Intervista a Federico Nati

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Federico Nati è nato nel 1975 a Roma, dove ha studiato per diventare astrofisico sperimentale; attualmente fa ricerca e insegna in una università di Milano ma periodicamente il lavoro lo porta in luoghi estremi dove anche la normalità del quotidiano è messa a dura prova. Ascoltare, leggere le sue esperienze di ricerca e di vita da studioso, sparse fra tre continenti, può farci trasalire per la spettacolarità dei paesaggi che ospitano gli osservatori del cosmo, per le avventure umane delle comunità di studiosi isolati in luoghi impervi e con gli occhi attenti verso il cielo.




Che cosa cerca il telescopio del progetto al quale collabori?
Lavoro con diversi progetti. Blast è un telescopio che cerca di capire come nascono le stelle osservando la debole luce infrarossa emessa dalla polvere interstellare, materiale diffuso nella nostra galassia e che è presente nelle nubi che addensandosi accenderanno nuovi soli. Dobbiamo ancora capire come mai nel cielo ci sono molte meno stelle di quanto i nostri modelli fisici prevedono: queste misure ci consentiranno di scoprire perché, attraverso fenomeni finora incompresi o mai osservati. Blast è un esperimento che vola sopra all’Antartide appeso a un pallone stratosferico, a un’altitudine tale che è quasi come se fosse nello spazio: in questo modo si riesce a evitare che le misure siano contaminate dall’atmosfera terrestre. L’altro telescopio di cui racconto nel libro, ACT (Atacama Cosmology Telescope), è invece installato a terra, nel deserto, alla quota di 5200 metri, sulla cima di un vulcano delle Ande cilene. ACT è uno degli strumenti più importanti al mondo per misure di cosmologia, riesce a studiare la nascita e l’evoluzione dell’intero universo raccogliendo i debolissimi segnali della radiazione cosmica di fondo, una luce fossile residuo del Big Bang.

Ci racconti brevemente un ricordo, un aneddoto, della tua esperienza nel deserto di Atacama e di quella nella base antartica?
Durante quelle esperienze due fattori principalmente segnano la quotidianità: la sensazione di isolamento e la difficoltà di fronteggiare gli imprevisti. Date le recenti condizioni in cui tutti ci troviamo per fronteggiare l’epidemia, non è un caso se ultimamente ho molti flash sia del periodo in Atacama che di quello in Antartide. Sono immagini rievocate dall’ansia di non sapere bene come si risolverà né quanto durerà il periodo che abbiamo davanti, una sensazione che si affacciava spesso nelle missioni in zone remote del pianeta, ma anche durante gli anni all’estero. Lascerei scoprire gli episodi più interessanti o divertenti a chi vorrà leggerli, però ti rispondo con delle immagini che poi sono anche tra le foto nel libro, quelle che scattai dagli aerei mentre sorvolavano uno il deserto di Atacama, il più alto e arido del mondo, e l’altro i ghiacci antartici. Si tratta di foto di panorami estremi che raccontano anche l’emozione di iniziare nuove avventure, scientifiche e personali.

Il più grande privilegio per chi fa ricerca sperimentale? E l’ostacolo più difficile nel farla come vorresti?
La ricerca sperimentale può essere sfibrante. Sono forse più gli svantaggi che i privilegi, a mio avviso, e proprio questo rende il mestiere molto duro. Certo, alcune libertà e determinati stimoli sono impensabili per altre professioni: se di privilegi si tratta, allora sono questi gli aspetti più belli. Ma il punto è che ci vuole tanta costanza e capacità di sostenere delusioni e sconfitte, davvero una forza d’animo fuori dal comune. L’ostacolo più importante direi che è la difficoltà di essere finanziati, specialmente da giovani, per una propria ricerca indipendente. E soprattutto la costante precarietà che spinge molti ad abbandonare la carriera, una cosa purtroppo molto ingiusta.

Com’è nata l’idea di un libro?
Negli anni ho raccontato il mio mestiere, il suo lato umano, i luoghi in cui si svolgeva, l’Antartide, il Cile, gli Stati Uniti, appuntando diari, usando internet, blog, social media. Non ho trascurato nei miei testi quegli aspetti di dubbio che accomunano molti scienziati che lasciano il proprio paese, che affrontano anni e distanze in nome di sfide rischiose. Quando sono tornato da una delle ultime missioni ho iniziato a pensare di dare corpo a un vero e proprio libro, e quasi subito fui contattato da La Nave di Teseo che mi propose di realizzarlo. Credo che sia così arrivato alle stampe un esperimento narrativo inusuale e forse unico nel suo genere, L’esperienza del cielo.

Stai già pensando al seguito di questo diario?
Sto pensando di scrivere altro, tuttavia penso che questo libro non necessiti di aggiunte: è uno spaccato del lavoro di ricercatore, è una storia che intreccia professione, avventura e sentimenti, e come tale lascia aperte alcune porte, alcune domande forse restano sospese, ma come è sano che sia in ogni storia.

L’esperienza del cielo non è esattamente un saggio di divulgazione e non è soltanto un diario. In quale genere lo collocheresti?
Non è un libro di astrofisica, eppure è sugli scaffali di saggistica e scienza che quasi sempre finisce. Basta leggere le prime pagine per rendersi conto però che è un testo che potrebbe stare benissimo nella letteratura di viaggio o tra i romanzi di formazione. La scienza viene raccontata solo per fornire il contesto, cercando di affaticare il lettore il meno possibile.

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