuato questo nome, Carlo Brighenti appunto. Non è stato facilissimo, perché lui si siglava, negli articoli che scriveva, solo C.B. Attraverso un confronto con le fonti, sono riuscita a risalire al nome del giornalista e al nipote, che ho rintracciato su Facebook. Rimettere poi tutto in ordine è stata la cosa più difficile, perché ovviamente avevo articoli di giornale che erano in realtà lettere, alcune delle quali sono state pubblicate nel romanzo, e creare una storia, dare un volto e un carattere alle persone partendo da tali scritti è stato complesso; creare una narrazione a partire da articoli di giornale, senza inventare troppo, ha rappresentato la fase più complicata dell’intero lavoro.

Quanto secondo te l’ossessione della stampa, all’epoca dei fatti piegata ai dettami del regime, ha contribuito ad ostacolare il progetto delle ragazze?
Molto. Le ragazze ebbero fin da subito la stampa contro- a parte qualche caso raro come Il calcio illustrato, che raccontò bene la loro esperienza- e, addirittura, in un primo momento e in parte anche in seguito, la stampa fu addirittura ancor più contraria rispetto ai dettami del regime. Mi spiego: Arpinati, che era il presidente del CONI, e i medici del regime diedero il via libera alle ragazze e diedero loro il permesso di giocare. Ciò nonostante, la stampa continuava a prenderle in giro, quindi in qualche modo il regime appariva- per lo meno durante la prima fase- un po’ più all’avanguardia rispetto alla stampa. Le vignette furono sarcastiche fin dall’inizio, i toni del “Guerin Sportivo” furono molto duri fin da subito e quindi, paradossalmente, i giornalisti remarono contro le ragazze fin dal primo momento, a differenza di quanto fece appunto Arpinati che fu, in qualche modo, un po’ più morbido e tollerante nei confronti di questo esperimento.

Ti sei fatta un’idea di quale possa essere stato lo stato d’animo delle ragazze, una volta terminata la loro avventura calcistica e riconvertite le loro abilità ed energie ad altri sport, quelli che potevano essere praticati con maggior moderazione, per intenderci?
Diciamo che ricostruire lo stato d'animo è la cosa più creativa che io abbia fatto; mi sono messa nei panni di queste ragazze di 15/20 anni e ho immaginato come si dovessero sentire. Si tratta comunque di ragazze che avevano conosciuto solo il fascismo, di persone che erano bambine quando il fascismo salì al potere e che avevano conosciuto solo quel tipo di realtà e sapevano benissimo come rapportarsi agli uomini del regime. Le Boccalini erano nate e cresciute in una famiglia di antifascisti, le altre protagoniste della storia non si sa, ma presumibilmente no. Quegli anni erano gli anni del consenso, quindi con buona probabilità molte delle ragazze erano nate in famiglie favorevoli al regime. Mettersi nei lor panni mi ha fatto immaginare che all'inizio fossero disposte a tutto pur di giocare, non per fare un dispetto al regime, ma proprio per l'amore per lo sport in generale e per il calcio in particolare, quel calcio che era in quegli anni già lo sport nazionale per eccellenza in Italia. Milano aveva già due squadre, Inter e Milan; le ragazze, per quanto siamo riusciti a scoprire, erano quasi tutte interiste - le Boccalini furono interiste fino alla morte. Grande amore per il calcio, quindi, ma soprattutto amore per lo sport, perché poi, dopo la fine dell'esperienza calcistica, molte di loro si convertirono al basket e alla corsa campestre, non perché furono obbligate ma probabilmente proprio perché amavano fare sport. D’altra parte, il calcio non si poteva più praticare, quindi si riadattarono in modo diverso. Rosetta Boccalini, per esempio, fu campionessa nazionale di basket per tre volte, quindi probabilmente era portata per l’attività sportiva e le piaceva il gioco di squadra.

È cambiata, secondo te, la situazione oggi o esistono ancora le stesse obiezioni del 1933, cioè il calcio, per intenderci, è ancora una questione di genere?
Sicuramente il calcio è una questione di genere. Faccio soltanto due esempi: la battuta che si può leggere nel romanzo “Il calcio femminile non è né calcio, né femminile” viene pronunciata- all’interno della storia- da un ragazzino detrattore, appunto, del calcio femminile, ma in realtà l’ho ascoltata di persona l'anno scorso a Milano, durante i mondiali di calcio femminile. È una battuta che calzava a pennello con quanto stavo raccontando e non l’ho dovuta inventare io. Anche il ragionamento del custode del campetto, Duilio, che dice alle ragazze “Io non giocherei mai a calcio contro una femmina” è un ragionamento che ho sentito l’anno scorso. Questo per spiegare che le tematiche del libro sono sicuramente legate al regime, ma, per quel che riguarda i pregiudizi sul calcio femminile, sono assolutamente attuali e attuale è anche il fatto che le ragazze abbiano più difficoltà ad andare avanti in questo sport. Basti pensare che, finito il lockdown, quindi parliamo di episodi attualissimi, la serie A maschile di calcio è ripartita, pur con tutte le precauzioni del caso, mentre la serie A femminile no. Questo per dire che le differenze tra maschi e femmine nel calcio esistono ancora e sono ancora più marcate, e non solo a livello di pregiudizio.

E in senso più ampio, trovi che il ruolo della donna all’interno della società sia davvero mutato, al di là dell’evidente emancipazione femminile?
Certamente le donne devono ancora fare molta fatica per raggiungere gli stessi risultati degli uomini in molti campi; non soltanto in ambito calcistico e sportivo ma anche nel mondo lavorativo, politico e per quel che riguarda qualsiasi aspetto della società. Lo sport rappresenta soltanto una singola espressione; le difficoltà per le donne italiane sono ancora tante.

Quale ritieni sia, al di là del mero “gioco del calcio”, il messaggio che le giovani calciatrici del 1933 possono trasmettere alle donne di oggi?
Innanzitutto, mi piacerebbe che il libro venisse letto dalle ragazzine proprio per invogliarle a non arrendersi e a praticare lo sport che desiderano. Nel romanzo e nelle tematiche legate al libro e al calcio del 1933 ritroviamo un po' la nostra storia, la storia d’Italia e anche la storia del calcio e dello sport italiano. Quindi il messaggio potrebbe essere questo: le difficoltà che le ragazze e le donne possono trovare oggi al campo in cui giocano sono le stesse che le donne italiane, che hanno voluto praticare il gioco del calcio, hanno dovuto subire per quasi novanta anni; quindi l’invito è a non arrendersi, perché le difficoltà si superano e si devono superare insieme.

È importante lo sport nella tua vita e perché?
Io non ho mai giocato a calcio e non ho mai fatto sport a livello agonistico, quindi non sono una cosiddetta sportiva. D’altra parte, Giovinette non è un romanzo solo sullo sport, ma è una storia che parla di resistenza, di coraggio, di amicizia e di amore. Il calcio è soltanto un aspetto della storia ed è anche per questo motivo che mi sono appassionata alla vicenda, proprio io che non scrivo tutti i giorni di sport e non scrivo assolutamente di calcio. Poiché la storia ha più sfaccettature, mi ha entusiasmato e spero appassioni anche i lettori.

Vedremo davvero presto una strada o un parco di Milano intitolate a queste ragazze, per celebrarne la memoria? Sei fiera di aver contribuito a questo risultato?
Sì, sono sicuramente contenta. Dopo la pubblicazione del libro e subito dopo l'appello che ho fatto dalle colonne di “Sette”, il magazine del “Corriere della Sera”, il sindaco Beppe Sala ha risposto dicendo che ha letto il romanzo, che la storia gli è piaciuta e che sicuramente il Comune di Milano troverà il modo per ricordare questa squadra. Non so ancora come, però sicuramente ci saranno degli sviluppi, probabilmente tra settembre e ottobre prossimi. Sono assolutamente contenta, perché la storia di una squadra di ragazze coraggiose che è rimasta sepolta per novanta anni è giusto venga finalmente ricordata, proprio per l’attualità delle difficoltà e dei pregiudizi che queste ragazze dovettero affrontare nel 1933.

I LIBRI DI FEDERICA SENEGHINI



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